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L’escalation ibrida russa

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20 Agosto 2026

Per il Cremlino l’escalation ibrida non è solo una scelta, ma una necessità.

La guerra ibrida diventa non solo conveniente ma l’unico vero strumento di Mosca per imporre costi, esercitare pressione contro l’UE e mantenere l’illusione di capacità offensiva.

di Francesco D’Arrigo

Dalla fallita conquista di Kiev nell’aprile 2022, il presidente Putin ha subito una sconfitta strategica: non è riuscito a sottomettere l’Ucraina, nonostante il sacrificio di centinaia di migliaia di giovani russi uccisi e feriti; ha fatto sprofondare la Federazione Russa in una crisi economica che ne sta minando la stabilità politica e soprattutto ne ha disonorato il prestigio internazionale, che nemmeno l’efficace propaganda del Cremlino potrà più restituirle. Dopo oltre quattro anni di feroci bombardamenti di città e infrastrutture civili, con la sua “Operazione Militare Speciale”, Mosca ha conquistato solo un instabile e relativo controllo territoriale di una parte del Donbass, che dopo il famigerato vertice di Anchorage con il presidente Trump, pretende gli venga concesso in toto, inclusi i territori che non controlla, per interrompere i suoi raid missilistici contro i civili.

L’economia della Federazione Russa è in profonda crisi

Russian Federation Inner States

 

Sebbene l’effettiva situazione economica della Russia è mantenuta segreta, così come le conseguenze degli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere, Mosca ha già utilizzato più del 50% del suo Fondo sovrano e la spesa militare ufficiale nel 2025 è quintuplicata rispetto a quella del 2021. I dati ufficiali non tengono conto dei costi aggiuntivi legati al mantenimento dei territori ucraini occupati, del supporto alle regioni di confine, delle conseguenze economiche delle infrastrutture petrolifere distrutte, dei pagamenti di indennizzo alle truppe e alle loro famiglie.

Le vendite di materie prime energetiche, che rappresentano il 50% di quelle statali, si sono drasticamente ridotte, nonostante gli acquisti di Cina, India e di tutti quei Paesi, anche europei, che bypassano le sanzioni. Proprio a causa della guerra, i ricavi russi da petrolio e gas sono diminuiti del 30% su base annua a novembre 2025, impattando sul reale onere bellico che in questo scenario si assesta intorno al 10% del PIL, un livello prossimo alla spesa che negli anni ’80 veniva sostenuta da tutta l’Unione Sovietica.

I russi ritirano miliardi di rubli dalle banche per timore di una confisca per la guerra

Secondo i dati raccolti dal marketplace finanziario russo Banks.ru, nei primi sette mesi del 2026 sarebbero stati ritirati dal sistema bancario l’equivalente di circa 24,4 miliardi di Euro, mentre la domanda di contante continua ad aumentare. Il fenomeno riguarda anche i principali istituti di credito del Paese. Cinque delle sette maggiori banche russe hanno registrato deflussi netti dai depositi dei clienti. A spingere i cittadini a trasformare i depositi in banconote sono i timori legati all’impatto della guerra sull’economia, agli attacchi dei droni ucraini contro raffinerie e infrastrutture e, soprattutto, alla possibilità che lo Stato possa intervenire sui risparmi privati. La domanda di contante ha iniziato ad accelerare a marzo, con circa 300 miliardi di Rubli, poco più di 3 miliardi di Euro, che escono dai conti ogni mese. Dati confermati dalla banca centrale russa, secondo la quale ogni mese vengono ritirati dalle banche miliardi di Rubli, perché molti temono che il Cremlino possa requisire i risparmi per finanziare la guerra in Ucraina.

L’”Operazione Militare Speciale” è diventata insostenibile

La crisi sta colpendo anche i colossi nazionali come Gazprombank, che in quattro mesi ha perso 299,5 miliardi di Rubli, circa 3 miliardi di Euro, pari al 10,8 per cento dei suoi depositi. Rosselkhozbank ha registrato un deflusso di 270,5 miliardi di Rubli, oltre 2,7 miliardi di Euro, con una diminuzione superiore al 15 per cento.

Il Cremlino ha strutturato il proprio PIL per un’economia di guerra, con una spesa stimata15,5 trilioni di Rubli nel 2025, accettando un insostenibile numero di soldati uccisi per effettuare “avanzate” di pochi metri al giorno in aree come Kharkiv. Negli ultimi due anni di sanguinosa invasione, ha conquistato poco più del 2% di territorio ucraino. Con una stima di 1,4 milioni di mezzi distrutti dall’esercito di Kyiv, la Russia ha praticamente esaurito le sue riserve di equipaggiamento di epoca sovietica, e conta sempre più sul sostegno dei suoi alleati, Xi Jinping e Kim Jong-un. Agli attuali tassi di distruzione e abbandono, l’equipaggiamento militare utilizzabile, si esaurirà entro la fine del 2026 o l’inizio del 2027. Nemmeno le forniture militari provenienti da Corea del Nord e Cina possono colmare le crescenti necessità di truppe, lacune in equipaggiamento e munizioni. Mosca dovrà istituire una linea di produzione decennale per dotarsi di almeno 2600 carri armati per sostituire i 4000 distrutti in guerra.

Tutte conseguenze dell’eroica resistenza del popolo ucraino, che oltre a respingere l’invasione dell’esercito russo sta imponendo costi insostenibili dal punto di vista sociale ed economico alla Federazione Russa.

Ma il presidente Putin si rifiuta di fermare la sua guerra di aggressione perché non può riconoscere la sconfitta strategica senza rischiare il collasso politico. Plasmato dalla sua cultura del KGB e rifiutata la caduta dell’Unione Sovietica, qualsiasi accordo di pace che possa essere percepito in modo diverso dalla “vittoria” completa, non è più un’opzione politica a sua disposizione. Un accordo senza la capitolazione di Kyiv delegittimerebbe l’intero regime. Pertanto, l’escalation ibrida non è solo una scelta, ma una necessità.

Con sempre meno giovani da inviare al fronte, unitamente alla rapida riduzione delle dotazioni militari convenzionali da un lato – il sostegno della Coalizione dei Volenterosi che ha sostituito la ritirata dell’Amministrazione Trump e  l’aumento della capacità industriale nel settore difesa europeo – dall’altro lato, per la Russia la guerra ibrida diventa non solo conveniente, ma necessaria: l’unico vero strumento di Mosca per imporre costi, esercitare pressione contro l’UE e mantenere l’illusione di capacità offensiva.

2026: l’anno dell’escalation ibrida russa

Una potenza in declino è spesso più pericolosa di una in ascesa. Di fronte a una spirale economica e a forze convenzionali in esaurimento, il presidente Vladimir Putin sta entrando in un contesto di massimo pericolo. L’Europa deve essere pronta ad affrontare scenari distopici, ma possibili come il cambiamento di fronte di Washington con il ritorno alla Casa Bianca del presidente Trump: non solo a quello con una Russia in ripresa, ma anche a scenari con Mosca disperata a causa delle capacità di attacco ucraine.

Con le operazioni militari convenzionali divenute sempre più economicamente insostenibili, la guerra ibrida, meno costosa e condotta da un numero altamente inferiore di risorse umane, diventa l’unico strumento di escalation accessibile alla Russia. La debolezza economica del Cremlino in ambito militare convenzionale lo costringe a ricorrere maggiormente a tattiche ibride in sostituzione delle capacità militari che non possiede più. Un’escalation che è già visibile in tutti i domini: cibernetico, aerospaziale, marittimo, terrestre e soprattutto cognitivo.

La Russia sta conducendo una guerra non convenzionale contro l’Europa. Attraverso la sua campagna di sabotaggi, vandalismo, spionaggio e azioni segrete, l’obiettivo di Mosca è quello di destabilizzare i governi europei, minare il sostegno pubblico all’Ucraina imponendo costi sociali ed economici all’Europa e indebolire la capacità collettiva di una NATO terremotata dall’Amministrazione Trump e dell’Unione Europea di rispondere all’aggressione ibrida russa. Questa guerra non asimmetrica ha iniziato a intensificarsi nel 2022 parallelamente all’invasione dell’esercito russo dell’Ucraina. Sebbene il Cremlino non sia finora riuscito a raggiungere il suo obiettivo primario, le capitali europee hanno faticato a rispondere alle operazioni di sabotaggio e hanno trovato difficile concordare una risposta unitaria, coordinare le azioni, sviluppare misure di deterrenza efficaci, attribuire e imporre costi di ritorsione a Mosca.

L’escalation della guerra ibrida russa si sta manifestando principalmente attraverso 4 forme specifiche:

  1. Il Confronto informativo (Information Confrontation), termine usato nei circoli strategici e militari russi per descrivere il loro approccio all’uso delle informazioni, sia in tempo di pace che in conflitto. Il Cremlino effettua operazioni di influenza maligna, disinformazione, guerra psicologica soprattutto attraverso lo spettro della minaccia di ricorrere all’uso di armi nucleari, tutte coerenti con la nuova formulazione strategica della Russia, tranne il ricorso al nucleare previsto solo in caso di minaccia esistenziale della Russia (e non della sopravvivenza politica del regime putiniano). L’ecosistema informativo russo è composto da diversi pilastri che rispondono direttamente alle tre Agenzie di intelligence principali: il Servizio di Sicurezza Federale (FSB), che si occupa di sicurezza interna e controspionaggio; il Servizio di Intelligence Estera (SVR), responsabile dello spionaggio all’estero; e la Direzione principale delle informazioni (GRU), il Servizio di intelligence militare. Attraverso un approccio ecosistemico mirano a influenzare l’opinione pubblica e destabilizzare la società, impiegando tecniche idonee a sostenere il conflitto che il Cremlino mantiene costantemente attivo, a prescindere dallo stato delle relazioni con il nemico, contro le democrazie occidentali, con l’obiettivo generale di indebolire la coesione internazionale tra gli Stati Uniti e l’Europa, dei loro alleati e partner commerciali, e di attaccare gli avversari percepiti dalla Russia.

    Federal’naja služba bezopasnosti FSB

  2. La coercizione con l’aumento di dimostrazioni militari convenzionali, che diventano sempre più minacciose. Violazioni sempre più aggressive dello spazio aereo e navale di Paesi membri della NATO, come quelli effettuati quest’anno in Polonia, nei Paesi baltici e nel Golfo di Finlandia. Inoltre, l’incremento della guerra psicologica creata attraverso la retorica nucleare per mettere sotto pressione i cittadini e le istituzioni europee. Il messaggio trasmesso da Mosca: sostenere l’Ucraina rischia un’escalation diretta con la Russia, quindi interferire con il “piano di pace TrumPutiniano” concordato ad Anchorage (capitolazione di Kyiv), oltre a essere costoso, è rischioso.

    Služba vnešnej razvedki – SVR – Ruska zunanja obveščevalna služba

     

  3. Il sabotaggio che sta prendendo di mira l’infrastruttura produttiva europea in espansione per la difesa e le catene di approvvigionamento dirette in Ucraina. Con l’aumento delle fabbriche di munizioni continentali e la maggiore visibilità delle reti logistiche, queste diventano obiettivi primari, come descritto nel report dell’IISS di Londra “The Scale of Russian Sabotage Operations Against Europe’s Critical Infrastructure”. Sono facilmente prevedibili attacchi progettati per devastare territori con incendi, danneggiare sistemi di trasporto e infrastrutture logistiche, ritardare le consegne di armi, aumentare i costi della sicurezza e della deterrenza per costringere i governi europei a dirottare le risorse dal sostegno all’Ucraina alla protezione interna.

    Glavnoe razvedyvatel’noe upravlenie GRU

  4. La sovversione, in particolare le attività FIMI “Foreign Information Manipulation and Interference” si intensificheranno drasticamente durante le prossime elezioni europee e statunitensi, come abbiamo visto in quelle svoltesi in Ungheria all’inizio del 2026, estendendo l’ingerenza nelle elezioni europee e di medio termine negli Stati Uniti. I Partiti populisti filorussi di estrema destra, che si ispirano anche alle politiche MAGA dell’Amministrazione Trump e che strumentalizzano i flussi migratori, godono già di sondaggi in crescita in alcune importanti nazioni europee. L’utilizzo dei flussi migratori come strumento di pressione geopolitica e di guerra ibrida da parte della Russia costituisce una tattica volta a destabilizzare i confini dell’Unione Europea e a creare instabilità politica interna nei paesi occidentali. Mosca ha impiegato questa strategia in vari teatri operativi: al confine orientale (Finlandia e Polonia-Bielorussia) ha orchestrato e favorito il transito di migranti privi di documenti (provenienti da Medio Oriente, Africa e Afghanistan) diretti verso le frontiere di Polonia, Estonia e Finlandia (quest’ultima presa di mira in risposta all’adesione alla NATO), forzando la chiusura temporanea dei confini. Mosca influenza i flussi migratori dall’Africa attraverso azioni dei gruppi paramilitari e la repressione interna, alimentando insicurezza e persecuzioni, spingendo intere popolazioni a fuggire verso il Mediterraneo, indirizzando enormi flussi di migranti irregolari verso le frontiere UE come ritorsione politica. Attraverso accordi con le giunte militari nel Sahel (come in Niger) e in Cirenaica (Libia), la Russia ha esteso la propria influenza sulle principali direttrici africane del transito migratorio verso il Mediterraneo. Questa posizione di controllo nei nodi logistici del deserto consente a Mosca di esercitare una leva di condizionamento asimmetrico e continuo nei confronti dell’Italia, della Grecia e della Spagna, mettendo in crisi il fianco meridionale della NATO. Ogni punto percentuale e ogni messaggio politico amplificato a vantaggio dei Partiti populisti e nazionalisti europei offre alla Russia la speranza di indebolire la Coalizione dei Volenterosi, l’efficacia delle sanzioni e la determinazione politica dei governi europei.

La Guerra nella Zona Grigia

La dottrina militare russa integra profondamente il sabotaggio delle infrastrutture nazionali critiche nella “gibridnaya voyna” (guerra ibrida). Le infrastrutture critiche europee sono particolarmente vulnerabili al sabotaggio poiché versano in condizioni pessime a seguito di decenni di manutenzione rinviata e della mancanza di investimenti da parte dei governi nazionali e del settore privato. La Russia ha preso di mira le infrastrutture critiche per ottenere un vantaggio strategico diretto nella sua guerra in Ucraina e nell’ambito del suo più ampio conflitto con l’Occidente. Sebbene alcune iniziative, come l’operazione marittima della NATO “Baltic Sentry” nel Mar Baltico, si siano rivelate in qualche modo efficaci, la mancanza di fondi e risorse ha impedito alla NATO e all’UE di adottare e sostenere una risposta a lungo termine. Inoltre, di fronte a priorità concorrenti in materia di sicurezza nazionale (con la questione immigrazione tornata a essere strumento di propaganda elettorale), non è chiaro se tutte le capitali europee abbiano compreso la pericolosità delle minacce, e quante siano realmente impegnate a scoraggiare la guerra non convenzionale della Russia contro l’Europa.

La Russia si è preparata e ha scatenato un’escalation di attacchi nello spazio geopolitico tra pace e guerra in cui attori statali o non statali svolgono attività per promuovere gli interessi nazionali russi e indebolire l’Europa senza innescare una risposta militare. Le attività nella zona grigia baltica ed europea si moltiplicheranno ulteriormente e possono anche creare le condizioni per plasmare il contesto strategico per una guerra futura, rimanendo al di sotto della soglia che provocherebbe una risposta militare immediata da parte della NATO.

Incidenti o sabotaggi?

3D-attack model

 

Anche in questa estate 2026, caratterizzata da temperature estreme in tutto il continente, si stanno verificando una lunga serie di strani “incidenti” in tutta Europa. Nel giro di una sola settimana, Paesi della NATO hanno assistito a una straordinaria serie di sinistri, violazioni dello spazio aereo, esplosioni riguardanti la produzione di munizioni, le infrastrutture energetiche, le strutture militari e diverse operazioni di intelligence russa.

Polonia

Il 7 agosto, i servizi di sicurezza polacchi hanno arrestato un cittadino russo, reclutato dai servizi segreti russi, il cui compito era giustiziare un uomo con cittadinanza americana e ucraina, nella città di Varsavia.
Secondo il Primo Ministro Donald Tusk questa è la prima volta che qualcuno agendo su ordine russo tenta di uccidere un cittadino americano sul territorio di un altro paese della NATO.

Germania

Il 5 agosto, un drone armato di esplosivi è stato trovato vicino a una pista dell’aeroporto di Lipsia/Halle, accanto a un aereo cargo ucraino della Antonov Airlines. Due giorni dopo, due droni sono stati avvistati sopra la base della Bundeswehr a Mechernich. È possibile che dietro all’evento ci sia una rete russa che agisce da tempo in Europa.

Italia

Il 13 agosto un incendio nel reparto compressione della polvere dell’impianto KNDS Ammo Italy a Colleferro, a sud-est di Roma, seguito da un’enorme esplosione, per fortuna senza causare vittime nonostante la deflagrazione sia avvenuta mentre l’impianto era in piena attività. Lo stabilimento ex Simmel Difesa di Colleferro, vicino a Roma, produce munizioni di medio e grosso calibro per la difesa terrestre e navale, combustibili solidi per vettori aerospaziali, munizioni d’artiglieria da 155 mm fornite all’Ucraina tramite partner europei. L’incidente si è verificato nel reparto “pressatura polveri” e stando alle prime testimonianze sarebbe partito da una pressa esplosa durante la lavorazione. Nonostante il ministro della Difesa Guido Crosetto escluda si sia trattato di un attentato,  bisogna attendere la conclusione delle indagini, soprattutto a livello di intelligence, per non rimanere nell’incertezza su un possibile attacco ibrido russo. I dubbi rimangono, considerato il contesto della lunga serie di “incidenti anomali” e l’evidenza data alla notizia dell’esplosione a Colleferro da tutti i social media e i canali news russi.

Olanda

Nella mattinata del 13 agosto 2026, nel giro di poche ore nel porto olandese di Rotterdam, il più grande d’Europa: un incendio a un trasformatore, un grave blackout, una chiusura d’emergenza della raffineria ExxonMobil a Botlek, e una contemporanea esplosione mortale nell’impianto della raffineria e terminal Gunvor Energy (a circa 10 chilometri di distanza), che ha ucciso un lavoratore e ne ha feriti sei.

Sono tutti incidenti dalle circostanze non chiare e sotto investigazione da parte delle autorità, ma non sorprenderebbe se la Russia fosse responsabile di qualcuno di questa ondata straordinaria di “incidenti” anomali e attacchi dolosi che l’Europa sta fronteggiando. In precedenza, oltre a tutti i sabotaggi elencati nel report dell’IISS di Londra, si possono citare: IKEA incendiata a Vilnius, attacco doloso a un magazzino collegato a forniture all’Ucraina a Londra, sabotaggi contro obiettivi militari e industriali in Germania, a infrastrutture nella Repubblica Ceca, a sistemi ferroviari europei, ordigni incendiari inviati attraverso le reti logistiche europee – inclusi dispositivi che sono detonati o incendiati in Germania, Polonia e Gran Bretagna.

Certo, si può sostenere che si tratta di episodi isolati. Tuttavia, investigatori e tribunali europei hanno collegato molteplici operazioni di sabotaggio direttamente a reti organizzate o coordinate dall’intelligence russa.

Questa è la forza della guerra ibrida: funziona facendo sempre presumere che si tratti di incidenti e coincidenze, mantenendosi al di sotto della soglia a cui ogni singolo evento richiederebbe una risposta cinetica. Ogni evento, preso singolarmente, è negabile. Solo la sequenza ne tradisce la strategia.

L’Europa sta di nuovo fallendo nella interpretazione dei dati di intelligence?

Political map of European Union member states. 27 EU member States, after United Kingdom left. Special member State territories are not included

 

Nonostante i tentativi di alcuni governi di minimizzare la minaccia ibrida del Cremlino, secondo molteplici Agenzie di intelligence USA ed europee, Mosca non solo non vuole porre fine al conflitto contro Kyiv, ma mira a riprendere tutta l’Ucraina e i Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), riportandoli sotto il controllo del Cremlino. I polacchi ne sono assolutamente convinti. I Paesi baltici pensano di essere i prossimi a essere attaccati. In questo contesto, l’Estonia, anche per ragioni di confine, la Moldova per la numerosa presenza di truppe russe in Transnistria, vivono questa minaccia molto più pressantemente dal febbraio 2022, quando le truppe russe sono entrate in Ucraina. Minaccia che ha recentemente portato Vilnius a preparare e comunicare ai propri cittadini piani di evacuazione della capitale in caso di invasione.

Un’analisi dell’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli”, rivela che nonostante la disponibilità di tecnologie innovative, i problemi analitici dell’allarme e la natura dei fallimenti di intelligence, sono cambiati molto poco. Lo abbiamo visto con la sottovalutazione di tutti i segnali precedenti all’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 e con l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023.

Atti fra i più cruenti della storia che hanno preso di sorpresa le Agenzie di intelligence e colpito in maniera generale solo civili, facendo scoppiare guerre asimmetriche tra Stati, e tra Forze armate statali e battaglioni delle organizzazioni terroristiche strutturate come veri eserciti. Questi terribili episodi, l’11 settembre 2001 negli USA, il 7 ottobre del 2023 in Israele, il 24 febbraio 2022 in Ucraina, sono momenti chiave non solo nella storia recente ma anche dal punto di vista del processo di allarme perché, oltre ad aver rivelato la potenza distruttiva di questi nuovi gruppi armati senza nazione, della deception (inganno) e inaffidabilità della Russia, hanno dato inizio a guerre fra eserciti regolari (Russia vs Ucraina) e fra eserciti regolari e la nebulosa delle varie ramificazioni terroristiche di matrice islamica, che hanno dichiarato guerra all’Occidente, alla democrazia e al nostro modo di intendere la vita.

Tutti questi attacchi a sorpresa che hanno stravolto i paradigmi della sicurezza globale, non sono da addebitare soltanto al fallimento delle capacità di raccolta e analisi dei dati di intelligence, ma a un fallimento strategico dell’intero sistema politico e di difesa, rispettivamente degli Stati Uniti, europeo e israeliano.

I problemi che continuano a emergere sono sempre gli stessi:

• Scarsa percezione delle minacce emergenti, in particolare dei pericoli a bassa probabilità ma ad alto impatto
• Raccolta di dati inadeguata contro tali minacce
• Errori nella comunicazione tra analisti, Agenzie e decisori politici
• Mancata considerazione di tutti gli scenari, dei punti vista minoritari
• Vulnerabilità all’inganno

La persistenza di queste carenze suggerisce che nonostante la storia continui a offrire informazioni preziose per una comprensione profonda e chiara di un problema o di una situazione complessa, le nuove tecnologie necessitano di un processo decisionale informato attraverso un’analisi approfondita delle conoscenze esistenti, riformulando i problemi e andando oltre le ipotesi per trovare incognite sconosciute e migliorare la comprensione e la pratica dell’intelligence di allerta, sia all’interno della comunità dell’intelligence che negli scenari proposti ai decisori. Decisori e politici che dovrebbero essere preparati a comprendere i temi della sicurezza e della difesa dello Stato, rispettosi dei Testi costituzionali, dei rigidi doveri morali e legali fondamentali che includono la fedeltà allo Stato (che in Italia trova il suo fondamento principale nell’Articolo 54 della Costituzione), l’onestà, la trasparenza e il rispetto delle regole democratiche per garantire il bene comune.

La deterrenza ibrida europea rallentata da nazionalismo e populismo

Malgrado i molteplici attacchi subiti, l’UE nel 2026 non ha dato seguito all’incremento del potenziale di dissuasione specifica e di contrasto alle attività ibride. Politicamente, i partiti di estrema destra e alcuni di estrema sinistra con simpatie filorusse e quelle trumpiane che contrastano l’UE, sono in testa ai sondaggi in un periodo di prossime importanti elezioni nel continente. Questa convergenza di Nazional-Populismo, alimentata anche dalla Casa Bianca e dai tecno-oligarchi statunitensi, sul piano politico europeo sfrutta il disagio economico, la paura dell’immigrazione e la crisi di rappresentanza delle democrazie liberali, e si traduce in opposizione alle istituzioni UE, rifiuto del sistema di sicurezza e difesa comune (PSDC), tentativi di bloccare il sostegno militare all’Ucraina, ripristino dei confini e delle sovranità nazionali.

Economicamente, i governi dell’UE sono stati frenati da una crescita lenta, un’inflazione incrementata dai dazi di Washington e dalla guerra USA-Israele contro l’Iran, che ha ulteriormente e drasticamente ridotto le capacità di approvvigionamento energetico dell’Europa. Militarmente, molti Stati sono solo all’inizio dei loro cicli di rafforzamento dei propri apparati di difesa. Tutto ciò, insieme, limita la loro capacità di adottare una condivisa e decisa risposta alla guerra ibrida del Cremlino, rafforzando la convinzione del presidente Putin che queste tattiche possano avere successo nella frammentazione dell’architettura di sicurezza della NATO, dimostrando che l’Art. 5 del Patto Atlantico non viene più garantito dall’Amministrazione Trump.

L’Europa è stata lenta a costruire una deterrenza ibrida credibile, una capacità che solo ora sta riconoscendo, nonostante i distinguo politici che hanno evidenziato il divario tra resilienza e capacità di stabilire soglie chiare per prevenire, contrastare ed eventualmente reagire ai sempre più frequenti e pericolosi attacchi in “zona grigia”. Per tutti questi motivi, i sempre più frequenti episodi di sabotaggio, attacchi informatici, attività FIMI e guerra cognitiva sono ancora trattati come “incidenti” isolati, piuttosto che come elementi di una dottrina politico-militare ibrida russa (cinese e iraniana), ben evidente e consolidata.

Il presidente Putin scommette su tali errori e falle nei sistemi democratici, e con la sua strategia ibrida sta evidenziando come la NATO e l’Europa non stiano dimostrando la determinazione necessaria per imporre costi significativi contro chi sferra attacchi ibridi al di sotto della soglia dell’Articolo 5. Sin dall’estate 2025 Mosca ha incrementato esponenzialmente gli attacchi nella “zona grigia”, dimostrando che la sua strategia funziona: nessuna entità russa ha dovuto affrontare conseguenze per le misteriose esplosioni nelle fabbriche di armi, per il tranciamento dei cavi nel Baltico, per gli attacchi hacker o per la presenza di droni negli aeroporti o per la campagna di incendi sospetti in diversi territori dell’Unione Europea.

Ormai, solo chi è in malafede può negare che la Russia sta conducendo una guerra ibrida contro l’Europa: sabotaggi, incendi dolosi, attacchi informatici, interferenze GPS, attacchi alla logistica e alle infrastrutture critiche, attività FIMI, spionaggio, complotti di assassinio.

Queste non sono minacce ibride teoriche. Sono pericolosi attacchi di guerra ibrida in “zona grigia”, già sferrati.

Per dimostrare al Cremlino che questa strategia non sia conveniente, non richiede di eguagliare la forza convenzionale della Russia, oltretutto indebolita dal fallimento dell’”Operazione Militare Speciale”: richiede chiarezza su ciò che l’Europa e la NATO non sono più disponibili a tollerare.

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Russlands hybride eskalering

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24 Agosto 2026

For Kreml er hybrid eskalering ikke bare et valg, men en nødvendighet. Hybrid krigføring blir dermed ikke bare fordelaktig, men Moskvas eneste reelle verktøy for å påføre kostnader, legge press på EU og opprettholde illusjonen av offensiv kapasitet.

by Francesco D’Arrigo

President Putin_attends_Meeting_with_permanent_members_of_the_Security_Council_1_April_2025

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LA REPUBBLICA DI CINA – TAIWAN: “L’ISOLA CHE NON C’È”

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24 Agosto 2026

La nuova strategia della Cina per annettere Taiwan: paralisi funzionale senza invasione militare

L’analisi di Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo

La Repubblica di Cina – Taiwan – è uno Stato a riconoscimento limitato dell’Asia orientale, con società democratica pienamente organizzata dotata di un’economia solida e tecnologicamente sofisticata, tale da catalogarlo tra le realtà commerciali di primaria importanza nella regione dell’Indo-Pacifico. Tuttavia, il suo status internazionale rimane oggetto di una controversia che coinvolge direttamente la Repubblica Popolare Cinese, gli Stati Uniti, le principali potenze asiatiche ed europee e, in misura crescente, l’intero sistema economico globale. La rilevanza di Taiwan deriva precisamente dall’intersezione fra questi piani e dalla sua capacità di influire, pur disponendo di un territorio e di una popolazione relativamente limitati, su equilibri di sicurezza, catene globali del valore, tecnologia avanzata, libertà di navigazione e stabilità dell’Asia orientale.

Taiwan Area, political map with capital Taipei. Free Area of the Republic of China (ROC). Provinces and islands groups of Taiwan, located between the East and the South China Sea

 

Caratteristiche istituzionali della Repubblica di Cina e cenni storici

Nel linguaggio ufficiale di Taipei, la denominazione costituzionale dello Stato è Repubblica di Cina, Republic of China (ROC) mentre “Taiwan” è la denominazione comunemente utilizzata per indicare l’isola (con una superficie di 36.197 km² e una popolazione di circa 24 milioni di abitanti). Nella prassi internazionale contemporanea, il sistema politico è l’insieme delle istituzioni che esercitano effettivamente il governo sul territorio. La costituzione della Repubblica di Cina definisce lo Stato come una Repubblica democratica, stabilisce che la sovranità appartiene all’insieme dei cittadini e dispone che le persone in possesso della nazionalità della Repubblica di Cina siano cittadini della stessa. La realtà costituzionale odierna è tuttavia il risultato di una lunga trasformazione storica: la Repubblica di Cina fu fondata nel 1912, in quel periodo storico, Taiwan era sotto il dominio coloniale giapponese in seguito al Trattato di Shimonoseki del 1895, con cui la dinastia Qing cedette Taiwan al Giappone. Dopo la resa del Giappone alla fine della Seconda guerra mondiale, il Giappone cedette Taiwan e Penghu alla Repubblica di Cina. Al termine della guerra civile cinese (durata a fasi alterne dal 1927 al 1949), il governo della Repubblica di Cina si trasferì a Taiwan nel 1949, mentre nella Cina continentale venne costituita la Repubblica Popolare Cinese. Da allora i due sistemi politici hanno seguito traiettorie divergenti. Taiwan ha progressivamente sviluppato un ordinamento democratico pluralista, caratterizzato da elezioni competitive e libere, secondo la comunità internazionale svoltesi sempre legittimamente e senza alterazione dei risultati tramite brogli. Un fattore che nei decenni ha garantito alle istituzioni locali alternanza politica, miglioramento delle libertà civili e istituzioni rappresentative della volontà popolare.

La democratizzazione, completata dopo la fine della legge marziale nel 1987 e consolidata attraverso successive riforme costituzionali, costituisce oggi uno degli elementi centrali dell’identità politica dell’isola. Il sistema istituzionale conserva la particolare architettura prevista dalla Costituzione della Repubblica di Cina, articolata attorno a cinque Yuan (poteri): Esecutivo, Legislativo, Giudiziario, di Esame e di Controllo. Inoltre, combina presidenza direttamente eletta, governo responsabile dell’azione esecutiva e un Parlamento unicamerale, lo Yuan Legislativo. Gli articoli aggiuntivi della Costituzione approvati nel corso dei decenni hanno progressivamente adattato il testo costituzionale alla realtà politica della “free area” della Repubblica di Cina (il termine legale e politico usato dal governo di Taiwan per indicare i territori sotto il suo effettivo controllo, ossia: Taiwan, Penghu, Kinmen, Matsu ed altre isole minori in contrapposizione alla “Mainland Area” che intende la Cina continentale), prevedendo fra l’altro l’elezione diretta del presidente e del vicepresidente da parte della popolazione dell’intera “free area”.

Caratteristiche territoriali e geografiche integrate nella dinamica di sicurezza strategica dell’Indo-Pacifico

Dal punto di vista territoriale, Taiwan è un’isola montuosa situata nella parte occidentale del Pacifico, separata dalla costa sud-orientale della Cina continentale dallo Stretto di Taiwan e collocata strategicamente fra il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale. Dal punto di vista storico, sebbene la seguente cronologia si concentri sulla storia documentata di Taiwan, che risale a circa 400 anni fa, questo territorio è stato abitato dai popoli austronesiani per millenni. Nel XVI Secolo i mercanti, i navigatori europei, i pescatori e pirati cinesi che vi fecero scalo, hanno registrato sulle mappe il nome dell’isola come “Isola Formosa”. Il suo valore strategico è amplificato dalla prossimità al Giappone, alle Filippine e alle principali rotte marittime dell’Asia-Pacifico. La geografia costituisce un asset strategico fondamentale per Taiwan, rendendola contemporaneamente barriera naturale, punto d’osservazione, centro logistico potenziale ed elemento della catena insulare che struttura la proiezione marittima delle potenze dell’Indo-Pacifico. La questione securitaria relativa alla sovranità e al controllo dello Stretto di Taiwan non riguarda perciò esclusivamente i rapporti fra Repubblica Popolare cinese e Repubblica di Cina. Qualunque alterazione dello status quo attraverso coercizione militare, blocco marittimo, interdizione marittima o altre forme di pressione e minacce convenzionali o ibride potrebbe produrre conseguenze immediate sulle economie dell’Asia orientale e le linee di comunicazione marittima e aerea internazionali, oltre a coinvolgere direttamente e danneggiare gli interessi strategici globali. degli Stati Uniti, del Giappone e di altri partner regionali ed europei.

Il problema centrale è la divergenza fra la realtà politica quanto istituzionale di Taiwan e la posizione della Repubblica Popolare Cinese, che considera l’isola parte del proprio territorio e sostiene il principio secondo cui l’esistenza di “una sola Cina” secondo cui «esiste una sola Cina al mondo, Taiwan è parte inalienabile del territorio cinese e il governo della [Repubblica Popolare Cinese] è l’unico governo legittimo che rappresenta l’intera Cina».

PCC Congress

 

Taiwan, invece, governa autonomamente il territorio e difende il proprio sistema democratico con una indomita volontà e capacità di autodeterminarsi. Il punto di maggiore delicatezza consiste pertanto nella gestione dello status quo: una situazione nella quale Taiwan esercita di fatto un’autonoma capacità di governo e mantiene relazioni economiche, culturali, scientifiche e commerciali estese con il resto del mondo, pur disponendo di relazioni diplomatiche formali con un numero limitato di Stati (attualmente, appena 12).

La vasta rete di rapporti diplomatici e geopolitici globali di Taiwan

Nel luglio 2026, per esempio, la chiusura dell’ufficio taiwanese in Papua Nuova Guinea è stata interpretata da Washington, Taipei e l’intero blocco euro-atlantico come l’effetto preoccupante dell’ulteriore manifestazione della pressione diplomatica esercitata da Pechino verso altri attori globali, in materia di relazioni politiche e diplomatiche intrattenute con la Repubblica di Cina. La Cina considera Taiwan, governata democraticamente, parte integrante del proprio territorio e ritiene che Taipei non abbia il diritto di intrattenere relazioni tra Stati, una posizione che il governo di Taiwan non accetta. Nel corso degli anni, attraverso pressioni nei confronti di Stati che intrattengono relazioni diplomatiche formali con Taiwan, la Cina ha progressivamente ridotto il numero di Paesi che riconoscono il diritto all’autodeterminazione di Taiwan. Secondo Reuters, sono rimasti soltanto 12 Stati a intrattenere relazioni diplomatiche formali con la Taipei. È quindi essenziale distinguere fra riconoscimento diplomatico formale e relazioni internazionali sostanziali: l’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali non equivale all’assenza di rapporti economici, tecnologici, culturali, scientifici, parlamentari e soprattutto nel settore della difesa. Taiwan dispone infatti di una vasta rete di rappresentanze e di rapporti non ufficiali con numerosi Paesi. L’economia taiwanese è fortemente integrata nei mercati mondiali e presenta una marcata specializzazione industriale nei settori dell’elettronica, dell’informatica, delle telecomunicazioni, dei componenti avanzati e soprattutto dei semiconduttori. Il ruolo di Taiwan nella produzione di chip avanzati e semiconduttori ha assunto un’importanza sistemica con l’espansione dell’intelligenza artificiale, del cloud computing, dei data center, dell’automotive avanzata, dell’elettronica di consumo e delle applicazioni militari e dual use. La dipendenza globale da determinate capacità produttive localizzate nell’isola ha trasformato i semiconduttori da questione prevalentemente industriale in una componente della sicurezza economica internazionale.

I dati ufficiali taiwanesi mostrano quanto rapidamente l’economia abbia accelerato: secondo il Directorate-General of Budget, Accounting and Statistics, nel primo trimestre del 2026 il PIL reale è cresciuto del 14,55% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, mentre la stima per l’intero 2026 è stata portata al 9,64%. Nello stesso trimestre le esportazioni reali di beni e servizi sono aumentate del 35,76%, sostenute soprattutto dalla domanda connessa all’intelligenza artificiale e alle infrastrutture correlate. Il settore manifatturiero è cresciuto del 26,18%, con un contributo particolarmente rilevante di semiconduttori, computer, elettronica e prodotti ottici. Questi dati non devono essere letti soltanto come indicatori di performance economica, ma come misura della crescente centralità di Taiwan nell’ecosistema tecnologico globale.

La concentrazione geografica di capacità produttive difficilmente sostituibili nel breve periodo genera infatti una particolare forma di interdipendenza: da una parte rende Taiwan indispensabile per numerose filiere industriali mondiali, tuttavia espone l’isola alle conseguenze di una possibile crisi regionale con ripercussioni sull’economia globale. Da qui deriva il concetto di “Silicon Shield”, spesso utilizzato nel dibattito strategico per descrivere la funzione protettiva attribuita alla centralità tecnologica di Taiwan, pur con la necessaria cautela analitica: la rilevanza economica può aumentare i costi di una destabilizzazione, ma non costituisce di per sé una garanzia sufficiente contro la coercizione militare di Pechino.

In un momento in cui il “nazionalismo dei chip” è più forte che mai, la catena di approvvigionamento dei semiconduttori rappresenta la linfa vitale della competizione tra Stati Uniti e Cina. Non si tratta solo di una corsa tecnologica, ma di una battaglia per il dominio strategico. Al centro di questa competizione c’è Taiwan, che svolge un ruolo cruciale nella produzione dei chip più avanzati al mondo. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) è un attore chiave: i suoi chip alimentano qualsiasi nuova tecnologia connessa a Internet, dagli smartphone ai server di intelligenza artificiale (IA) fino ai sistemi militari.

La posizione di leadership di Taiwan nel settore dei semiconduttori, spesso definita “Scudo di silicio”, la protegge davvero o aumenta i rischi che Taiwan deve affrontare? Si tratta di un dibattito complesso, che coinvolge diverse visioni e interessi strategici e che ha implicazioni significative per la sicurezza globale.

Il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump sta creando incrinature preoccupanti allo scudo dei super-chip, Taiwan teme che la nuova politica estera e la postura militare degli Stati Uniti, da un lato evidenziano una forma coercitiva di trasferimento dell’alta tecnologia taiwanese verso gli Usa; dall’altro, l’abbandono dell’”ambiguità strategica” che ha caratterizzato la deterrenza di Washington contro potenziali raid militari di Pechino.

Indice demografico e politiche di cittadinanza

Taiwan è anche una società di dimensioni demografiche considerevoli rispetto alle dimensioni dell’isola. Le proiezioni ufficiali del National Development Council indicano una popolazione complessiva dell’ordine di 23,3 milioni di abitanti, evidenziando un forte processo di invecchiamento. Ancora: la banca dati evidenzia una quota della popolazione con almeno 65 anni superiore al 20%, elemento che impone significative conseguenze sul mercato del lavoro, sul sistema previdenziale, sull’assistenza sanitaria e sulla sostenibilità del modello di sviluppo. La struttura demografica costituisce pertanto una delle vulnerabilità strategiche di medio-lungo periodo: Taiwan dispone di elevato capitale umano e di una società altamente urbanizzata e istruita, ma deve contemporaneamente affrontare il declino demografico, l’invecchiamento e la necessità di attrarre talenti stranieri. Le autorità hanno sviluppato specifiche politiche per l’immigrazione qualificata e per l’attrazione di professionisti internazionali, la legislazione prevede, in determinate condizioni, percorsi di residenza permanente per cittadini stranieri che abbiano risieduto legalmente nel Paese per cinque anni consecutivi con almeno 183 giorni di permanenza annua, oltre a specifici percorsi per professionisti e specialisti stranieri.

La cittadinanza taiwanese richiede una precisazione concettuale particolarmente importante. Il termine “cittadinanza taiwanese” è di uso corrente, ma dal punto di vista giuridico la categoria fondamentale è quella della nazionalità della Repubblica di Cina. La Costituzione stabilisce espressamente che chi possiede la nazionalità della Repubblica di Cina è cittadino della Repubblica di Cina, la disciplina concreta della nazionalità è affidata al Nationality Act, aggiornato nel maggio 2024. La distinzione fra nazionalità, cittadinanza e household registration è particolarmente significativa. L’ordinamento contempla infatti cittadini della Repubblica di Cina privi di household registration a Taiwan (National Without Household Registration, o NWOHR) la cui posizione giuridica non coincide integralmente con quella dei cittadini dotati di registrazione anagrafica nell’area di Taiwan. La registrazione della popolazione svolge dunque un ruolo centrale nella definizione dei diritti amministrativi e nell’accesso a determinati servizi e documenti. Le norme della household registration disciplinano nascita, filiazione, matrimonio, divorzio, trasferimenti, decesso e altri elementi dello status personale. Anche il rapporto fra cittadinanza taiwanese e doppia cittadinanza presenta caratteristiche peculiari: l’ordinamento consente in diverse circostanze il mantenimento o l’acquisizione di una cittadinanza straniera, ma le conseguenze giuridiche dipendono dal percorso attraverso il quale la nazionalità viene acquisita e dalla condizione di household registration. La cittadinanza della Repubblica di Cina, la registrazione della residenza e lo status migratorio costituiscono livelli distinti che devono essere valutati separatamente.

Caratteristiche della società e integrazione tra etnie e culture differenti

Ambassador Ho with Pope Leo XIV – photo AsiaNews

Sul piano sociale, Taiwan combina elementi della tradizione cinese con una forte identità civica e democratica sviluppatasi nel corso della seconda metà del Novecento e consolidatasi nel XXI secolo. La popolazione comprende comunità Hoklo, Hakka, popolazioni indigene austronesiane e discendenti delle diverse ondate migratorie dalla Cina continentale. Le popolazioni indigene sono formalmente riconosciute e rappresentano un elemento essenziale della storia e dell’identità dell’isola. La lingua mandarina costituisce la principale lingua ufficiale dell’amministrazione, mentre il taiwanese Hokkien, l’Hakka e le lingue indigene continuano a essere utilizzati nella società e sono oggetto di politiche di tutela e valorizzazione. Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato americano, sul piano religioso e culturale nell’isola convivono buddhismo, taoismo, religioni popolari cinesi, cristianesimo e forme di secolarizzazione, in un contesto caratterizzato da elevata libertà religiosa.

Un forte segnale di riconoscimento della Repubblica di Cina (Taiwan) è arrivato dal Vaticano lo scorso 23 luglio, quando il nuovo ambasciatore presso la Santa Sede, Anthony C. Y. Ho, da cattolico è stato ricevuto dal Santo Padre per presentare personalmente le proprie credenziali a Sua Santità Leone XIV.

Le identità individuali e collettive taiwanesi sono state profondamente influenzate dalla democratizzazione, dalla generazione successiva al periodo d’applicazione della legge marziale (White Terror Period), della separazione politica dalla Cina continentale e dalla crescente centralità di un’identità civica specificamente taiwanese. Questo processo identitario ha importanti implicazioni strategiche perché incide direttamente sulla percezione della minaccia, sulla disponibilità della popolazione a sostenere politiche di difesa e resilienza e sul dibattito interno relativo ai rapporti con Pechino.

Le sfide all’indipendenza

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La sicurezza e la difesa dell’indipendenza di Taiwan comprendono una componente militare tradizionale ma non può essere esaurita in essa. La resilienza nazionale include la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza energetica, la diversificazione delle catene di approvvigionamento, la cybersecurity, la capacità di contrastare campagne di disinformazione, la continuità istituzionale in caso di crisi, la protezione delle reti finanziarie e la capacità della popolazione civile di affrontare interruzioni prolungate di servizi primari. La dimensione cibernetica assume particolare rilievo perché Taiwan è contemporaneamente una delle società più digitalizzate dell’Asia e uno dei principali obiettivi di operazioni di influenza e cyberattacchi attribuiti a soggetti collegati alla Repubblica Popolare Cinese. La difesa dell’isola deve pertanto essere considerata come un sistema integrato nel quale capacità militari, resilienza civile, tecnologia, intelligence, diplomazia e coesione sociale concorrono alla deterrenza.

Sul piano militare, Taiwan ha progressivamente orientato la propria pianificazione verso la capacità di rendere estremamente costoso qualsiasi tentativo di coercizione o aggressione, sviluppando e integrando sistemi occidentali missilistici, difesa aerea, capacità navali e aeree, sistemi senza pilota, guerra elettronica, cyber e forme di mobilitazione della società civile. La geografia rende però il problema estremamente complesso: uno scenario di conflitto non assumerebbe necessariamente la forma di una semplice invasione anfibia, ma potrebbe includere diverse tipologie di azioni coercitive ibride, blocco o quarantena marittima, attacchi selettivi contro infrastrutture, guerra economica, operazioni cibernetiche. Per questo motivo, nel dibattito strategico internazionale Taiwan è divenuta un laboratorio nel quale si intrecciano deterrenza convenzionale, guerra e minacce ibride, sicurezza economica e competizione tecnologica. Il rapporto con gli Stati Uniti rappresenta uno dei principali pilastri esterni della sicurezza taiwanese, sebbene l’Amministrazione Trump47 abbia cambiato policy e non intrattenga più relazioni diplomatiche formali con Taipei. Il quadro è quello di una relazione caratterizzata da profondi legami economici e tecnologici, sostegno alla capacità di autodifesa taiwanese e una deliberata ambiguità strategica riguardo alle modalità di una possibile risposta americana a un attacco contro l’isola.

Parallelamente, il Giappone considera la stabilità dello Stretto di Taiwan rilevante per la propria sicurezza, mentre le Filippine sono geograficamente coinvolte in eventuali scenari di crisi a causa della vicinanza delle proprie isole settentrionali a Taiwan. La questione taiwanese è dunque divenuta parte integrante dell’architettura di sicurezza dell’Indo-Pacifico. Anche l’Europa, pur essendo geograficamente distante, possiede interessi diretti. L’Unione Europea e i suoi Stati membri hanno un interesse economico nella continuità delle catene tecnologiche e commerciali asiatiche e un interesse strategico più ampio nel mantenimento della libertà di navigazione, della stabilità regionale e del rispetto delle norme internazionali.

La nuova strategia DELLA CINA per annettere Taiwan: paralisi funzionale senza invasione MILITARE

La strategia cinese per provocare il default di Taiwan attraverso la quarantena marittima, aerea ed energetica.

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L’architettura geopolitica dello Stretto di Taiwan si è trasformata da teatro di potenziale conflitto a teatro di crisi attiva e gestita. Comprendere questo cambiamento richiede di andare oltre i titoli di giornale che parlano di “invasione” e di addentrarsi nella realtà concreta della paralisi funzionale. Gli eventi dell’ultimo anno, in particolare le massicce escalation militari di fine 2025 e la successiva normalizzazione della pressione ad alta intensità, hanno rivelato che la Repubblica Popolare Cinese (RPC) sta attuando una strategia sofisticata, concepita per vincere senza un tradizionale attacco “Giorno Zero”.

La strategia della paralisi contro il mito dell’invasione

La svolta dottrinale della Repubblica Popolare Cinese: la nuova strategia della paralisi di Taiwan. Mentre la deterrenza occidentale è stata storicamente “incentrata sull’invasione”, concentrandosi sull’impedire uno sbarco anfibio attraverso lo Stretto di Formosa, Pechino ha modificato le modalità di “assedio” su uno strangolamento graduale. Utilizzando una “quarantena funzionale“, l’Esercito Popolare di Liberazione e la Guardia Costiera cinese (CCG) mirano a sopprimere il potere decisionale di Taiwan e a frammentare le alleanze internazionali attraverso l’isolamento ibrido delle soglie di sovranità.

Le esercitazioni Justice Mission 2025, che si sono svolte nel dicembre 2025, sono state una lezione magistrale tecnica in questo approccio. Queste esercitazioni non hanno solo simulato una guerra; hanno sperimentato le condizioni per l’isolamento funzionale di Taiwan. L’Esercito Popolare di Liberazione ha dimostrato di poter normalizzare le zone ristrette e i protocolli di “ispezione di sicurezza” che innescano un’immediata volatilità nei mercati globali del trasporto marittimo e assicurativo.

L’ibrido cinetico-legale: la zona contigua di 24 miglia nautiche

Un concetto fondamentale che ora domina la sicurezza del teatro operativo è l’erosione delle soglie di sovranità. Il 30 dicembre 2025, l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) ha lanciato 27 razzi dal Fujian, di cui 10 sono atterrati direttamente all’interno della zona contigua di Taiwan di 24 miglia nautiche. 

Non si è trattato di un atto di aggressione casuale, bensì di una mossa calcolata per ridefinire la giurisdizione marittima. Integrando le navi della Guardia Costiera cinese (CCG) e dell’Amministrazione per la Sicurezza Marittima (MSA) in queste operazioni, Pechino inquadra l’invasione cinetica come “applicazione della legge interna”. Ciò crea un “vuoto decisionale” per gli Stati Uniti e i loro alleati: intervenire contro un'”azione di polizia” rischia di farli apparire come aggressori, mentre non fare nulla permette alla Repubblica Popolare Cinese di cancellare di fatto lo status internazionale dello Stretto.

Fragilità energetica: riserve GNL di 11 giorni

Una delle vulnerabilità più significative individuata è l’insicurezza energetica di Taiwan. L’isola attualmente dipende dal gas naturale liquefatto (GNL) per circa il 42-47% della sua produzione di elettricità, che a differenza del carbone o del combustibile nucleare, è difficile da stoccare.

Si stima che le attuali riserve di GNL di Taiwan possano durare solo 11 giorni in condizioni di normale utilizzo invernale e, potenzialmente, solo 7 giorni durante il picco della domanda estiva. Pechino è consapevole di questo “orologio energetico“. Mettendo a rischio gli accessi ai porti di Kaohsiung e Taichung con il lancio di razzi PHL-16, può innescare un collasso sociale e industriale senza mai far sbarcare un singolo soldato sull’isola.

Lo “scudo di silicio” e l’apocalisse economica

Flag of USA and China on a processor, CPU or GPU microchip on a motherboard. US companies have become the latest collateral damage in US – China tech war.

 

L’interesse della comunità globale in questo conflitto è radicato nel monopolio dei semiconduttori. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) detiene attualmente circa il 70% della quota di mercato globale delle fonderie e produce oltre il 90% dei chip più avanzati al mondo.

Il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha avvertito che qualsiasi interruzione di questa produzione costituirebbe un'”apocalisse economica”, paralizzando tutto, dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale all’industria automobilistica e della difesa. Tuttavia, questa interdipendenza lega anche la Cina, che si affida ai chip taiwanesi per la propria produzione. La strategia della paralisi mira a esercitare una pressione coercitiva sufficiente a costringere Taipei alla capitolazione, ma non così forte da innescare una depressione globale.

Dominanza cognitiva: la narrazione dell’inevitabilità

Nel dominio digitale, la Repubblica Popolare Cinese sta conducendo una intensa guerra cognitiva. Attraverso la dottrina delle Tre Guerre, Pechino ha diffuso oltre 2,3 milioni di messaggi e deepfake video di disinformazione rivolti alla popolazione taiwanese. L’obiettivo è quello di creare una “Dottrina dell’inevitabilità”, convincendo il mondo che la riunificazione sia un destino storico e ineluttabile. Questa dottrina è sempre più supportata da deepfake generati dall’intelligenza artificiale e da narrazioni coordinate di “scetticismo statunitense” volte a suggerire che Washington alla fine abbandonerà Taipei.

Risposta politica: dall’ambiguità strategica all’allineamento preventivo

Infine, l’evoluzione della politica degli Stati Uniti e dei loro alleati si sta muovendo verso un allineamento preventivo. Il National Defense Authorization Act 2026 (NDAA 2026), firmato e convertito in legge alla fine del 2025, ha autorizzato 1 miliardo di dollari per la Taiwan Security Cooperation Initiative e ha incaricato il Dipartimento della Difesa di valutare e rafforzare le infrastrutture digitali critiche di Taiwan. Inoltre, la strategia di difesa di Taiwan si sta orientando verso il modello “Porcospino“, concentrandosi su sistemi asimmetrici mobili, numerosi e letali come mine navali e missili antinave

La violazione delle 24 miglia nautiche ridefinisce le soglie di sovranità

Il lancio di 10 razzi all’interno della Zona Contigua di 24 miglia nautiche a Sud-Ovest di Taiwan rappresenta un momento cruciale per il diritto marittimo internazionale e la stabilità regionale. Ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), la Zona Contigua è l’area in cui uno Stato costiero può esercitare il controllo necessario per prevenire e punire le violazioni delle proprie leggi doganali, fiscali, sull’immigrazione o sanitarie. Posizionando sistemi d’arma all’interno di questa zona, in particolare vicino alle vie di accesso al porto di Kaohsiung, la Repubblica Popolare Cinese ha reso noto che il controllo amministrativo di Taiwan è inesistente. Il Ministero della Difesa Nazionale di Taiwan ha riferito che questi impatti si sono verificati a una distanza di circa 22,4 miglia nautiche dalla costa. Questa vicinanza fa scattare immediatamente le clausole di “Forza Maggiore” nei contratti di navigazione internazionali. Secondo il Baltic and International Maritime Council (BIMCO), qualsiasi attività cinetica all’interno della zona contigua di uno Stato consente la rivalutazione immediata dei premi per il “Rischio di Guerra“. Questo è il meccanismo di “paralisi“: Pechino non ha bisogno di colpire una nave; le basta dimostrare di essere in grado di colpire vicino alle rotte delle navi per innescare un blocco commerciale, esattamente quello che sta facendo l’Iran nello Stretto di Hormuz.

Interdizione ibrida incentrata sull’artiglieria: la nuova logica del blocco

L’operazione del dicembre 2025 dimostra che l’Esercito Popolare di Liberazione ha raggiunto l’obiettivo dell'”interdizione incentrata sull’artiglieria”. Tradizionalmente, un blocco navale richiede una “presenza navale ravvicinata” (navi che bloccano fisicamente i porti) o un “blocco a distanza” (intercettazione di navi in ​​punti strategici come il Canale di Bashi). L’ architettura di Pechino attraverso la minaccia sistemi di lancio multiplo di razzo (MLRS) PHL-16 consente un “blocco virtuale”. Il PHL-16 può lanciare una varietà di munizioni, tra cui razzi da 300 mm con una gittata fino a 130 km e razzi da 370 mm con una gittata fino a 300 km, oltre che razzi più avanzati e di calibro maggiore come il missile balistico tattico Fire Dragon480 da 750 mm, che ha una gittata fino a 500 km, secondo quanto riportato dall’Esercito Popolare di Liberazione. A seconda della situazione, il sistema può essere configurato per trasportare otto razzi guidati da 370 mm o due missili balistici tattici Fire Dragon 480 da 750 mm. Ad utilizzare il PHL-16 sono il 71, 72 e 73esimo Gruppo del PLA, le tre unità di terra sotto l’Eastern Theatre Command responsabili della difesa dello Stretto di Taiwan.

La guerra psicologica: la chiusura dello spazio aereo

Contemporaneamente ai lanci dei razzi all’interno della Zona Contigua di 24 miglia nautiche, l’Amministrazione dell’Aviazione Civile della Cina (CAAC) emanò il NOTAM A3912/25: Spazio aereo temporaneamente chiuso – Amministrazione dell’Aviazione Civile della Cina – Dicembre 2025 relativo alle aerovie nello spazio aereo controllato da Taiwan, citando “esercitazioni militari non specificate”. Ciò ha causato la cancellazione e il dirottamento di 892 voli nell’arco di 24 ore. Non si è trattato di un semplice effetto logistico collaterale, bensì di un’operazione psicologica calibrata nei minimi dettagli. Interrompendo il flusso di persone e merci di alto valore (come i componenti semiconduttori), Pechino ha sperimentato come provocare l’isolamento di Taipei. Secondo l’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA), lo Stretto di Taiwan è uno degli spazi aerei più congestionati al mondo e che anche un’interruzione di sole 48 ore provoca un ritardo a cascata nell’intera rete aerea indo-pacifica.

Il “Cordone Grigio”: integrazione tra navi civili e militari il pretesto delle Forze dell’Ordine per la guerra ibrida marittima

L’evoluzione tattica osservata nel dicembre 2025 ha segnalato più di una semplice impennata militare; ha inaugurato la fase del “Cordone Grigio“. Mentre la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN) fornisce la superiorità cinetica, il comando operativo è stato trasferito alla Guardia Costiera cinese (CCG) e all’Amministrazione per la Sicurezza Marittima (MSA). Pechino integra le forze dell’ordine civili in un accerchiamento militare ad alta intensità per creare una “Quarantena Funzionale” legalmente ambigua ma operativamente soffocante.

La militarizzazione giurisdizionale della Guardia Costiera cinese (CCG)

Il 29 dicembre 2025, il dispiegamento di 14 navi ufficiali della CCG e della MSA insieme a 13 navi da guerra della PLAN ha dimostrato un approccio sincronizzato a doppio binario. La CCG, he opera sotto il comando della Polizia Armata del Popolo (PAP) e in ultima analisi della Commissione Militare Centrale (CMC), funge da strumento principale per la “Guerra Legale” (San-Zhan). Utilizzando le navi della Guardia Costiera cinese per intercettare il traffico commerciale, la Repubblica Popolare Cinese trasforma un atto di aggressione internazionale in un’“ispezione di sicurezza” interna. Questa trasformazione si fonda sulla Legge sulla Guardia Costiera del 2021, che autorizza l’uso della forza nelle acque rivendicate dalla Cina per prevenire “violazioni della sovranità nazionale”. Nello Stretto di Taiwan, questa legge viene applicata per giustificare gli “abbordaggi amministrativi” di navi sospettate di trasportare “contrabbando”, un termine che il Cremlino e Pechino usano sempre più spesso per descrivere gli aiuti militari difensivi a Taiwan.

Quarantena funzionale: il “blocco navale non dichiarato”

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L’obiettivo primario dell’integrazione della Guardia Costiera cinese (CCG) è quello di attuare una “quarantena” piuttosto che un “blocco”. Secondo il diritto internazionale, un “blocco” è un atto di guerra che richiede una dichiarazione formale e deve essere applicato imparzialmente a tutte le nazioni. Una “quarantena”, invece, come utilizzata dalla Repubblica Popolare Cinese, opera come un’azione di “controllo doganale interno”.

Durante le esercitazioni di dicembre 2025, le navi della Guardia Costiera cinese, in particolare i pattugliatori di classe Zhaojun da 5.000 tonnellate, si sono posizionate all’ingresso delle rotte di traffico dello Stretto di Taiwan. Le imbarcazioni della CCG trasmettevano “Avvisi ai naviganti” sul canale VHF 16, intimando alle navi commerciali di comunicare la propria destinazione e i manifesti di carico alle “Autorità doganali cinesi”. Azioni coercitive che di fatto impongono la giurisdizione della Repubblica Popolare Cinese, che in caso di rifiuto dei comandanti, la CCG si riserva il diritto di abbordare fisicamente la nave o di dirottarla.

La Pechino ha investito ingenti somme per varare la più grande flotta di guardia costiera del mondo, inclusi i pattugliatori di classe Zhaotou da 12.000 tonnellate, più grandi degli incrociatori lanciamissili di classe Ticonderoga statunitensi. Durante l’escalation del 30 dicembre, una nave di classe Zhaotou (CCG 5901) è stata osservata stazionare esattamente sulla linea mediana dello Stretto di Taiwan. La presenza di scafi così imponenti consente alla Guardia Costiera cinese (CCG) di utilizzare tattiche di “speronamento” o “speronamento” contro le navi della Guardia Costiera taiwanese (CGA) senza ricorrere a un conflitto armato. Questa “non letalità cinetica” è il segno distintivo della strategia della paralisi. Essa costringe Taiwan a scegliere tra permettere alla CCG di operare a piacimento o sparare il primo colpo, una mossa che verrebbe immediatamente interpretata dai media statali e dalle reti di disinformazione cinesi come una “provocazione taiwanese”.

Paralisi cognitiva: le “tre guerre” in azione

Il “cordone grigio” è progettato per raggiungere tre obiettivi psicologici:

  • Delegittimazione: far apparire l’Autorità di vigilanza taiwanese (CGA) impotente a proteggere le proprie acque.
  • Esaurimento: costringere gli equipaggi della Marina Militare taiwanese a cicli di allerta elevata che, nel tempo, compromettono la loro prontezza operativa.
  • Ambiguità: creare sufficienti dubbi nelle menti dei responsabili politici statunitensi  e alleati da indurli a esitare nell’impiegare risorse navali contro le navi “civili” della guardia costiera cinese.

Questi strumenti “non cinetici” sono essenziali per mantenere lo stato di paralisi, poiché producono prove visive eclatanti di “controllo” senza innescare i trattati di difesa formali legati alle soglie di “attacco armato” previste dal US-Taiwan Relations Act.

Impatto economico delle ispezioni della Guardia Costiera cinese sulle catene di approvvigionamento “just-in-time”

Il “cordone grigio” prende di mira specificamente le rotte di esportazione dei semiconduttori di Taiwan. Se la Guardia Costiera cinese (CCG) implementasse l’”ispezione obbligatoria” delle navi portacontainer in partenza da Hsinchu o Taichung, la catena di approvvigionamento globale di chip per l’intelligenza artificiale, smartphone e dispositivi medici si troverebbe immediatamente paralizzata. La CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency) ha evidenziato questo collegamento marittimo-logistico come una vulnerabilità primaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. La sola minaccia di tali ispezioni ha causato, nel dicembre 2025, un calo del 4% dell’indice azionario ponderato per la capitalizzazione di mercato di Taiwan (TAIEX) in una singola seduta di negoziazione. L’integrazione della Guardia Costiera cinese (CCG) e dell’Esercito Popolare di Liberazione (MSA) nelle manovre offensive dell’Esercito Popolare di Liberazione rappresenta chiaramente la “logica di quarantena” della Repubblica Popolare Cinese. Operando al di sotto della soglia di un “attacco armato” ma al di sopra della soglia della “normale navigazione”, Pechino ha creato un meccanismo permanente di strangolamento marittimo. A partire da febbraio 2026, la CCG mantiene una “pattuglia di routine” di 6-8 navi all’interno della Zona Contigua di Taiwan, una presenza che è ormai diventata la “linea di base cinese” nello Stretto.

Deterrenza collettiva delle Alleanze

L’offensiva militare e delle forze dell’ordine del 29-30 dicembre 2025 ha rappresentato un banco di prova per l’architettura di sicurezza tra Stati Uniti, Giappone e Australia. Mentre i singoli attori statali hanno emesso rapide condanne, la realtà operativa dei primi mesi del 2026 ha rivelato un significativo “divario decisionale” tra la velocità tattica della Repubblica Popolare Cinese e la sincronizzazione della risposta della coalizione. Con l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) che ha normalizzato le frequenti violazioni della Zona Contigua di 24 miglia nautiche (24 nm), gli Stati Uniti e i loro partner regionali faticano a conciliare la postura “incentrata sull’invasione” con l’emergente realtà della “quarantena funzionale”.

La nuova policy degli Stati Uniti: persistenza tattica contro ambiguità strategica

Gli Stati Uniti hanno mantenuto il loro impegno nelle operazioni di libertà di navigazione (FONOP), ma la cadenza di queste operazioni nel gennaio 2026 ha evidenziato la difficoltà di contrastare l’approccio incrementale. Il 16 e 17 gennaio 2026, il cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke USS John Finn (DDG 113) e la nave idrografica USNS Mary Sears (T-AGS 65) hanno effettuato il primo transito dello Stretto di Taiwan dell’anno. Sebbene la Settima Flotta statunitense abbia definito il transito di routine, l’inclusione di una nave oceanografica di classe Pathfinder indica una maggiore attenzione alla mappatura dell’ambiente sottomarino per contrastare l’attività dei sottomarini della Marina cinese nelle acque profonde dello Stretto. Tuttavia, il Dipartimento della Guerra è stato costretto a riallineare il proprio bilancio per l’anno fiscale 2026 per dare priorità agli obiettivi “America First“, portando alla riduzione o all’eliminazione di diversi programmi di cooperazione in materia di sicurezza a bassa priorità, concentrandosi al contempo sulla “Dissuasione della Cina” come pilastro fondamentale. Questa tensione di bilancio suggerisce che, sebbene la presenza tattica rimanga, la portata della deterrenza “Oltre l’orizzonte” sta affrontando un evidente e dichiarato cambiamento di postura militare e politica estera dell’Amministrazione Trump, anche nei confronti di Taiwan.

Il “Muro del Giappone”: la prossimità come vincolo

Il Giappone rimane il partner della coalizione più vulnerabile a causa della vicinanza geografica delle sue isole Yaeyama a Taiwan, con l’isola di Yonaguni situata a soli 111 chilometri dalla costa principale di Taiwan. In risposta alle esercitazioni del dicembre 2025, il Giappone ha accelerato la sua strategia di “deterrenza tramite negazione”, ma si trova ad affrontare severi vincoli legali e politici.

Il dispiegamento militare di Tokyo nel sud-ovest è progettato per creare incertezza per Pechino, eppure il principale partner commerciale del Giappone rimane la Cina, creando un “paradosso sicurezza-economia”. Inoltre, gli strateghi dell’Esercito Popolare di Liberazione hanno utilizzato con successo l'”azione congiunta Russia-Cina” per limitare le Forze di autodifesa giapponesi (JSDF). Coordinandosi con le esercitazioni a fuoco vivo della Federazione Russa nei territori settentrionali a partire dal 1° gennaio 2026, la Cina ha di fatto costretto il Giappone a dividere il suo focus difensivo, impedendo il pieno ridispiegamento delle risorse nel teatro meridionale.

La “presenza regionale” dell’Australia e la diplomazia delle medie potenze

L’Australia nel 2026 ha adottato una strategia di “Presenza Plus”, nel tentativo di stabilizzare l’Indo-Pacifico attraverso una combinazione di dispiegamenti navali e profondi trattati di sicurezza con i Paesi vicini del Sud-Est asiatico. Il 3 febbraio 2026, le Forze di Difesa australiane (ADF) hanno avviato il loro programma di presenza regionale per il 2026, con le fregate HMAS Warramunga e HMAS Toowoomba partite per esercitazioni nel Mar Cinese Meridionale e nell’Asia orientale.

Contemporaneamente, il 5 febbraio 2026 il Primo ministro Anthony Albanese ha firmato il Trattato di Sicurezza Comune Australia-Indonesia, un importante passo diplomatico volto a impedire alla Repubblica Popolare Cinese di neutralizzare la posizione neutrale dell’Indonesia durante una visita di emergenza a Taiwan. Il ruolo dell’Australia è sempre più incentrato sul garantire che il quadro AUKUS fornisca una “crescita industriale sovrana” e stabilità della sicurezza marittima, anche mentre gli Stati Uniti affrontano i propri cambiamenti politici interni.

La NATO e il “tessuto connettivo” della sicurezza globale

Sebbene Taiwan si trovi al di fuori dell’ambito geografico dell’Articolo 5la NATO ha iniziato a istituzionalizzare il “tessuto connettivo” tra la sicurezza europea e quella indo-pacifica. La leadership della NATO ha osservato che un conflitto per Taiwan avrebbe un impatto devastante sull’economia globale e potrebbe potenzialmente coinvolgere gli Stati Uniti in un conflitto diretto con una potenza nucleare.

All’inizio del 2026, gli alleati della NATO come il Regno Unito, la Francia e la Germania hanno sincronizzato sempre più le loro dichiarazioni diplomatiche con il SEAE, sottolineando che la stabilità dello Stretto di Formosa è un prerequisito per la sicurezza del commercio globale. Tuttavia, il coinvolgimento operativo delle marine europee rimane limitato a transiti occasionali di “libertà di navigazione”, lasciando l’onere della “risposta cinetica” quasi interamente a Stati Uniti e Giappone.

Il “divario decisionale” è l’arma più efficace della Repubblica Popolare Cinese. Operando nella “zona grigia”, dove le azioni sono troppo aggressive per essere ignorate ma troppo ambigue per innescare una risposta militare immediata, la RPC costringe la coalizione a uno stato di “esaurimento reattivo”. Mentre il presidente Xi Jinping continua a presentare l’unificazione come prerequisito per la “Grande rinascita della nazione cinese”, la coalizione deve decidere se può andare oltre il sostegno retorico per adottare un quadro di risposta automatico e prestabilito. Il mancato superamento di questo divario permetterà alla strategia della paralisi di avere successo non attraverso la battaglia, ma attraverso il peso cumulativo di un’invasione incessante.

La guerra cognitiva e la Dottrina dell’inevitabilità

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Le manovre cinetiche e marittime della fine del 2025 e dell’inizio del 2026 fungono da substrato fisico per una campagna ben più pervasiva: la lotta della Repubblica Popolare Cinese per il dominio cognitivo sulla popolazione taiwanese e sulla comunità internazionale. Questa “Battaglia delle Menti” è orchestrata attraverso la dottrina delle Tre Guerre (San-Zhan), che integra pressione psicologica, manipolazione dei media e inquadramento giuridico per indurre una condizione di “resa preventiva”. A partire dal 9 febbraio 2026, questa campagna è passata dalla propaganda tradizionale a operazioni di influenza ad alta fedeltà, potenziate dall’intelligenza artificiale, progettate per sfruttare le fratture sociali ed erodere la “volontà di resistere”.

La “Dottrina dell’inevitabilità”: forgiare il destino storico

Il fulcro della campagna di disinformazione della Repubblica Popolare Cinese è la “Dottrina dell’inevitabilità”. Dopo le esercitazioni del 29-30 dicembre 2025, il discorso di Capodanno 2026 del Segretario Generale Xi Jinping ha presentato la riunificazione non come un obiettivo politico negoziabile, bensì come un'”inevitabilità storica. Definendo la “Quarantena” come una forza inarrestabile della natura, la Repubblica Popolare Cinese mira a demoralizzare i civili taiwanesi, convincendoli che il sostegno esterno, principalmente dagli Stati Uniti, sia condizionato e, in definitiva, inutile. Questa narrazione è amplificata dalla diffusione da parte del PLA di filmati di combattimento altamente stilizzati. Nel gennaio 2026, la CCTV ha pubblicato video di esercitazioni di “attacco decapitazione” che utilizzavano droni da ricognizione e munizioni di precisione per distruggere obiettivi simulati di alto valore.  Il linguaggio visivo di questi video, filtrato attraverso piattaforme di social media come TikTok e WeChat, è progettato per creare un “livello biologico” di stress, prendendo di mira direttamente l’amigdala per indurre paura e paralisi decisionale.

Deepfake generati dall’intelligenza artificiale e disinformazione sintetica

Il ciclo 2025-2026 ha visto un’impennata nell’uso dell’IA generativa per creare disinformazione iperrealistica. L’Ufficio di sicurezza nazionale di Taiwan (NSB) ha registrato oltre 2,3 milioni di elementi di disinformazione solo nel 2025, una parte significativa dei quali ha utilizzato la tecnologia Deepfake.

Queste risorse sintetiche vengono impiegate in tre vettori specifici:

  • Decapitazione politica: video falsificati di leader taiwanesi che discutono di resa o corruzione interna.
  • Discordia sociale: account “lifestyle” generati dall’IA su Threads e X che guadagnano follower attraverso contenuti innocui prima di virare verso messaggi politici incendiari.
  • Disfattismo militare: “Armate d’acqua su Internet” coordinate che amplificano le immagini delle attrezzature dell’Esercito Popolare di Liberazione per esagerare il “divario di potere” tra le forze contrapposte dello Stretto.

Comportamento inautentico coordinato e basi di “stile di vita”

Un rapporto pubblicato dall’Ufficio di Sicurezza Nazionale di Taiwan nel gennaio 2026 ha identificato il Gruppo Wubianjie e altre società di marketing di terze parti incaricate dall’Esercito Popolare di Liberazione di creare “account dormienti”. Questi account utilizzano anchor generati dall’intelligenza artificiale, spesso donne attraenti o “medici IA”, per costruire fiducia all’interno delle comunità digitali taiwanesi. La strategia è quella dell’influenza “dal centro verso l’esterno”: una volta radicati nel tessuto sociale, questi resoconti possono essere “ribaltati” durante una crisi dinamica per diffondere il panico. Ad esempio, durante le cancellazioni dei voli del dicembre 2025, questi resoconti hanno contemporaneamente promosso la narrazione secondo cui il governo taiwanese aveva “abbandonato” i suoi cittadini all’isolamento militare.

Resilienza cognitiva: la controffensiva di Taiwan

In risposta a questa “soppressione invisibile”, il Ministero della Difesa Nazionale di Taiwan (MND) ha implementato protocolli di “rafforzamento cognitivo”. A partire dal 2025, il programma televisivo militare Juguang Garden ha integrato la formazione all’alfabetizzazione mediatica per tutti i membri delle forze armate. Inoltre, Taiwan ha sfruttato la sua vivace società civile, tra cui il Taiwan FactCheck Centerl’IORG e i Taiwan AI Labs, per smascherare le narrazioni della RPC in tempo quasi reale. Questo modello di resilienza “dell’intera nazione” è progettato per trasformare la popolazione da un bersaglio passivo in una rete di sensori attiva contro le operazioni di influenza straniera.

La simulazione del “deepfake di resa” del presidente di Taiwan Lai

Nel gennaio 2026, l’NSB ha messo in guardia contro uno scenario potenzialmente catastrofico: un deepfake ad alta fedeltà del presidente taiwanese Lai che annuncia un “accordo di pace” negoziato durante un’interruzione di internet causata dal taglio del cavo da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione. Se la Cina riesce a clonare le voci e gli accenti dei leader taiwanesi utilizzando i dati raccolti da aziende come iFlytek, il “divario di autenticità” diventa quasi impossibile da colmare nel vivo di un conflitto cinetico.

La narrativa dello “scetticismo verso gli Stati Uniti”: la frattura dell’Alleanza

Un tema primario delle operazioni cognitive della Repubblica Popolare Cinese all’inizio del 2026 è la promozione dello “scetticismo verso gli Stati Uniti” (Yimeilun). Queste narrazioni sfruttano i dibattiti politici interni statunitensi sulla “condivisione degli oneri” e sulle politiche “America First” per suggerire che l’Amministrazione Trump, alla fine, baratterà la sicurezza di Taiwan in cambio di un accordo più ampio con Pechino. Amplificando spezzoni di politici statunitensi che mettono in discussione il costo della difesa nell’Indo-Pacifico, Pechino mira a creare una “profezia che si autoavvera” di abbandono che innesca la frammentazione politica all’interno di Taipei.

La “Zona Grigia” non è più solo lo spazio di ambiguità e competizione strategica situato tra la pace formale e la guerra aperta, sfruttato per logorare l’avversario tramite azioni sotto-soglia; è una frontiera digitale e psicologica. La capacità della Repubblica Popolare Cinese di normalizzare la Strategia della Paralisi dipende dal suo successo nel dominio cognitivo. Se il popolo taiwanese crede che la resistenza sia inutile – che le energie si esauriranno, che le navi non arriveranno e che l'”inevitabilità” della riunificazione sia un fatto storico – allora il Partito Comunista Cinese ha già vinto.

La battaglia del futuro per le Alleanze (NATO, AUKUS, QUAD) è la neutralizzazione della “repressione invisibile” della Repubblica Popolare Cinese, attraverso una deterrenza collettiva e multidominio in grado di garantire a Taiwan di rimanere un “faro” di democrazia, autodeterminazione e sovranità nell’Indo -Pacifico, anziché essere vittima di una sconfitta lenta e invisibile.

 

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INTERVISTA A S.E. VINCENT Y.C. TSAI – AMBASCIATORE DE FACTO DELLA REPUBBLICA DI CINA (TAIWAN) NELLA REPUBBLICA ITALIANA

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24 Agosto 2026

L’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli” ha avuto l’onore e il piacere di intervistare il Rappresentante della diplomazia taiwanese a Roma, S.E. Vincent Y.C. Tsai, 

di Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo

Focus sulle relazioni politiche e diplomatiche tra Repubblica di Cina e Repubblica Italiana

Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia

Per l’Italia la questione di sicurezza e stabilità di Taiwan presenta un elevato livello di interesse in ragione della condivisione di valori democratici, della struttura industriale nazionale, della presenza di imprese nei settori della meccanica, dell’automotive, della robotica, dell’aerospazio, dell’elettronica e delle tecnologie avanzate, nonché delle potenzialità di cooperazione scientifica, accademica e culturale. Ossia, settori strategici su cui il Sistema-Italia ha interessi di tipo industriale ed economico, oltre che di sicurezza, di primaria importanza. È in questo scenario che assume notevole rilevanza strategica l’Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia: nel linguaggio comune può essere indicato come “Ambasciata di Taipei” ma non in documenti ufficiali, dato il non riconoscimento dell’esistenza dello Stato quale autonomo e indipendente da parte della Repubblica Italiana. Dal punto di vista del diritto diplomatico, l’Ufficio di Rappresentanza di Taipei formalmente non esercita le prerogative di una Ambasciata.

La denominazione ufficiale predisposta ed utilizzata dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Cina è “Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia”, con sede a Roma. Il Ministero degli Esteri taiwanese indica inoltre l’esistenza di un ufficio attivo a Milano, destinato a rafforzare la presenza e l’assistenza di Taipei nel Nord Italia. Il rappresentante dell’Ufficio Consolare di Milano è il Direttore Generale Dott. Riccardo Tsan-Nan LIN. La scelta terminologica che esclude ufficialmente i termini Ambasciata o Consolato riflette precisamente lo status internazionale controverso di Taiwan e la natura delle relazioni con gli Stati che, pur non riconoscendo Taipei come Stato diplomaticamente separato dalla Cina, intrattengono con esso rapporti sostanziali. L’Ufficio romano svolge pertanto molte delle funzioni normalmente associate a una missione diplomatica: rappresentanza politica, promozione economica, rapporti culturali e accademici, cooperazione istituzionale, assistenza consolare, rapporti con media, università, imprese e società civile. Tuttavia, esercita le proprie funzioni attraverso un quadro giuridico e politico differente da quello di una normale ambasciata.

La presenza di una struttura dedicata agli affari economici e di una struttura culturale permette inoltre di considerare la rappresentanza non solto un organismo diplomatico in senso lato, piuttosto uno strumento di diplomazia economica, scientifica, culturale e di public diplomacy. La dimensione economica costituisce una delle direttrici più significative. Taiwan e Italia dispongono di economie differenti ma complementari: l’isola è fortemente specializzata nei settori dell’elettronica, nei semiconduttori e nelle tecnologie digitali, mentre l’Italia possiede competenze consolidate nella meccanica, nella manifattura avanzata, nell’automotive, nella robotica, nel design, nei beni strumentali, nell’agroalimentare, nei servizi e in numerosi comparti del made in Italy. La complementarità può quindi essere tradotta in partnership industriali, trasferimento tecnologico, ricerca applicata e integrazione nelle catene globali del valore. La dimensione culturale e accademica costituisce un secondo asse, sostenuto da scambi universitari, studi sinologici e taiwanesi, cooperazione scientifica e iniziative volte a rafforzare la conoscenza reciproca. In questo quadro assume rilievo anche la decisione dell’Università di Roma Tre di sviluppare un programma di Taiwan Studies in collaborazione con la rappresentanza taiwanese, iniziativa che si inserisce in una più ampia strategia di rafforzamento della ricerca e della visibilità internazionale di Taiwan.

Chi è l’Ambasciatore de facto di Taipei in Italia – S.E. Vincent Y.C. Tsai

Ambasciatore Taiwan S.E. Vincent Y.C. TSAI

Il Rappresentante della diplomazia taiwanese a Roma è, attualmente, l’Ambasciatore de facto S.E. Vincent Y.C. Tsai, indicato ufficialmente dal Ministero degli Esteri della Repubblica di Cina come “Representative” dell’Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia. Il suo nome in lingua cinese è 蔡允中. L’Ambasciatore Tsai è giunto a Roma nel 2023 e ha assunto la guida della rappresentanza in una fase nella quale la relazione fra Taiwan, Cina, Stati Uniti ed Europa è divenuta progressivamente sempre più rilevante nell’agenda strategica internazionale. Il Dott. Tsai ha acquisito la propria formazione di studio nell’ambito delle Scienze Politiche e ha ricoperto precedenti incarichi diplomatici negli Stati Uniti e in Giappone.

La sua attività in Italia si caratterizza dal principio per un forte impegno esercitato allo scopo di rafforzare i rapporti bilaterali in ambito economico, scientifico, culturale e politico tra i due Stati, con particolare attenzione alle convergenze fra le rispettive strategie di sviluppo e le possibilità di cooperazione industriale. In una fase iniziale del suo mandato, Tsai ha indicato la possibilità di mettere in relazione la New Southbound Policy taiwanese con il Piano Mattei italiano, individuando settori quali infrastrutture, automotive, macchinari pesanti, ICT, commercio elettronico, energia pulita, sanità, smart cities e agricoltura come possibili aree di collaborazione.

INTERVISTA A S.E. VINCENT Y.C. TSAI – AMBASCIATORE DE FACTO DELLA REPUBBLICA DI CINA (TAIWAN) NELLA REPUBBLICA ITALIANA

L’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli” ha avuto l’onore e il piacere di intervistare S.E. Vincent Y.C. Tsai, che con grande cortesia e disponibilità ha gentilmente accettato di rispondere alle nostre domande, in merito alle sfide di sicurezza che minano la stabilità e le prospettive di sicurezza di Taiwan, la proiezione geopolitica che le istituzioni nazionali hanno assunto sullo scacchiere internazionale e la cooperazione in essere con i partner euro-atlantici, in materia di Difesa dalle minacce convenzionali e ibride della Repubblica Popolare Cinese.

Ambasciatore Tsai, la cooperazione tra la Repubblica di Cina, gli Stati dell’Indo-Pacifico ed i partner euro-atlantici, potrebbe dar vita a una politica comune in materia di Difesa che permetta d’agire in sintonia, in caso di attacco da parte della Repubblica Popolare Cinese ai vostri danni?

Di fronte alla continua espansione militare della Repubblica Popolare Cinese (PRC) e alle gravi sfide poste dalla situazione nell’Indo-Pacifico, Taiwan ha sempre aderito alla logica di difesa fondamentale, cioè “prepararsi alla guerra per evitarla, ed essere in grado di combatterla per fermarla”. Il quadro di sicurezza della regione dell’Indo-Pacifico con quello dell’intero blocco euro-atlantico è già strettamente interconnesso. Sebbene non ci sia un trattato di difesa collettiva formale firmato tra i paesi dell’Indo-Pacifico e la NATO, la mancanza di una “NATO asiatica” e il timore di alcuni membri europei di una eccessiva estensione delle capacità strategica (Overstretch), entrambe le parti stanno costruendo un meccanismo di cooperazione basato sulla “coordinazione simultanea” attraverso quattro pilastri strategici fondamentali.

Sul piano della struttura politica e normativa, con il Programma di Partenariato Individualizzato (ITPP) della NATO, tramite pure i meccanismi multilaterali come AUKUS e QUAD approfondiamo anche la resilienza delle catene di approvvigionamento, la difesa contro cyber attacchi e la cooperazione sulle tecnologie innovative.

Per quanto riguarda la deterrenza industriale e la logistica, ci impegniamo a uniformare gli standard delle munizioni e a stabilire meccanismi transnazionali per la manutenzione, la riparazione e la revisione di navi e equipaggiamenti militari per preservare la sostenibilità logistica in caso di conflitti prolungati ad alta intensità. Sull’interoperabilità militare, partecipando a esercitazioni congiunte multinazionali (come Pitch Black e RIMPAC), estendiamo gli standard di comando e di comunicazione tattica della NATO ai partner dell’Indo-Pacifico, consentendo alle forze aeree e navali dei vari paesi di condividere sistemi di comando comuni.

Infine, sulla sicurezza informatica, spaziale, economica e di intelligence, condividiamo contemporaneamente i dati e pre-coordiniamo piani contro il blocco degli Stretti e di sanzioni economiche, tagliando i rifornimenti energetici e le linee vitali del commercio cinese. Nell’ipotesi effettiva dell’inizio di un conflitto, riteniamo che solo quando e se i paesi democratici dimostreranno solidarietà di coordinamento strategico e di consenso sulla difesa, la Cina sarà costretta a riconsiderare e rivalutare attentamente l’enorme prezzo da pagare per la sua decisione, valutando di conseguenza se continuarlo e riconsiderando al tempo stesso I suoi costi associati con annesse ripercussioni. In questo modo (e solo in questo) potremo garantire la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan a lungo termine dalle minacce che impattano sulla sua sicurezza.

Il ruolo strategico ricoperto da Taipei nel mercato di produzione ed esportazione globale dei semiconduttori rappresenta un punto focale nella ridefinizione degli equilibri geopolitici, all’interno della competizione tra superpotenze. Come il vostro Stato può utilizzare le proprie capacità nel settore per aumentare la propria influenza internazionale?

Taiwan ha un ruolo cruciale e insostituibile nella produzione globale high-tech e nella catena di approvvigionamento dei semiconduttori, producendo oltre il 60% dei chip a livello mondiale e più del 90% dei chip con processi avanzati ai 7 nanometri, come quelli realizzati da TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company): questo è il ben noto “scudo di silicio” (Silicon Shield) di cui disponiamo. Ciononostante, non abbiamo mai considerato questo vantaggio di leadership come un mero strumento di interesse geopolitico egoistico, bensì lo abbiamo trasformato in una “catena di approvvigionamento affidabile per la difesa della democrazia e della sicurezza economica globale”.

Con i tentativi dei regimi autoritari di trattare l’economia come un’arma, attuando coercizioni e monopoli sulle catene di approvvigionamento globali, Taiwan ha preso l’iniziativa, approfondendo la cooperazione tecnologica e i partenariati attraverso la collaborazione con l’Unione Europea (UE) in merito all’European Chips Act, l’implementazione del Chips and Science Act statunitense e gli investimenti in translocalizzazione in Giappone (a Kumamoto) e negli Stati Uniti (in Arizona). Questa diplomazia tecnologica non solo ha contrastato con successo la coercizione economica, ma ha dimostrato alla comunità internazionale che Taiwan non è soltanto il motore propulsore della prosperità economica globale, ma anche un alleato affidabile nella tutela del commercio libero e dei valori democratici. Continueremo a fare la nostra parte come “forza positiva per il bene nel mondo”, utilizzando la forza tecnologica di cui disponiamo per promuovere la cooperazione internazionale e garantire autonomia, sicurezza e prosperità del campo democratico nei settori tecnologici critici.

Skyline Taipei

La componente interna alle istituzioni e alla società taiwanese, sia pure minoritaria, che sembra tendere al ricongiungimento con la Repubblica Popolare cinese o, comunque, a stipulare compromessi sull’indipendenza e l’autodeterminazione dello Stato, rischia di divenire maggioritaria se alimentata dall’influenza esterna operata da attori nemici? Nello scenario descritto, quale ruolo esercita la disinformazione operata dalla Repubblica Popolare cinese e su che strumenti la stessa si fonda?

In quanto democrazia tra le più vivaci dell’Asia, la libertà d’espressione, il pluralismo del giornalismo e lo spirito dello stato di diritto per Taiwan rappresentano i nostri beni più preziosi. Tuttavia, ciò consente anche alle autorità di Pechino di sfruttare le caratteristiche di una società aperta per lanciare operazioni di guerra cognitiva sofisticate e diffondere disinformazione su vasta scala. Secondo rapporti di ricerca internazionali autorevoli (come il rapporto sulla democrazia del V-Dem dell’Università di Göteborg in Svezia), con centinaia di milioni di attacchi informatici e campagne di disinformazione, Taiwan è da tempo in cima alla classifica mondiale dei paesi più esposti agli attacchi di fake news straniere.

La Cina si avvale da tempo di eserciti di bot online d’oltremare, content farm, alterazioni tramite intelligenza artificiale generativa, incentivi economici e collaboratori locali per fabbricare sistematicamente conflitti all’interno della società taiwanese e diffondere dubbi sugli USA e l’affidabilità del loro sostegno, alimentando il disfattismo o strumentalizzando il panico tra i cittadini, con il chiaro intento di minare dall’interno la volontà di difesa e la convinzione democratica del popolo. Di fronte a questa guerra ibrida che combina minacce tradizionali e infiltrazioni non convenzionali, il governo taiwanese e la società civile (inclusi organizzazioni indipendenti come il Taiwan FactCheck Center, la Black Bear Academy, il Doublethink Lab e altre ONG) stanno costruendo in modo completo la “resilienza di difesa dell’intera società”. Con i chiarimenti interministeriali in tempo reale, il miglioramento della trasparenza delle informazioni, la promozione dell’educazione sulle risorse da media e la partecipazione attiva alle reti di difesa democratica internazionale, condividiamo con i partner globali le nostre esperienze pratiche nell’affrontare le interferenze autoritarie.

Il popolo taiwanese ha una ferma e incrollabile adesione al proprio stile di vita democratico: qualsiasi tentativo volto a raggiungere scopi politici con l’infiltrazione cognitiva e la divisione fallirà irrimediabilmente di fronte alla matura resilienza democratica di Taiwan.

In che modo la Repubblica di Cina sta esercitando un ruolo diplomatico importante nel continente africano, in particolare nelle relazioni con lo Stato dell’ex Swaziland, oggi Regno di eSwatini: ossia, l’unico in Africa che riconosca ufficialmente l’indipendenza e l’esistenza in quanto entità autonoma del vostro Stato?

Di fronte alle pressioni incessanti esercitate dalla Cina nella comunità internazionale, alla diplomazia del cosiddetto “compra tutto” e ai tentativi malevoli di comprimere lo spazio internazionale di Taiwan, la politica estera del nostro Stato si è sempre attenuta allo spirito della “diplomazia basata sui valori”, improntata al pragmatismo, alla concretezza e al mutuo vantaggio. Nel continente africano, manteniamo con il nostro unico alleato, il Regno di eSwatini, un legame di amicizia profondo e solido, che dura da oltre mezzo secolo. Per anni, abbiamo inviato missioni mediche stanziali a eSwatini e avviato progetti di cooperazione concreti e altamente efficaci in settori quali la cooperazione agricola, la formazione professionale, le infrastrutture di base, lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, oltre all’empowerment femminile. Ad esempio, il progetto della clinica medica mobile taiwanese, avviato nel 2009, ha assistito cumulativamente oltre 300.000 residenti locali.

Allo stesso modo, la cooperazione nei settori dell’energia solare e dell’istruzione tecnica ha migliorato concretamente il benessere dei cittadini di eSwatini, dimostrando che la partecipazione internazionale di Taiwan non si fonda mai su slogan o finanziamenti, bensì sulla conquista del rispetto sincero e della fiducia della comunità internazionale attraverso lo spirito umanitario, le competenze professionali e i contributi reali. eSwatini ha sostenuto fermamente Taiwan parlando a nostro favore con coraggio in importanti consessi internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e le Nazioni Unite, costituendo la migliore testimonianza storica del mutuo soccorso e del principio per cui “nelle difficoltà si riconoscono i veri amici”, soprattutto tra partner democratici. Continueremo a intensificare la cooperazione bilaterale con eSwatini e a dimostrare alla comunità internazionale il fermo impegno di Taiwan in qualità di forza positiva e responsabile per il bene nel mondo.

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Intervista all’Ambasciatore della Repubblica Moldova in Italia – S.E. Oleg NICA

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10 Agosto 2026

di Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo

L’Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica Moldova nella Repubblica Italiana, Oleg Nica, diplomatico moldavo con carriera ed esperienza di servizio ultraventennale, laureato in giurisprudenza e già Console Generale della Repubblica Moldova a Milano, ricopre dal 2024 l’incarico di Ambasciatore della Repubblica Moldova in Italia. La Repubblica Moldova ha un alto valore strategico per la difesa dell’Europa dalle minacce ibride e convenzionali poste dalla Federazione Russa, la diplomazia e dove la profonda conoscenza delle FIMI russe rappresentano un asset fondamentale nella difesa, sicurezza, integrità politica e territoriale e dei valori delle democrazie sul fianco Est del continente europeo, sotto la minaccia costante di Mosca. Nell’intervista rilasciata all’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli”, l’Ambasciatore Nica espone in maniera dettagliata i punti cardine della nuova Strategia di Difesa Nazionale 2025 – 2035 della Repubblica Moldova, varata dal governo agli inizi dello scorso ottobre. Inoltre, il diplomatico focalizza l’attenzione sui progressi compiuti dalla Repubblica Moldova nel proprio percorso di adesione all’Unione Europea e di cooperazione con la NATO, denunciando al tempo stesso l’evoluzione della situazione di (in)sicurezza in essere nel territorio moldavo della Transnistria, illegalmente occupata da migliaia di militari appartenenti alle forze armate della Federazione Russa. Strumentalizzando tale presenza di militari, il Cremlino rivendica la sovranità sulla Transnistria, in spregio a qualsiasi norma del diritto internazionale, al rispetto dell’autodeterminazione dei popoli e della sovranità degli Stati.

Ambasciatore NICA, quali sono i punti cardine della strategia di difesa della Moldova dinanzi alle minacce e alle ingerenze della Federazione Russa?

La nostra strategia parte da una realtà semplice: la neutralità costituzionale non può essere confusa con la passività o con l’assenza di capacità di difesa. Al contrario, uno stato neutrale deve essere in grado di proteggere i propri cittadini, le proprie istituzioni democratiche, il territorio e la libertà di decidere autonomamente il proprio futuro.

L’azione della Repubblica Moldova si basa su tre pilastri principali: Il primo è il rafforzamento della capacità nazionale di difesa, attraverso la modernizzazione delle Forze Armate, il potenziamento della sorveglianza dello spazio aereo, lo sviluppo della difesa cibernetica, la formazione del personale e la creazione di strutture capaci di reagire rapidamente alle situazioni di crisi. Il secondo pilastro è la resilienza dello Stato e della società. Oggi la difesa di un paese non inizia soltanto dalle frontiere. Inizia nelle istituzioni pubbliche, nei sistemi energetici e digitali, nella protezione dei processi elettorali e nella capacità dei cittadini di riconoscere la disinformazione e i tentativi di manipolazione. Il terzo pilastro è rappresentato dai partenariati internazionali, in particolare con l’Unione Europea e con gli Stati che condividono gli stessi valori democratici.

La Repubblica Moldova non mira ad una militarizzazione della società, ma allo sviluppo di una capacità credibile di prevenzione, protezione e risposta. In sostanza, il nostro obiettivo è fare in modo che la Repubblica di Moldova non possa più essere resa vulnerabile attraverso pressioni e coercizioni energetiche, economiche, informative o cibernetiche. In questo contesto, è necessario menzionare in particolar modo gli attacchi ibridi, che si sono intensificati significativamente negli ultimi anni. Un esempio concreto è rappresentato dalle interferenze esterne senza precedenti che hanno accompagnato il referendum costituzionale e le elezioni presidenziali del 20 ottobre 2024, così come le elezioni parlamentari del 28 settembre 2025. Secondo le indagini condotte dalle autorità competenti, attori sostenuti dalla Federazione Russa hanno cercato non solo di ostacolare il regolare svolgimento delle consultazioni elettorali, ma anche di influenzare la scelta dei cittadini. Le azioni hanno incluso finanziamenti politici illegali, campagne massicce di disinformazione, manipolazione dell’opinione pubblica, utilizzo di contenuti generati dall’intelligenza artificiale e diffusione di scenari falsi e allarmistici riguardanti l’Unione Europea. La società moldava ha tuttavia dimostrato di essere più resiliente di quanto previsto.

Nonostante le ingerenze, i cittadini hanno confermato attraverso il loro voto la scelta europea della Repubblica Moldova. In generale, negli ultimi anni, le istituzioni del nostro Paese hanno acquisito un’importante esperienza nell’identificazione e nel contrasto delle interferenze informative. In questo contesto sono stati istituiti il Centro per la Comunicazione Strategica e il Contrasto alla Disinformazione e l’Agenzia per la Sicurezza Cibernetica, che contribuiscono al coordinamento della risposta istituzionale e al rafforzamento della resilienza della società.

È preoccupante l’attuale situazione di sicurezza all’interno del territorio autoproclamatosi indipendente della Transnistria? C’è il rischio di destabilizzazione o di un attacco da parte delle migliaia di truppe russe presenti nella regione, contro il resto del territorio nazionale della Moldova o la limitrofa Ucraina?

La situazione deve essere affrontata con la massima serietà, ma senza creare allarmismi. La presenza illegale delle truppe della Federazione Russa sul territorio della Repubblica Moldova rappresenta una grave violazione della sovranità, dell’indipendenza e della neutralità costituzionale del nostro Paese. Attualmente, la situazione di sicurezza nella regione transnistriana è stabile e le autorità della Repubblica Moldova non dispongono di informazioni che indichino la preparazione di un’offensiva contro la riva destra del fiume Nistru o contro l’Ucraina. Allo stesso tempo, la realtà sociale ed economica della regione dimostra che le due rive del Nistru sono molto più vicine di quanto suggerisca la narrativa separatista. Numerosi abitanti della regione lavorano, studiano o usufruiscono di servizi sulla riva destra. Inoltre, l’economia della regione è profondamente connessa al mercato europeo.

Nel primo semestre del 2026, il 77% delle esportazioni degli operatori economici della regione transnistriana è stato destinato all’Unione Europea, mentre il 42% delle importazioni proveniva dallo spazio europeo. Questa integrazione economica rappresenta un argomento molto forte a favore della reintegrazione pacifica del Paese. L’approccio della Repubblica Moldova rimane fermo e coerente: il ritiro delle truppe russe, l’evacuazione o la distruzione controllata delle munizioni e la risoluzione del conflitto devono avvenire esclusivamente attraverso il dialogo e mezzi pacifici. Per noi, la reintegrazione non è soltanto una questione territoriale. Essa rappresenta l’obbligo di garantire sicurezza, diritti e un futuro europeo a tutti i cittadini della Repubblica Moldova, indipendentemente dalla riva del Nistru sulla quale vivono.

Quali sono i maggiori pericoli che la Moldova riscontra per la sicurezza nazionale a causa delle minacce ibride e convenzionali della Federazione Russa?

La caratteristica più pericolosa della guerra ibrida è che essa cerca di indebolire uno Stato senza dichiarargli formalmente guerra. Non si tratta di una minaccia specifica soltanto per la Repubblica Moldova. È una sfida per le democrazie europee nel loro complesso, poiché le nuove tecnologie, le piattaforme digitali e i meccanismi di finanziamento non trasparenti consentono agli attori stranieri di intervenire nella vita interna di uno Stato in modo sempre più rapido e sofisticato. Nel caso della Repubblica Moldova, osserviamo azioni condotte contemporaneamente su diversi fronti: disinformazione e propaganda, finanziamenti politici illegali, tentativi di influenzare le elezioni, attacchi cibernetici, sfruttamento delle tensioni sociali, utilizzo della corruzione e della criminalità organizzata, oltre a pressioni economiche ed energetiche.

L’obiettivo principale non è soltanto un’istituzione o un governo. Il vero bersaglio è la fiducia dei cittadini: la fiducia nella democrazia, nelle istituzioni dello Stato, nei partner europei e, in ultima analisi, nella capacità della Repubblica Moldova di esistere come Stato indipendente. Il nostro obiettivo non è trasformare la Repubblica Moldova in uno Stato militarizzato, ma in una repubblica democratica molto più difficile da destabilizzare.

Quali sono i punti focali e gli obiettivi della nuova strategia militare 2025-2035 approvata recentemente dal governo della Moldova?

La nuova strategia militare non rappresenta soltanto un elenco di equipaggiamenti da acquistare. Essa propone la trasformazione graduale delle Forze Armate, da una struttura concepita per le realtà di sicurezza del passato, in una forza moderna con elevata mobilità, adeguatamente addestrata e capace di reagire rapidamente. Tra le priorità fondamentali vi sono lo sviluppo dei sistemi di sorveglianza e difesa aerea, il miglioramento delle capacità di rilevamento precoce delle minacce, la modernizzazione dei sistemi di comando, controllo e comunicazione, il rafforzamento della difesa cibernetica e delle capacità di guerra elettronica, il contrasto ai droni, nonché lo sviluppo della mobilità e del supporto logistico.

Un’attenzione particolare è dedicata alla formazione e preparazione operativa del personale, alla modernizzazione della dottrina militare e all’interoperabilità con le istituzioni nazionali e con i partner esterni. Allo stesso tempo, l’Esercito Nazionale deve rimanere in grado di sostenere le autorità civili nelle situazioni di emergenza e di partecipare alle missioni internazionali di mantenimento della pace. La Repubblica Moldova dimostra di voler essere non soltanto un beneficiario della sicurezza internazionale, ma anche un contributore responsabile. I militari dell’Esercito Nazionale partecipano alle missioni KFOR in Kosovo e UNIFIL in Libano, beneficiando anche del sostegno logistico e professionale dell’Italia. Per un Paese delle dimensioni della Repubblica Moldova, l’efficacia della difesa non si misura soltanto attraverso il numero dei militari, ma attraverso la capacità di individuare tempestivamente il pericolo, assumere rapidamente decisioni e reagire in modo coordinato.

Quale sostegno politico, diplomatico e securitario la Moldova auspica e si aspetta di ricevere dai partner europei negli anni a venire?

Innanzitutto, abbiamo bisogno di continuità e chiarezza politica nel processo di adesione all’Unione Europea. Per la Repubblica Moldova, la prospettiva europea non rappresenta soltanto un progetto economico o istituzionale; è anche il più importante progetto di sicurezza e modernizzazione nella storia del Paese. Sul piano diplomatico, è essenziale mantenere una posizione europea unitaria a sostegno della sovranità e dell’integrità territoriale della Repubblica Moldova e dello sviluppo economico del Paese. Sul piano della sicurezza, il sostegno di cui abbiamo bisogno è molto concreto: sistemi di sorveglianza e protezione dello spazio aereo, equipaggiamenti moderni, sicurezza cibernetica, protezione delle infrastrutture critiche, rafforzamento della gestione delle crisi, formazione del personale e scambio di informazioni. L’Unione Europea è diventata il principale partner della Repubblica Moldova nel rafforzamento del settore della sicurezza e della difesa.

Nel periodo 2021-2026, attraverso lo Strumento Europeo per la Pace, l’Unione Europea ha stanziato 317 milioni di Euro per la modernizzazione e l’aumento dell’efficienza operativa delle Forze Armate della Repubblica Moldova. Parallelamente, la Missione di Partenariato dell’Unione Europea sostiene le istituzioni moldove nella gestione delle crisi e nel contrasto alle minacce ibride, cibernetiche e informative. Questo sostegno non deve essere considerato un atto di carità. Una Repubblica Moldova stabile e resiliente significa un’Europa più sicura.

Esiste un arco temporale entro cui si ritiene fattibile la piena adesione all’Unione Europea?

Il nostro obiettivo politico di entrare a far parte dell’Unione Europea è chiaro: completare i negoziati di adesione entro il 2028 ed essere pronti a diventare Stato membro entro il 2030. Naturalmente, l’adesione è un processo basato sul merito. Il ritmo dipenderà dalla nostra capacità di realizzare le riforme, applicare la legislazione europea e dimostrare risultati duraturi in settori quali la giustizia, la pubblica amministrazione, l’economia e la lotta alla corruzione. Nel giugno 2026 sono stati aperti i negoziati per il Cluster 1, “Valori fondamentali”, e nel luglio 2026 per il Cluster 6, “Relazioni esterne”, che comprende la politica estera, di sicurezza e di difesa. Questi sviluppi confermano che il processo è entrato in una fase concreta e sostanziale e che la Repubblica Moldova è leader nell’attuazione delle riforme tra gli stati candidati, dopo aver ottenuto questo status nel 2022.

La Repubblica Moldova ambisce a far parte dell’Alleanza Atlantica?

Per quanto riguarda la NATO, la Repubblica Moldova non ha attualmente fissato un obiettivo di adesione. La Costituzione sancisce la neutralità permanente dello Stato e questa realtà deve essere rispettata. La neutralità, tuttavia, non esclude la cooperazione. La Repubblica Moldova collabora con la NATO nell’ambito del Partenariato per la Pace e dei programmi di rafforzamento delle capacità nel settore della sicurezza e della difesa. La cooperazione riguarda la riforma delle istituzioni, la formazione, la difesa cibernetica, la gestione delle crisi e la partecipazione alle missioni di mantenimento della pace. Pertanto, è necessario distinguere chiaramente tra cooperazione e adesione: la cooperazione ci aiuta a proteggere meglio i nostri cittadini senza modificare lo status costituzionale della Repubblica Moldova.

Quali sono i punti cardine e i valori che contraddistinguono la diplomazia della Moldova nella politica internazionale?

La diplomazia della Repubblica Moldova si fonda sul rispetto del diritto internazionale, della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati, sulla soluzione pacifica dei conflitti, sulla democrazia, sui diritti umani e sulla cooperazione multilaterale. L’integrazione europea rappresenta oggi l’asse centrale della nostra politica estera. Questo obiettivo non è più soltanto il programma di un governo o di una maggioranza politica, ma è sancito dalla Costituzione della Repubblica Moldova.

L’apertura dei negoziati per i cluster “Valori fondamentali” e “Relazioni esterne” dimostra sia i progressi compiuti sia la disponibilità della Repubblica Moldova ad allinearsi alla politica estera, di sicurezza e commerciale dell’Unione Europea. Per uno Stato delle dimensioni della Repubblica Moldova, la credibilità rappresenta una delle risorse diplomatiche più importanti. Possiamo essere un Paese piccolo, ma avere una voce rispettata quando siamo coerenti, prevedibili e fedeli ai principi che promuoviamo.

Quali sono le prospettive e le opportunità di cooperazione tra Italia e Moldova nei settori strategici della sicurezza e dell’economia?

L’Italia è per la Repubblica Moldova molto più di un importante partner economico e d’investimento. È un partner strategico nel nostro processo di integrazione europea e il Paese nel quale vive una delle più numerose comunità moldave nel mondo. Circa 300.000 cittadini moldavi hanno trovato una seconda casa in Italia, e il loro professionalismo, senso di responsabilità e qualità del lavoro sono ampiamente riconosciuti e apprezzati dalla società italiana. Questa comunità rappresenta oggi un vero ponte umano, culturale ed economico tra i nostri due Paesi. Allo stesso tempo, l’Italia è anche uno dei principali partner commerciali e investitori della Repubblica Moldova. Attualmente è il quarto maggiore investitore nel nostro Paese e sul mercato moldavo operano circa 1.100 aziende a capitale italiano.

Questi dati sono importanti, ma ritengo che il potenziale della relazione economica sia molto più grande. Vogliamo passare da un modello fondato prevalentemente sulla produzione e sulla competitività dei costi a un modello orientato agli investimenti ad alto valore aggiunto, alle tecnologie, all’energia, al settore farmaceutico, alle infrastrutture, all’agroindustria e alla digitalizzazione. Le imprese italiane possono guardare alla Repubblica Moldova non come un mercato di dimensioni ridotte, ma come un Paese che si sta rapidamente integrando nel mercato unico europeo e che può diventare una piattaforma regionale per gli investimenti e per i futuri progetti di ricostruzione dell’Ucraina.

Come sta cambiando la politica energetica moldava per aumentare l’indipendenza in questo settore strategico per l’economia e la sicurezza nazionale?

Per decenni, la dipendenza energetica è stata una delle maggiori vulnerabilità della Repubblica Moldova ed è stata utilizzata anche come strumento di pressione politica. In pochi anni, tuttavia, siamo riusciti a cambiare radicalmente questa situazione. Siamo passati da una dipendenza quasi totale da un unico fornitore alla diversificazione delle fonti e delle rotte di approvvigionamento, alla costituzione di riserve strategiche e alla progressiva integrazione nel mercato energetico europeo. Un ruolo decisivo è stato svolto dal gasdotto Iași–Ungheni–Chișinău. Il progetto è stato completato e testato nel 2021, mentre la capacità dell’infrastruttura sul territorio della Romania è stata ampliata affinché l’interconnettore potesse trasportare volumi sufficienti a soddisfare le necessità della riva destra della Repubblica Moldova. Il gasdotto ha iniziato a essere utilizzato commercialmente a una capacità significativa nella stagione invernale 2022-2023.

Un progetto strategico è anche rappresentato dalla linea elettrica aerea da 400 kV Vulcănești–Chișinău. I lavori di costruzione sono stati completati alla fine di giugno 2026 e l’infrastruttura si trova nella fase di test e preparazione per l’entrata in esercizio commerciale. Questa linea consentirà il trasporto diretto dell’energia elettrica dalla Romania verso il centro del Paese e ridurrà le vulnerabilità legate alle infrastrutture situate nella regione transnistriana. La Repubblica Moldova ha compiuto progressi significativi anche nel settore delle energie rinnovabili. Nel 2025, il 25% del consumo finale lordo di energia elettrica è stato coperto da fonti rinnovabili. In alcuni periodi particolarmente favorevoli, come nell’aprile 2025, la quota di energia rinnovabile prodotta localmente ha raggiunto il 36% dei consumi. L’indipendenza energetica non significa produrre autonomamente ogni metro cubo di gas o ogni unità di energia elettrica. Significa avere un numero sufficiente di fonti, rotte e alternative, affinché nessun fornitore possa più utilizzare l’energia come strumento per influenzare l’orientamento politico della Repubblica Moldova.

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La Francia si prepara alle elezioni presidenziali con una nuova strategia di contrasto alle FIMI

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Agosto 2026

La Repubblica Francese, che possiede territori disseminati su più continenti e oceani, implementa ed estende ai singoli individui le sanzioni europee di contrasto alle operazioni ibride.

di Francesco D’Arrigo

La decisione della Francia di espellere la nota commentatrice russa Kseniya Fedorova, ex direttrice della rete televisiva Russia Today – RT France, segna un significativo cambiamento di strategia del Paese al contrasto delle operazioni FIMI.  Le autorità francesi hanno concluso che le sue attività rappresentano una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale, in quanto diffondono narrazioni ingannevoli e disinformazione russa in un momento in cui la Francia si appresta ad affrontare il delicato periodo pre-elettorale in vista delle elezioni presidenziali del 2027.

Il provvedimento riflette un più ampio riconoscimento del fatto che le operazioni di influenza del Cremlino si estendono ben oltre lo spionaggio tradizionale e si basano sempre più sulla guerra dell’informazione per radicalizzare il dibattito politico, minare la fiducia del pubblico nelle istituzioni democratiche e amplificare la polarizzazione sociale. Prendendo di mira i propagandisti influenti anziché esclusivamente i media controllati dallo Stato, Parigi espande il paradigma di contrasto europeo alla manipolazione delle informazioni e ingerenza da parte di attori stranieri, o FIMIForeign Information Manipulation and Interference.

Il regime sanzionatorio previsto dal Regolamento 833/2014 del 31 luglio 2014, adottato dall’Unione Europea concernente misure restrittive in considerazione delle azioni della Russia che destabilizzano la situazione in Ucraina, che vieta di diffondere o contribuire a diffondere i contenuti di soggetti in quanto emittenti, testate e piattaforme direttamente gestite o coordinate dai Servizi di intelligence russi, la Francia lo estende anche nei confronti degli individui che agiscono come vettori di influenza straniera, le cui attività vengano considerate una minaccia per gli interessi nazionali.

La tempistica di questa decisione è strategicamente significativa.  La Russia ha ripetutamente cercato di sfruttare i cicli elettorali in tutta Europa attraverso campagne di disinformazione coordinate, amplificando narrazioni estremiste e sostenendo attori politici che promuovono posizioni favorevoli a Mosca

Le elezioni presidenziali francesi del 2027 e quelle dei Paesi membri della Coalizione dei Volenterosi: Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Regno Unito e Ucraina (che proprio a Parigi hanno annunciato la creazione di un’alleanza per la costruzione di missili antibalistici), rappresentano obiettivi di influenza e ingerenza di importanza strategica per il Cremlino.

La Francia, che nella nuova architettura di sicurezza europea, nella NATO e nel continuo sostegno militare all’Ucraina ricopre un ruolo di leadership, sta adottando nuove misure di contrasto alle attività FIMI russe e  le modalità per ridurre la libertà operativa delle reti di influenza di Mosca, prima che la campagna elettorale entri nella sua fase più attiva. Le misure preventive di sicurezza nazionale ora si abbinano a controlli in materia di immigrazione e di ordine pubblico più rigorosi in materia di visti per i cittadini russi.

Nel novembre 2025 la Commissione ha adottato norme più rigorose in materia di visti per i cittadini russi in considerazione dei maggiori rischi per la sicurezza posti dalla guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, tra cui la strumentalizzazione dei flussi migratori, gli atti di sabotaggio e il potenziale uso improprio dei visti. Ciò consentirà un controllo attento e frequente dei richiedenti i visti di ingresso negli Stati UE, in modo da attenuare qualsiasi potenziale rischio per la sicurezza.

L’espulsione della propagandista filo-putiniana Kseniya Fedorova rafforza, inoltre, un principio europeo emergente, secondo il quale la libertà di espressione non può essere sfruttata come scudo legale per operazioni coordinate di influenza straniera dirette da Stati ostili o a loro vantaggio. Mentre le società democratiche restano impegnate a proteggere la legittima espressione politica, i governi europei distinguono sempre più tra la protezione della libertà di espressione e le attività di (dis)informazione organizzate, condotte per conto di avversari stranieri che cercano di manipolare i processi democratici.

La strategia informativa della Russia si basa sempre più su un ecosistema decentralizzato, anziché esclusivamente su organi di informazione statali come RT o Sputnik. Le narrazioni del Cremlino vengono ora amplificate attraverso una rete di piattaforme mediatiche ultra-conservatrici, di destra, di estrema destra, anti-establishment e alternative, influencer sui social media, commentatori e organizzazioni di advocacy che spesso operano al di fuori delle dirette strutture istituzionali russe. Questo modello decentralizzato ma diffuso complica l’attribuzione delle responsabilità, aumentando al contempo la portata e la resilienza delle campagne di influenza russe in tutta Europa.

Il caso Fedorova dimostra che la Francia sta evolvendo le proprie difese adottando ed estendendo le contromisure europee. Anziché concentrarsi esclusivamente sul blocco delle organizzazioni mediatiche russe, i governi che implementano le sanzioni decise in ambito comunitario stanno iniziando a prendere di mira singoli operatori, intermediari e comunicatori influenti che facilitano la diffusione delle narrazioni del Cremlino.  Ciò riflette una transizione dai dibattiti sulla censura reattiva verso politiche proattive di controspionaggio e di resilienza, concepite per identificare, interrompere e scoraggiare le reti di influenza straniere prima che possano incidere significativamente sull’opinione pubblica o sui risultati elettorali.

Strategicamente, la decisione della Francia è probabilmente intesa a perseguire un più ampio scopo di deterrenza.  Imponendo sanzioni legali concrete a un propagandista russo di alto profilo, Parigi invia un segnale chiaro: la partecipazione a operazioni di influenza coordinate dal Cremlino (da altri attori statali, non statali o dai tecno-oligarchi statunitensi) può comportare costi personali, tra cui l’espulsione, restrizioni sui visti, controlli finanziari o future azioni legali. Tali misure mirano non solo a ridurre le capacità operative della Russia in Francia, ma anche ad aumentare i rischi percepiti per gli altri membri dell’infrastruttura di influenza di Mosca che operano in tutta Europa.

Dal punto di vista della sicurezza nazionale, tuttavia, l’espulsione riflette una più ampia rivalutazione del modo in cui gli stati democratici rispondono alle operazioni di influenza straniera condotte sotto le spoglie della libertà di stampa, di pensiero e del commento pubblico. Dopo le sanzioni che hanno portato alla chiusura dell’emittente statale russa RT France, Fedorova non si è ritirata dallo spazio informativo francese. Al contrario, è rimasta una partecipante attiva al discorso politico, continuando a promuovere le narrazioni del Cremlino che giustificano l’aggressione russa contro l’Ucraina, mettono in discussione il sostegno occidentale a Kyiv e fanno eco alla guerra psicologica e a messaggi aggressivi coerenti con gli obiettivi di comunicazione strategica della Federazione Russa.

La rilevanza del caso va ben oltre le attività di un singolo individuo.  Le autorità francesi sembrano considerare Fedorova non semplicemente come una giornalista che esprime opinioni controverse, ma come parte di un più ampio ecosistema di influenza volto a plasmare l’opinione pubblica, polarizzare il dibattito politico e indebolire il sostegno interno alle politiche estere e di sicurezza della Francia.

Questa nuova classificazione è fondamentale: le democrazie liberali tutelano la libertà di espressione impopolare o controversa; tuttavia, i governi considerano sempre più le operazioni di influenza coordinate condotte per conto di potenze straniere ostili come una minaccia alla sicurezza nazionale, piuttosto che come una questione di libertà di parola.

Particolarmente preoccupante per le autorità francesi è il continuo coinvolgimento di Fedorova con settori del panorama politico francese vicini a Mosca. La sua attività mediatica ha costantemente amplificato narrazioni attraenti per certi ambienti di estrema destra, nazionalisti, sovranisti e anti-establishment, gruppi che la Russia (e dal 2025 anche diversi esponenti dell’Amministrazione Trump) ha ripetutamente cercato di coltivare in tutta Europa nell’ambito della loro strategia a lungo termine per indebolire la coesione europea, minare la politica delle sanzioni ed erodere il sostegno alla NATO e agli aiuti militari all’Ucraina.  Sebbene esprimere tali opinioni politiche non sia di per sé illegale, un coordinamento costante con narrazioni che servono gli interessi strategici di un avversario straniero solleva inevitabilmente preoccupazioni in materia di controspionaggio, soprattutto in vista di importanti imminenti campagne elettorali, come le elezioni presidenziali in Francia.

La tempistica dell’espulsione è strategicamente significativa.  La Francia sta entrando nella fase preparatoria delle elezioni presidenziali del 2027, un periodo che i servizi segreti francesi hanno costantemente identificato come particolarmente vulnerabile alle operazioni di disinformazione e ingerenza straniere. Precedenti campagne di interferenza russa negli Stati Uniti, in Francia, in Germania e in altre democrazie europee hanno dimostrato che Mosca cerca di influenzare il contesto elettorale anni prima del voto, coltivando intermediari fidati, radicalizzando le divisioni politiche esistenti e normalizzando narrazioni favorevoli agli obiettivi geopolitici russi. Come del resto, stiamo constatando anche noi in Italia.

In quest’ottica, l’allontanamento di un propagandista di spicco del Cremlino può essere interpretato come una misura preventiva di controspionaggio, volta a ridurre la capacità operativa delle reti di influenza russe prima che la competizione elettorale si intensifichi.

Il caso illustra anche una più ampia evoluzione nelle contromisure europee contro le operazioni ibride russe. Mentre in passato le risposte si concentravano principalmente sulla sanzione di organi di informazione controllati dallo Stato come RT e Sputnik, i governi ora prendono sempre più di mira singoli operatori, intermediari e comunicatori influenti che continuano a promuovere la narrativa del Cremlino attraverso ecosistemi mediatici alternativi, anche dopo la chiusura dei canali di informazione statali ufficiali.  Ciò riflette la consapevolezza che le campagne di influenza russe si sono evolute in reti decentralizzate che si basano su attori politici locali, commentatori indipendenti, piattaforme digitali e organizzazioni per procura, piuttosto che esclusivamente sui media statali ufficiali.

Dal punto di vista strategico, l’espulsione stabilisce un importante precedente e segnala che la partecipazione ad attività coordinate di influenza straniera può comportare conseguenze legali e amministrative personali, anche quando condotta sotto la copertura del giornalismo o del commento politico. Ciò aumenta i costi operativi per le reti di influenza russe in tutta Europa e costringerà Mosca a fare sempre più affidamento su metodi meno visibili, tra cui operazioni di influenza online clandestine, contenuti generati dall’intelligenza artificiale, intermediari reclutati localmente ed ecosistemi digitali anonimi, più difficili da individuare e attribuire per i servizi di controspionaggio europei.

In definitiva, il dibattito sull’espulsione di Kseniya Fedorova riflette un dilemma fondamentale che affligge le società democratiche: come preservare la libertà di espressione difendendo al contempo le istituzioni democratiche dalla guerra dell’informazione coordinata dall’estero.  La decisione della Francia suggerisce che il suo governo considera sempre più la protezione dei processi democratici e dell’integrità elettorale come una responsabilità fondamentale per la sicurezza nazionale, soprattutto quando si confronta con campagne di influenza sponsorizzate da attori statali e progettate per manipolare l’opinione pubblica, piuttosto che contribuire a un legittimo discorso democratico.

Se tutti gli altri Stati europei, Italia inclusa, adottassero approcci simili, soprattutto in periodi che precedono importanti elezioni, l’effetto cumulativo potrebbe limitare significativamente la capacità della Russia, e di altri Stati che vogliono destrutturare l’Unione Europea, di esercitare la propria influenza attraverso reti di propaganda consolidate, rendendo la lotta per lo spazio informativo europeo una dimensione sempre più resiliente ed efficace nella tutela della sicurezza dei cittadini e delle istituzioni democratiche.

 

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Det geopolitiske kompasset og Republikken Moldovas nye forsvarsstrategi

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Det geopolitiske kompasset og Republikken Moldovas nye forsvarsstrategi 🔒 - GEOPOLITIKA
5. september, 2026

Det geopolitiske kompasset og Republikken Moldovas nye forsvarsstrategi 🔒

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Moldovas strategiske kursendring: Balansen mellom nøytralitet, sikkerhet, europeisk integrasjon og bekjempelse av russisk Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI).

Kortversjonen

  • Republikken Moldova vedtok en ny forsvarsstrategi for 2025–2035 som går bort fra militær passivitet og mot vestlige standarder.
  • Landet styrker samfunnets motstandskraft og forsvarsevne for å avverge russisk desinformasjon, hybrid krigføring og valginnblanding.
  • EU støtter Moldovas modernisering med betydelige midler, inkludert 317 millioner euro gjennom Den europeiske fredsfasiliteten til og med 2026.
  • Moldova har redusert sin historiske energi- og gassavhengighet av Russland gjennom nye rørledninger og økt bruk av fornybar energi.
  • Målet er å fullføre EUs medlemskapsforhandlinger innen 2028 og være fullt klare til å bli medlemsstat innen 2030.
H.E. Oleg Nica.

Intervju med Republikken Moldovas ambassadør i Italia – H.E. Oleg Nica og analyse av Francesco D’Arrigo og Tommaso Alessandro De Filippo

Republikken Moldova

Republikken Moldova har et areal på 33.846 km² og en anslått befolkning på rundt 2,4 millioner innbyggere. Landet omfatter Transnistria, en smal landstripe mellom elven Dnestr og grensen mot Ukraina, som har erklært seg uavhengig etter Den russiske føderasjonens ulovlige militære okkupasjon. Russland har, i tillegg til å opprettholde egne væpnede styrker i området, sørget for at rundt 450.000 russiske statsborgere har bosatt seg der. Som følge av den militære okkupasjonen har Transnistria siden 1992 fungert som en de facto uavhengig stat med begrenset anerkjennelse, med egen hovedstad – Tiraspol – egen valuta, den transnistriske rubelen, og sovjetiske symboler. Området er imidlertid ikke anerkjent av det internasjonale samfunnet. Moldova grenser til Romania i vest og Ukraina i nord, øst og sør, og har begrenset tilgang til Donau gjennom havnen i Giurgiulești i Cahul-distriktet. Selv om landet ikke har kystlinje, gir den geografiske beliggenheten Moldova betydelig strategisk verdi, ettersom landet utgjør et bindeledd mellom Svartehavsområdet, Balkan og Sentral- og Øst-Europa.

Historisk bakgrunn

Bessarabia-regionen, det historiske kjerneområdet i dagens Moldova, gikk fra Det osmanske riket til Det russiske imperiet i 1812, ble innlemmet i Kongeriket Romania i 1918 og annektert av Sovjetunionen i 1940 i henhold til Molotov–Ribbentrop-pakten. Avtalen mellom Det tredje riket og Sovjetunionen ble undertegnet i Moskva natt til 23. til 24. august 1939 og var en av de mest kontroversielle og avgjørende diplomatiske overenskomstene i moderne historie. Den markerte et vendepunkt i internasjonal politikk på terskelen til andre verdenskrig. Området ble senere etablert som Den moldaviske sosialistiske sovjetrepublikk og erklærte uavhengighet 27. august 1991, under Sovjetunionens oppløsning. Bare noen måneder senere, i mars 1992, ble den unge uavhengige staten trukket inn i konflikten om Transnistria, der regulære statlige styrker kjempet mot prorussiske separatister. Konflikten endte med en våpenhvile som frøs striden uten å løse den. Mer enn tre tiår senere er den russiske militære tilstedeværelsen i separatistregionen Transnistria fortsatt den viktigste kilden til sikkerhetspolitisk og politisk ustabilitet i landet. I tillegg kommer Gagauzias omstridte institusjonelle status. Den autonome regionen er hovedsakelig bebodd av en tyrkisktalende minoritet med ortodoks kristen tradisjon og har generelt en mer Moskva-vennlig politisk orientering enn resten av landet. Dette kom også til uttrykk gjennom den høye oppslutningen om prorussiske partier ved parlamentsvalget i 2025. Disse partiene ble klart beseiret i alle Moldovas øvrige regioner, inkludert Transnistria.

Institusjonell og politisk bakgrunn

Moldova er i dag en parlamentarisk republikk som de siste årene har innledet en omfattende tilnærming til EU, med mål om medlemskap innen utgangen av tiåret. Kandidatstatusen landet fikk i 2022, og åpningen av medlemskapsforhandlingene, har gitt betydelig fremdrift til reformene av offentlig forvaltning, rettsvesenet og kampen mot korrupsjon. Samtidig fastslår grunnloven statens permanente nøytralitet. Dette prinsippet utelukker formelt NATO-medlemskap, men er ikke til hinder for et omfattende samarbeid med Atlanterhavsalliansen innen blant annet opplæring, institusjonell motstandskraft, cybersikkerhet og modernisering av de væpnede styrkene.

Den gradvise dreiningen av handelen mot det europeiske markedet har redusert Moldovas økonomiske avhengighet av Den russiske føderasjonen, selv om landet fortsatt har betydelige sårbarheter knyttet til energisikkerhet. Demografisk har Moldova en av de kraftigste befolkningsnedgangene i Europa, som følge av en kombinasjon av lave fødselstall, en aldrende befolkning og omfattende migrasjon. Disse faktorene påvirker direkte tilgangen på arbeidskraft, velferdsstatens bærekraft og potensialet for økonomisk vekst.

Nasjonal sikkerhet: konvensjonelle og hybride trusler

Fra et nasjonalt sikkerhetsperspektiv er den uløste striden om kontrollen over Transnistria – et territorium som internasjonalt er anerkjent som en del av Republikken Moldova – en av landets viktigste destabiliserende faktorer. Den prorussiske separatistregionen huser Den operative gruppen av russiske styrker, på russisk Оперативная группа российских войск (OGRF), en russisk militær kontingent på rundt 1.500 soldater og en etterfølger etter det sovjetiske militærapparatet til 14. armé, som hadde sin hovedbase i Tiraspol. Tilstedeværelsen av russiske soldater og det store ammunisjonslageret i Cobasna opprettholder en potensiell militær pressakse mot Chișinău og utgjør et brudd på Moldovas territorielle suverenitet.

Les også: Under lupen: Baltikums russiske minoritet og trusselen innenfra 🔒

Intervju med Republikken Moldovas ambassadør i Italia – H.E. Oleg Nica

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Francesco DArrigo & Tommaso Alessandro De Filippo
Francesco DArrigo & Tommaso Alessandro De Filippo
Francesco D'Arrigo er grunnlegger og leder for "Istituto Italiano di Studi Strategici Niccolò Machiavelli". Tommaso Alessandro De Filippo er forsker ved "Istituto Italiano di Studi Strategici Niccolò Machiavelli".
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15 Agosto 2026

Moldovas strategiske kursendring: Balansen mellom nøytralitet, sikkerhet, europeisk integrasjon og bekjempelse av russisk Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI).

By Francesco D’Arrigo & Tommaso Alessandro De Filippo

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COMPRENDERE E CONTRASTARE LE FIMI RUSSE

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Luglio 2026

Italia permeabile e non protetta

di Francesco D’Arrigo

Dal febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina oltre alla guerra militare tra Stati, l’Unione europea si è trovata a fronteggiare una guerra ibrida che utilizza in maniera sistematica coercizione energetica, operazioni psicologiche, spionaggio, sabotaggi, attacchi cibernetici quotidiani e attività FIMI.

Il Cremlino ha utilizzato canali mediatici come Russia Today per condurre una campagna sistematica di disinformazione, propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica europea, a sostegno della propria aggressione militare.

Quando si parla di disinformazione, solitamente si pensa a notizie fuorvianti o a narrazioni inventate con l’intento di ingannare. Ma la manipolazione delle informazioni può andare ben al di là delle mistificazioni. Ecco perché l’Unione europea ha concettualizzato questa minaccia definendola come manipolazione delle informazioni e ingerenza da parte di attori stranieri, o FIMIForeign Information Manipulation and Interference.

Cosa si intende realmente per FIMI?

Focalizzata su comportamenti manipolatori anziché sulle sole narrazioni ingannevoli, descrive un modello comportamentale non definibile di per sé illegale, che però minaccia o influisce negativamente su valori, procedure e processi politici. La FIMI è manipolatoria e condotta in modo intenzionale e coordinato. Può essere portata avanti da attori sia statali che non statali e può avvalersi di intermediari che operano a livello domestico o dall’estero.

Un’analisi congiunta sul processo di adesione dell’Ucraina all’Unione Europea, condotta dall’European External Action Service (EEAS) e dal Center for Countering Disinformation on FIMI ucraino (CCD), rivela dei cluster narrativi costituiti da quattro blocchi che si rafforzano a vicenda nell’ambito dell’attività FIMI russa mirata all’adesione dell’Ucraina all’UE.

Secondo il report congiunto, con prefazioni di Kaja Kallas – Vicepresidente della Commissione europea e Kyrylo Budanov – Capo dell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina, la logica complessiva della FIMI russa è coerente agli obiettivi di annessione dell’Ucraina che hanno determinato l’invasione armata lanciata con l’Operazione Militare Speciale:

  1. L’Unione Europea è egoista e cinica: “l’UE prolunga la guerra per indebolire la Russia”. Questa narrativa inverte il nesso causale tra l’aggressione russa e il bisogno di sostegno dell’Ucraina, riposizionando l’UE come l’attore responsabile delle vittime ucraine. L’obiettivo strategico è quello di svincolare gli interessi di sicurezza dell’Ucraina dal suo percorso di integrazione europea e di erodere la disponibilità dell’opinione pubblica ad accettare le riforme.
  2. L’Ucraina è debole e controllata dall’esterno: “gli Stati membri dell’UE mirano a spartirsi l’Ucraina”. Scenari inventati, come i presunti piani franco-britannici di spartizione dei territori ucraini o la presunta “Operazione Turul” dell’Ungheria per conquistare la Transcarpazia, sfruttano le ansie territoriali e la memoria storica per dipingere gli Stati partner come annessionisti occulti. La comunicazione è localizzata per specifici pubblici regionali, rivolgendosi direttamente agli Stati membri dell’UE più critici nei confronti del percorso di adesione dell’Ucraina.
  3. Le riforme imposte dall’Unione Europea sono dannose per gli ucraini: “l’integrazione nell’UE nasconde un controllo esterno”. Gli attori della FIMI ridisegnano le riforme normative come una coercizione imposta da Bruxelles anziché come modernizzazione, presentando ogni requisito tecnico come un danno immediato per i cittadini. Un caso rappresentativo è la campagna di disinformazione russa su progetto di legge n. 14025 sulla tassazione delle piattaforme digitali.
  4. L’adesione è irrealistica: “l’Ucraina è incompatibile con i valori dell’UE”. Le reali sfide di riforma vengono amplificate in modo selettivo e le dichiarazioni dei funzionari europei sistematicamente decontestualizzate per suggerire un’incompatibilità strutturale con l’adesione. Ciò si basa anche su narrazioni relative alla corruzione nel governo ucraino. Per il pubblico interno ciò normalizza la disillusione; per quello esterno rafforza l’immagine dell’Ucraina come candidato perennemente travagliato.

Queste narrazioni perseguono tre obiettivi operativi: erodere la coesione interna in Ucraina attraverso stimoli emotivi contraddittori; consolidare l’immagine di “Stato fallito” per indebolire sia la fiducia interna che il sostegno esterno; minare le relazioni bilaterali tra l’Ucraina e i principali Stati membri dell’UE. La sofisticatezza risiede meno nelle singole invenzioni che nella loro perpetua sistematica ripetizione e nella contraddizione deliberata, che agiscono di concerto per rendere il processo di adesione progressivamente meno credibile agli occhi del pubblico ucraino.

L’architettura delle FIMI Russe

L’infrastruttura di diffusione dell’attività FIMI russa osservata è costituita da quattro livelli analitici:

  1. canali ufficiali dello Stato;
  2. mezzi di comunicazione controllati dallo Stato;
  3. risorse FIMI legate allo Stato;
  4. attori FIMI allineati allo Stato.

Fonti Ufficiali Attribuite

Le fonti russe ufficiali e controllate dallo Stato vengono utilizzate meno frequentemente per esercitare un’influenza diretta sul pubblico ucraino a causa delle restrizioni alle trasmissioni e della scarsa fiducia di cui godono. Tuttavia, fungono spesso da fonti primarie di narrazioni, interpretazioni o affermazioni inventate che vengono successivamente rielaborate e amplificate da attori collegati allo Stato o allineati con esso in forme più adattabili allo spazio informativo ucraino.

Tali funzioni di definizione della narrativa sono svolte più comunemente dai principali media statali russi e dalle agenzie di stampa ufficiali, tra cui RIA Novosti, TASS e RT, nonché dai canali Telegram di funzionari russi e istituzioni statali, tra cui “Дмитрий Медведев” (Dmitry Medvedev), “Кремль. Новости» (Kreml. Novosti), «Мария Захарова» (Maria Zakharova), «МИД России» (Ministero degli Esteri russo), «Минобороны России» (Ministero della Difesa russo), «РОДИОН МИРОШНИК» (Rodion Miroshnik) e altri. La loro funzione è quella di diffondere informazioni pseudo-riservate, interpretazioni manipolatorie dei processi politici interni e messaggi volti a screditare la leadership ucraina e i partner internazionali.

Attori Occulti Allineati allo Stato e Attribuiti

Attori allineati allo Stato, tra cui personalità pubbliche soggette a sanzioni, garantiscono una diffusione personalizzata, presentando gli stessi messaggi come analisi “alternative” o critiche interne. In questo contesto, i canali di Oleksii Arestovych, Diana Panchenko e Anatolii Sharii compaiono regolarmente nell’ambiente di diffusione delle narrazioni anti-europee o anti-ucraine. Il loro ruolo non si limita a ripetere narrazioni e affermazioni; essi aggiungono un’interpretazione emotiva e una credibilità personalizzata per un pubblico che potrebbe diffidare delle fonti russe palesi.

Attori Occulti Legati allo Stato e Non Attribuiti

Gli attori legati allo Stato adattano poi questi messaggi a un pubblico specifico attraverso canali Telegram anonimi, siti web pseudo-locali e account sui social media. Questo ecosistema comprende canali Telegram quali Резидент (Rezident), Легитимный (Legitimnyy), Картель (Kartel), Сплетница (Spletnitsa) e altri, che il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha collegato all’85° Centro principale dei Servizi speciali della Direzione principale dello Stato maggiore delle Forze armate della Federazione Russa. Un ruolo a sé stante all’interno della categoria degli attori allineati allo Stato è svolto dagli ecosistemi pseudo-locali, tra cui ZOV/Pravda e le risorse della rete На самом деле (Na samom dele), che si rivolgono a un pubblico in diverse città ucraine. Tali risorse contribuiscono a localizzare le narrazioni FIMI russe collegando le affermazioni a livello nazionale a specifici timori regionali. Secondo dati di dominio pubblico, la rete ZOV/Pravda, associata alla rete di Yevhenii Shevchenko, appartiene alla stessa infrastruttura di Portal Kombat (un sito allineato alla Russia). Gli attori legati allo Stato adattano poi questi messaggi a un pubblico specifico attraverso canali Telegram anonimi, siti web pseudo-locali e account sui social media. Questo ecosistema comprende canali Telegram quali Резидент (Rezident), Легитимный (Legitimnyy), Картель (Kartel), Сплетница (Spletnitsa) e altri, che il Servizio di sicurezza dell’Ucraina ha collegato all’85° Centro principale dei servizi speciali della Direzione principale dello Stato maggiore delle Forze armate della Federazione Russa. Comprende inoltre risorse associate al collaboratore Viktor Medvedchuk, in Information Manipulation Set (IMS), per il quale non esiste ancora un’attribuzione formale). Analogamente, le fonti На самом деле sono collegate all’ecosistema InfoDefense, allineato allo Stato, attraverso un’infrastruttura di feedback condivisa.

Di conseguenza, la distinzione tra attori “legati” allo Stato e attori “allineati” allo Stato è di natura analitica piuttosto che assoluta. In termini operativi, questi attori operano spesso su piattaforme e a un pubblico che si sovrappongono, dove messaggi simili possono essere diffusi, adattati e rafforzati a vicenda.

Tecniche, Tattiche e Procedure di Influenza

Nel corso del periodo monitorato, le attività FIMI russe contro l’adesione dell’Ucraina all’UE sono diventate più scalabili e adattive. La loro logica corrisponde all’approccio FIMI più ampio: l’obiettivo non è solo diffondere informazioni false, ma anche minare la fiducia, creare rumore informativo, logorare il pubblico e ridurre la capacità di distinguere i contenuti affidabili da quelli manipolatori. Nei casi FIMI osservati sono emerse in modo particolare le seguenti Tactics, Techniques and Procedures – Tattiche, Tecniche e Procedure (TTP) nel contesto della FIMI indicano i modelli di comportamento usati da attori ostili per ingannare e manipolare l’ambiente informativo.

La prima tecnica è l’amplificazione: da parte di fonti che mostrano segni di utilizzo di IA. Nel periodo compreso tra gennaio 2025 e aprile 2026, all’interno del set di dati relativo alle menzioni, 2.680 fonti hanno mostrato tali segni su Telegram, VK, X, Facebook, YouTube, TikTok, Threads e siti web. Queste fonti hanno contribuito ad aumentare la visibilità di messaggi selezionati, a creare l’impressione di un interesse pubblico spontaneo e ad accelerare la diffusione dei contenuti sulle piattaforme. L’amplificazione inautentica è particolarmente rilevante per gli argomenti in cui l’obiettivo non è solo quello di convincere, ma anche di creare l’impressione che la sfiducia nei confronti del processo di adesione all’UE sia diffusa.

La seconda tecnica è la “mapaganda”: l’uso manipolativo di carte geografiche che mappano le questioni territoriali con l’obiettivo di legittimare le narrazioni russe. Ciò include l’esagerazione delle conquiste territoriali russe, la distorsione della linea del fronte, la visualizzazione di presunte “zone di responsabilità” o la creazione di scenari di «ridistribuzione» dei territori ucraini tra attori esterni. Nel contesto dell’adesione, la «mapaganda» sostiene la tesi secondo cui i partner si stanno preparando a dividere l’Ucraina o che la sovranità ucraina sia già oggetto di negoziazioni senza l’Ucraina.

Mapaganda

La terza tecnica consiste nello sfruttamento e la manipolazione selettiva di dichiarazioni reali di politici, funzionari, esperti o media europei. Singole citazioni vengono estrapolate dal contesto per suggerire che l’Ucraina non abbia prospettive di adesione, che l’Occidente sia stanco di sostenere l’Ucraina o che esistano contraddizioni nascoste tra Kiev e i partner europei. La manipolazione si basa spesso su traduzioni distorte, enfasi selettiva o generalizzazione arbitraria di un singolo commento in una presunta posizione istituzionale. Questa tattica è particolarmente dannosa perché utilizza frammenti autentici per legittimare conclusioni false. Ad esempio, questa tattica era evidente in contenuti che reinterpretavano la commemorazione da parte della Polonia della tragedia della Volinia e della Galizia orientale, come prova di presunte pressioni politiche e future ambizioni territoriali nei confronti dell’Ucraina. La pubblicazione ha collegato in modo selettivo la decisione del parlamento polacco di istituire l’11 luglio come giornata di commemorazione delle vittime, con le dichiarazioni del presidente Andrzej Duda relative al polo logistico di Rzeszów e con le disposizioni giuridiche concesse ai cittadini polacchi in Ucraina dopo il 2022.

Combinando queste distinte situazioni, gli attori del FIMI cercano di presentare la politica della memoria della Polonia, il suo ruolo logistico nel sostegno all’Ucraina e gli accordi giuridici bilaterali, come segni di un ultimatum nascosto, di una più profonda influenza polacca e di potenziali future rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Ucraina.

La quarta tattica è l”event-hijacking” (dirottamento di eventi): comprende l’uso di eventi reali come decisioni istituzionali dell’UE, conferenze internazionali, anniversari, negoziati o dichiarazioni di alto profilo per amplificare narrazioni distruttive. Gli attori della FIMI integrano tali eventi in narrazioni preesistenti in un breve lasso di tempo. Gli stessi schemi possono essere attivati ogni volta che aumenta l’attenzione pubblica sulle riforme per l’adesione all’UE in Ucraina. Ad esempio, è stato rilevato in contenuti che hanno strumentalizzato dichiarazioni pubbliche sull’integrazione dell’Ucraina nell’UE, rafforzando la narrativa già esistente secondo cui il sostegno occidentale all’Ucraina sta diminuendo. Le testate hanno combinato in modo selettivo la dichiarazione del presidente Zelensky sull’importanza dell’adesione all’UE per l’Ucraina con le osservazioni del ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski, secondo cui l’Ucraina dovrebbe comunque preventivamente soddisfare tutte le condizioni di adesione. Queste dichiarazioni sono state riproposte non come parte di un normale dibattito sull’adesione, ma come prova che il “periodo di luna di miele” del sostegno all’Ucraina fosse terminato e che Kyiv avesse presumibilmente perso margine di manovra.

La quinta tecnica è la localizzazione. Le affermazioni fuorvianti vengono adattate a specifici contesti regionali, sociali o tematici. Ad esempio, la narrativa più ampia secondo cui gli Stati membri dell’UE cercherebbero di indebolire e dividere l’Ucraina, è stata adattata attraverso contenuti in cui si sosteneva che l’Ungheria avesse presunti piani per annettere la Transcarpazia o che la Romania si stesse preparando a occupare la Bucovina. La localizzazione aumenta la plausibilità, perché il messaggio è collegato a sensibilità storiche o regionali ben note.

La sesta tecnica consiste nell’uso di pseudo-esperti. Si ricorre a persone con competenze discutibili o reputazione dubbia per presentare messaggi in linea con la propaganda russa come se fossero analisi indipendenti. Allo stesso tempo, i riferimenti a vere pubblicazioni accademiche, materiali analitici o rapporti internazionali possono essere utilizzati in modo selettivo per sostenere conclusioni manipolatorie. Ad esempio, questa tecnica era evidente nei contenuti di Anatolii Sharii, che ha commentato la questione dei beni russi congelati, il processo decisionale dell’UE e le possibili riparazioni. La discussione faceva riferimento a dibattiti politici reali e a dichiarazioni di esponenti politici europei, ma li inquadrava attraverso conclusioni speculative: secondo cui l’utilizzo dei beni russi congelati avrebbe presumibilmente gravato sui contribuenti europei, danneggiato il sistema finanziario dell’UE e messo in luce divisioni politiche all’interno dell’Europa. In questo modo, una complessa questione giuridica e finanziaria è stata presentata come un commento che rafforzava la narrativa secondo cui il sostegno dell’UE all’Ucraina è costoso, rischioso e politicamente destabilizzante.

Nel loro insieme, queste TTP indicano che la FIMI russa contro l’adesione dell’Ucraina all’UE si basa sempre meno su una singola “Fake News” in senso stretto, e sempre più sulla costruzione di una narrativa manipolativa del contesto informativo. Il suo scopo è quello di sommergere il pubblico con messaggi contraddittori, minare la fiducia nelle fonti ufficiali, creare l’illusione di un diffuso sentimento antieuropeo e far apparire le valutazioni negative sull’adesione come spontanee anziché coordinate.

Sebbene questi modelli siano individuabili in tutto l’apparato FIMI russo, risultano particolarmente evidenti quando si osservano i contenuti diffusi dagli IMS Overload, Doppelganger e Undercut.

Talvolta, le iniziative FIMI russe sfruttano eventi strategici e notizie dell’ultima ora per diffondere ulteriormente le loro narrazioni preferite. Ad esempio, è stata osservata un’impennata di contenuti mirati all’Ungheria alla vigilia delle elezioni parlamentari di aprile 2026. Modelli simili sono stati osservati in vista delle elezioni presidenziali polacche e delle elezioni legislative tedesche del 2025. Parallelamente, la diffusione delle narrazioni FIMI tende ad essere reattiva, in particolare in relazione a incidenti legati alla sicurezza, come gli incidenti con i droni nella regione baltica o il sabotaggio di linee ferroviarie in Polonia e altri Stati europei. Tali eventi vengono spesso sfruttati per attribuire all’Ucraina e alla sua popolazione di rifugiati la responsabilità della percezione di insicurezza, rafforzando l’immagine dell’Ucraina come minaccia per l’UE.

Gli obiettivi della FIMI sono i cittadini, i rappresentanti istituzionali e i valori europei

La strategia russa di FIMI volta a sabotare il processo di adesione dell’Ucraina all’UE si basa in gran parte sulla creazione di tensioni tra le due parti. A tal fine, gli sforzi russi di FIMI si concentrano prevalentemente sul dipingere i funzionari ucraini come corrotti e l’Ucraina come una minaccia per gli Stati membri.

Le campagne rivolte contro i leader politici si sono affermate come un modello comportamentale saliente dell’IMS Storm-1516 e figurano tra i principali vettori della strategia FIMI, volta a sabotare il processo di adesione dell’Ucraina. L’IMS prende di mira in particolare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e, in misura minore, altri esponenti della scena politica ucraina. Questi attacchi sono spesso sostenuti dalla Fondazione russa per la lotta all’ingiustizia (R-FBI), fondata dal defunto Yevgeny Prigozhin e soggetta a sanzioni da parte dell’UE. Sebbene i contenuti di Storm-1516 e della R-FBI non facciano esplicito riferimento al processo di adesione, le narrazioni che veicolano si basano su temi simili legati alla corruzione e sostengono lo stesso obiettivo destabilizzante. La R-FBI produce contenuti che cercano di apparire credibili e legittimi utilizzando un tono investigativo e infografiche inventate a sostegno delle proprie affermazioni. Le affermazioni e gli elementi investigativi vengono poi amplificati, spesso da influenti account X collegati a Storm-1516 o addirittura riutilizzati da altri, presentando l’Ucraina e la sua popolazione come una minaccia costante e incombente per i cittadini dell’UE, gli attori russi del settore FIMI mirano ad acuirne le tensioni fino al punto di provocare un rifiuto. È prevedibile che i cittadini dell’UE esercitino pressioni sui propri leader politici, che presumibilmente intrattengono rapporti con omologhi corrotti, affinché adottino posizioni negative nei confronti del processo di adesione dell’Ucraina.

Misure UE Contro la disinformazione

Per contrastare questo fenomeno, l’Unione Europea ha adottato il Regolamento 833/2014 del 31 luglio 2014, concernente misure restrittive in considerazione delle azioni della Russia che destabilizzano la situazione in Ucraina, aggiornato il 24 aprile e il 17 luglio 2026, che vieta di diffondere o contribuire a diffondere i contenuti di 32 soggetti in quanto emittenti, testate e piattaforme direttamente gestite o coordinate dai Servizi di intelligence russi. La legittimità del divieto, anche rispetto alla libertà di espressione e di informazione, è stata confermata dal Tribunale dell’Unione europea nella causa T-125/22.

Il Regolamento è direttamente applicabile in Italia, ma spetta a ogni Stato membro individuare l’autorità competente e stabilire le sanzioni per chi lo viola. A distanza di oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione militare russa dell’Ucraina, l’Italia non lo ha ancora fatto. Lo scorso ottobre il Ministero dell’interno lo ha riconosciuto ufficialmente, ammettendo che le Forze dell’ordine possono soltanto informare gli organizzatori di eventi di propaganda russa dell’esistenza della norma europea, senza alcun potere di intervento. Il risultato è un vuoto di applicazione che dura da anni.

Nonostante l’adozione da parte degli Stati membri dell’UE del 21 ° pacchetto di sanzioni contro la Russia, all’interno del quale sono stati sanzionati altri otto individui afferenti alla Macchina della propaganda di guerra russa che diffondono disinformazione e contribuiscono alla sua narrativa manipolativa sulla guerra in Ucraina, solo nell’ultimo anno, fino a maggio 2026, sono state censite 205 violazioni sul territorio italiano, di cui 181 portate a termine indisturbate, un tasso di penetrazione dell’88%. A giugno 2025 sono stati mappati anche mega manifesti abusivi di Russia Today a Roma, Bologna e Milano.

Una recente sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, la causa C-67/25, ha inoltre chiarito che la responsabilità colpisce chiunque renda disponibili i contenuti vietati, indipendentemente dal fine di lucro e dalla durata della diffusione.

La FIMI russa contro l’Italia considerata “permeabile”

Il KGB prima e l’FSB ora, sono sempre stati molto focalizzati nella guerra psicologica, senza tuttavia tralasciare le attività di mero spionaggio, che costituisce solo una parte della loro missione, come abbiamo recentemente visto con gli arresti di due ex agenti Aisi che cedevano con disprezzo e per pochi Euro informazioni ad addetti militari dell’ambasciata russa (espulsi dall’Italia), ottenute da diverse fonti, tra cui quattro militari in servizio attivo presso Agenzie strategiche nazionali. 

Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti  KGB

 

Nondimeno, il condizionamento sociale o i circuiti di feedback amplificati vengono utilizzati per radicalizzare persone intenzionate a rivoltarsi contro gli interessi nazionali e perfino i propri.

Come descritto nel saggio del Prof. Cristopher Andrew (storico ufficiale del Security Service britannico Mi5) scritto insieme a Oleg Gordievskij “Storia Segreta del KGB” – 1993, il KGB ha sempre creduto che, delle quattro principali potenze dell’Europa occidentale, l’Italia avesse le maggiori probabilità di diventare lo Stato più permeabile all’influenza russa ed un fondamentale strumento del Cremlino per la propria propaganda interna, dato il profondo attaccamento culturale dei russi per l’Italia, a differenza di Francia, Germania ed Inghilterra.

Sin dai tempi della Guerra Fredda, il KGB ha adottato nei confronti dell’Italia una strategia di disinformazione, influenza e sovversione affidata non solo ad agenti segreti o “spie”, ma a giornalisti, sondaggisti, accademici, imprenditori, politici italiani ed esponenti del Vaticano. Tutti arruolati nel programma orchestrato da Mosca, come rivelato nel 1999 da C. Andrew e Vasilij Mitrokhin nel loro best seller “L’Archivio Mitrokhin”.

Italia indifesa perché non ha costituito una struttura per applicare il Regolamento Europeo 

A differenza di altri Stati membri, nonostante l’Italia abbia recepito il Regolamento del Consiglio Europeo n. 833/2014, non lo applica, perché non ha individuato l’autorità nazionale incaricata di far rispettare le norme di contrasto alla disinformazione dell’Unione, né ha stabilito le sanzioni per chi lo viola. Il regolamento resta quindi privo di un soggetto nazionale che possa farlo applicare concretamente, sia online che sul territorio.

Proprio in applicazione del Regolamento europeo 833/2014 e successivi aggiornamenti, il 29 luglio 2026 la Francia ha emesso un ordine di espulsione nei confronti della propagandista filorussa Kseniya Fedorova, ex direttrice di RT France e volto del canale CNews. Secondo il Ministero dell’Interno, la “Fedorova rappresenta una grave minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato ed è soggetta a un ordine di espulsione dalla Francia”, confermando un articolo del quotidiano Libération. L’ex direttrice di RT France, canale finanziato dal Cremlino, è recentemente diventata la figura filorussa di spicco dei media di proprietà del controverso miliardario francese Vincent Bolloré. È una commentatrice fissa del canale CNews.

“Diffondendo le sue narrazioni, Kseniya Fedorova funge da canale per le campagne di disinformazione orchestrate dalle autorità russe, con l’obiettivo di “destabilizzare l’ordine pubblico in Francia. Il suo comportamento mina gli interessi fondamentali dello Stato e la sua presenza in Francia costituisce, per questo motivo, una minaccia particolarmente grave e attuale all’ordine pubblico, si legge nelle motivazioni del provvedimento di espulsione.

Davanti a eventi, proiezioni e diffusione sui media e piattaforme social di propaganda russa, le Forze di sicurezza italiane possono soltanto acquisire informazioni e, se ritenuto opportuno, avvisare i responsabili dell’esistenza della norma europea. In Italia, ad oggi, non esiste alcuno strumento che consenta di vietare una iniziativa o di farla cessare, né di intervenire sulla diffusione online dei medesimi contenuti.

L’assenza di enforcement ha permesso che dal 2022 a oggi si tenessero centinaia di eventi di propaganda russa sul territorio nazionale, inoltre siti web, blog, piattaforme social pubblicano disinformazione e rilanciano quotidianamente la propaganda russa. Il fenomeno ha recentemente coinvolto enti afferenti allo Stato che hanno creato tensioni con l’UE e in seno alle istituzioni e opinione pubblica, come la Biennale di Venezia (fondata nel 1895 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Regione Veneto, la Provincia di Venezia e il Comune di Venezia). Esposizione d’Arte Contemporanea diventata immediatamente una delle più importanti mostre d’arte al mondo, che nell’edizione 2026 è stata sanzionata dall’UE per aver riaperto il padiglione russo. Oppure, per citare l’ultima vicenda in ordine di tempo, con risvolti filorussi, il caso che ha coinvolto la Federazione Italiana Gioco Calcio (FIGC), i cui neo-responsabili della Nazionale di calcio italiana, quattro volte campione del mondo, sono stati a un passo dal contrattualizzare come nuovo Commissario tecnico (che ha poi rinunciato alla candidatura e provocato le dimissioni di chi lo voleva nominare alla guida tecnica degli Azzurri), l’ex calciatore Andrea Pirlo, diventato ambasciatore della società di scommesse, Fonbet, di proprietà dell’oligarca russo Sergej Lomakin, per il quale Pirlo ha liberamente e ripetutamente prestato la propria immagine a operazioni di normalizzazione del regime del presidente Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. L’amatissima Nazionale di calcio azzurra rappresenta l’Italia nel mondo. E l’Italia sostiene l’Ucraina nella sua strenua difesa contro l’invasione russa. L’Italia è una nazione fondatrice dell’Unione Europea che la Russia e altri Stati vogliono far deflagrare. L’Italia si riconosce pienamente nelle Organizzazioni e nel diritto internazionali.

Il tentativo di includere la nazionale di calcio italiana in un contesto Zche certamente la macchina della propaganda russa avrebbe utilizzato, immediatamente certificato dal comunicato stampa dell’ambasciatore della Federazione Russa in Italia, questa volta è stato bloccato prima del fischio di inizio, a seguito delle polemiche politiche e dopo il veto degli sponsor della Nazionale.

Molte altre sono le entità non governative e private, siti web, canali di comunicazione, che replicano i contenuti vietati con marchi, infrastrutture diverse ed “entità speculari” per aggirare i blocchi già esistenti in altri Paesi europei. Il regolamento europeo non vieta solo la diffusione dei contenuti dei soggetti nominativamente individuati e sottoposti alle restrizioni, ma anche delle “entità speculari” utilizzate per eludere i divieti, quando si verificano alcune di queste circostanze.

Come contrastare le FIMI?

L’analisi congiunta del SEAE e del CCD mostra che le attività di FIMI russe volte a minare l’adesione dell’Ucraina all’UE rappresentano una minaccia persistente e in continua evoluzione. Si tratta tuttavia di una minaccia individuabile, prevedibile e che si basa su risorse che possono essere neutralizzate nel tempo. Le campagne e le narrazioni analizzate sono accuratamente progettate per minare le aspirazioni europee dell’Ucraina e erodere il sostegno all’allargamento, sia in Ucraina che in tutta Europa. Le risorse informative sono selezionate per rivolgersi a un pubblico specifico in Ucraina e nell’UE e per conferire legittimità alla posizione aggressiva della Russia all’interno dei nostri spazi informativi. L’adesione è solo uno dei tanti temi su cui la Russia cerca di influenzare il nostro pubblico, ma è un esempio lampante di come essa operi su ampia scala per minare la nostra coesione nel lungo periodo, qualcosa che possa avere ripercussioni concrete sulla vita delle persone.

La manipolazione dell’opinione pubblica attraverso la sovversione ideologica può indurre le persone a rifiutare perfino fatti evidenti per soddisfare le percezioni e le convinzioni indotte attraverso la propaganda.

Un atteggiamento puramente difensivo o reattivo non è sufficiente di fronte a una minaccia plasmata e dettata da attori ostili. Sia il SEAE che il CCD concordano pertanto sul fatto che misure efficaci debbano prevedere il rafforzamento della resilienza. Aumentare la capacità del pubblico in generale di riconoscere e contrastare la manipolazione attraverso l’esposizione, la comunicazione strategica, l’alfabetizzazione mediatica e lo sviluppo delle competenze rimane fondamentale per il successo.

A differenza degli altri strumenti, questo approccio attraversa trasversalmente tutti i livelli dell’architettura FIMI e può modificare nel tempo gli incentivi degli autori degli attacchi: se la manipolazione smette di esercitare influenza, non vale più la pena investire in essa.

Non bisogna censurare le opinioni, ma colpire esclusivamente gli strumenti di propaganda di uno Stato impegnato in una guerra di aggressione militare contro l’Ucraina e in una guerra ibrida contro l’Unione Europea e il Regno Unito.

Political map of European Union member states. 27 EU member States, after United Kingdom left. Special member State territories are not included.

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