LA FRAMMENTAZIONE DELL’ARCHITETTURA DI SICUREZZA TRANSATLANTICA

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2 Maggio 2026

Implicazioni strategiche dell’Operazione Epic Fury: la riduzione delle forze statunitensi in Germania e l’ascesa della coalizione europea dei volenterosi.

L’analisi del direttore Francesco D’Arrigo


L’annuncio di Sean Parnell, portavoce del Pentagono, che il 2 maggio 2026 ha formalizzato il ritiro di 5.000 soldati americani dalla Germania, rappresenta la chiara intenzione dell’Amministrazione Trump47 di utilizzare la presenza militare in Europa come principale leva di coercizione diplomatica. Questa decisione, autorizzata dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth, segna una significativa riduzione dell’attuale contingente statunitense di 38.000 soldati in Germania, che storicamente ha costituito il punto di forza della presenza di truppe terrestri americane in Europa.

Sebbene la dichiarazione ufficiale di Parnell citi una “revisione approfondita della configurazione delle forze del Dipartimento” e dei “requisiti del teatro operativo”, la mossa è profondamente radicata nella frustrazione della Casa Bianca per la percepita mancanza di sostegno da parte degli alleati europei, e per le critiche del cancelliere federale della Germania Friedrich Merz all’Operazione Epic Fury, la campagna guidata dagli Stati Uniti contro il regime iraniano. Sul mancato intervento a sostegno dell’operazione militare contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno preso di mira Spagna, Regno Unito e Italia, ma le tensioni tra Berlino e Washington sono aumentate negli ultimi giorni, con i leader di entrambi i Paesi che si sono scambiati una serie di frecciate. Tra queste, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, parlando agli studenti del Carolus-Magnus-Gymnasium di Marsberg, ha definito fallimentari gli sforzi diplomatici statunitensi in Pakistan, affermando che la leadership iraniana sta “umiliando” gli Stati Uniti. Le critiche del capo del governo federale della Germania nonché comandante delle forze armate tedesche in tempo di guerra Merz, si sono estese anche a livello strategico, mettendo in dubbio l’esistenza di una strategia di uscita praticabile per le forze armate statunitensi in Iran, paragonando la situazione agli interventi in Iraq e Afghanistan.

Il presidente Trump, in palese difficoltà per il blocco di Hormuz e per il calo di consensi interno, dopo aver ripetutamente attaccato l’Alleanza Atlantica, paventando un possibile ritiro degli USA dalla NATO, ha risposto con la sua consueta veemenza con un post sul profilo della piattaforma di sua proprietà Truth Social, accusando Merz di aver sottovalutato la minaccia nucleare iraniana e definendo le posizioni della cancelleria tedesca “inappropriate e inutili”. La decisione di ritirare le truppe è stata ampiamente interpretata come una “punizione” per queste dichiarazioni, un’opinione corroborata da alti funzionari del Pentagono che hanno osservato come il presidente stia “reagendo giustamente a queste dichiarazioni controproducenti”.

Il ritiro di 5.000 soldati è quindi una diretta conseguenza di questa divergenza strategica, poiché gli Stati Uniti si stanno orientando verso un rapido declassamento della sicurezza di quelle nazioni europee che considerano non completamente allineate alle politiche di Washington, come previsto dalla National Security Strategy (NSS) 2025.

LA RIDUZIONE DELLA FORZA MILITARE USA IN EUROPA                                          

La presenza militare statunitense in Germania è massiccia e risale al periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale e alla Guerra Fredda. Secondo i dati del Dipartimento della Guerra, lo scorso dicembre risultavano dislocati in basi in tutta la Germania oltre 36.000 soldati in servizio attivo, insieme a quasi 1.500 riservisti e 11.500 civili. La Germania ospita anche i quartier generali del Comando Europa e del Comando Africa degli Stati Uniti, e la sua base aerea di Ramstein è un importante snodo per le operazioni statunitensi.

Il Giappone è l’unico Paese alleato con una presenza maggiore di truppe statunitensi.

Il ritiro, a meno di ulteriori ripensamenti del presidente Trump, sarà completato nei prossimi sei-dodici mesi e ridurrà la presenza di truppe statunitensi in Europa ai livelli precedenti all’invasione russa dell’Ucraina, quando gli schieramenti di truppe erano stati aumentati dal presidente Joe Biden, per rafforzare la difesa del fianco Est della NATO. La riduzione della presenza militare, minacciata anche in Italia, coinvolge diverse componenti specifiche della struttura delle forze statunitensi in Germania. In particolare, il ridimensionamento include la rimozione di un’intera Brigata di combattimento (BCT) e la cancellazione di un battaglione di artiglieria a lungo raggio che era stato precedentemente programmato per il dispiegamento.

Le implicazioni strategiche di questa mossa vanno oltre le relazioni bilaterali tra Washington e Berlino. Riducendo la presenza americana in Germania ai livelli precedenti all’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, il Pentagono sta di fatto annullando i programmi di deterrenza della precedente amministrazione per rafforzare il fianco orientale della NATO. Un ennesimo favore all’amico Vladimir Putin, con il quale l’Amministrazione Trump condivide gli obiettivi di indebolimento dell’UE e di destrutturazione dell’Alleanza Atlantica.

RIALLINEAMENTO STRATEGICO E COERCIZIONE: la dottrina Hegseth-Parnell e la riduzione della forza in Germania

La leadership del Dipartimento della Guerra sotto la guida del segretario Pete Hegseth e del portavoce capo Sean Parnell si è caratterizzata per un netto distacco dalle norme tradizionali dei rapporti tra militari e civili e delle relazioni con gli alleati storici. Parnell, ex Ranger dell’esercito e autore di “Outlaw Platoon”, è stato nominato nel febbraio 2025. Il suo mandato è stato caratterizzato dall’adozione della dottrina militare di “Massima Pressione” e da notevoli attriti interni che hanno portato al licenziamento di 24 Generali a 4 stelle su 37 in active duty e decine di senior commanders da quando si è insediato. Scontri con i vertici militari che hanno raggiunto il culmine il 23 aprile 2026, con il licenziamento del segretario della Marina John Phelan.

John Phelan, ex banchiere e importante finanziatore del Partito Repubblicano, è diventato segretario della Marina Militare su indicazione del presidente Trump, nonostante la sua totale mancanza di esperienza e competenza negli ambiti della Difesa e del dominio marittimo. Il suo licenziamento, deciso dallo stesso presidente Trump che lo aveva nominato, sarebbe stato motivato dalla sua opposizione ai piani di imponenti ordini di navi e sommergili per l’ampliamento della flotta decisi dal Pentagono, e soprattutto dai suoi scontri con il segretario della guerra Hegseth sull’assegnazione delle risorse economiche necessarie a finanziare il blocco navale di Hormuz. il portavoce del Pentagono Parnell ha reso note le dimissioni del segretario della US Navy Phelan tramite i social media, mentre Phelan cercava conferma dal presidente che la richiesta di dimissioni fosse stata effettivamente autorizzata. Questo ennesimo siluramento, unito all’adozione da parte del segretario del Dipartimento della Guerra di norme restrittive per la stampa che hanno portato alla causa del New York Times contro il Dipartimento della Guerra, evidenzia la determinazione della Casa Bianca a centralizzare il controllo sulla strategia e sulla narrazione militare. La contestazione legale è sorta dopo che i giornalisti si sono rifiutati di firmare accordi che concedevano al Pentagono il potere di limitare e censurare i loro reportage. Rifiuto che ha portato al ritiro dei loro accrediti.

Il licenziamento del segretario della Marina John Phelan e la battaglia legale sulle credenziali stampa riflettono ulteriormente le tensioni in seno alla Casa Bianca, “non soddisfatta” dei progressi sulle trattative di pace con l’Iran e pronta a usare qualsiasi mezzo necessario per raggiungere i suoi obiettivi. Sebbene un giudice distrettuale abbia dichiarato incostituzionali tali limiti alla libertà di stampa, Parnell ha indicato che il governo presenterà ricorso, sostenendo che tali misure sono necessarie per la sicurezza operativa durante le ostilità in corso nel Golfo Persico.

OPERAZIONE EPIC FURY: il blocco navale di Hormuz         

Il ritiro delle forze dalla Germania non può essere compreso senza il contesto e gli obiettivi dell’Operazione Epic Fury, iniziata il 28 febbraio 2026. Questa campagna rappresenta una massiccia escalation della dottrina America First “Pace attraverso la forza”, volta allo “smantellamento sistematico” dell’apparato di sicurezza del regime iraniano. L’operazione comprende diversi obiettivi militari ed economici chiave:

  • Eliminazione della minaccia nucleare: basandosi sull'”Operazione Midnight Hammer” (giugno 2025), che ha preso di mira gli impianti nucleari, Epic Fury mira a garantire che l’”Iran non acquisisca mai un’arma nucleare“.
  • Distruzione dei missili balistici: la sistematica demolizione dell’industria missilistica iraniana e la distruzione degli arsenali esistenti.
  • Annientamento della flotta navale: la neutralizzazione della marina iraniana e l’istituzione di un blocco marittimo completo di tutti i porti iraniani.
  • Operazioni di contrasto al terrorismo per procura: recidere i legami tra Teheran e i suoi “proxy terroristici” regionali.

Il 2 maggio 2026, l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM ha confermato che il blocco navale è pienamente operativo, con le forze americane impegnate a neutralizzare le navi che tentano di violare l’embargo. Tuttavia, questo ennesimo atteggiamento aggressivo ha alienato alleati tradizionali come Germania e Italia, che si sono offerte di fornire dragamine per bonificare lo Stretto di Hormuz, ma solo alla fine delle ostilità, mentre si sono rifiutate di partecipare a operazioni di combattimento dirette.

Implicazioni Economiche e Umanitarie

Le ripercussioni economiche dell’Operazione Epic Fury si sono fatte sentire in tutto il mondo. Il FMI riporta che lo shock energetico derivante dalla guerra in Medio Oriente ha portato a un aumento delle proiezioni di inflazione e a una riduzione delle previsioni di crescita per il 2026 e il 2027. Le economie importatrici nette di energia, come l’Eurozona e il Regno Unito, sono state colpite in modo particolarmente duro, con interruzioni delle forniture e prezzi delle materie prime più elevati che hanno portato a “acuti compromessi macroeconomici”.

Il costo umanitario delle guerre in atto è altrettanto profondo. I conflitti armati in Medio Oriente e in Ucraina hanno provocato lo sfollamento di milioni di persone, un processo che, secondo il FMI, lascerà cicatrici durature sul capitale, sull’occupazione e sulla produttività. L’attuale contesto di “frammentazione geoeconomica” minaccia di vanificare decenni di progressi nell’integrazione globale, poiché gli Stati danno priorità alla sicurezza nazionale rispetto all’efficienza economica.

L’Europa minacciata da Est e da Ovest costruisce una nuova architettura di difesa, sicurezza e indipendenza strategica

I dati OSINT raccolti per questa analisi indicano che, sebbene la dottrina “Pace attraverso la Forza” abbia raggiunto importanti traguardi militari contro il regime iraniano, il costo è stato la frammentazione delle alleanze, delle organizzazioni internazionali, del sistema socioeconomico e finanziario globale, la compromissione della credibilità politica degli Stati Uniti.

Il divario ideologico tra gli Stati Uniti e i suoi alleati europei, radicato in visioni diverse di governance, sicurezza e priorità economiche, precipitato dall’integrismo, dall’orientamento ideologico e politico della seconda Amministrazione Trump, si sta manifestando in una profonda ridefinizione delle priorità transatlantiche, che produce significative ripercussioni sulle architetture di sicurezza globale e contrasti che minacciano di disintegrare 80 anni di allineamento strategico con i propri alleati NATO.

La politica estera americana sta entrando in una fase di profonda trasformazione: la dottrina DoNRO rappresenta un rifiuto del modello di “egemonia liberale” e una transizione verso un approccio pragmatico di riduzione della presenza diretta permanente, pur partecipando e intervenendo selettivamente nei processi chiave. Non si tratta di isolazionismo, bensì di un tentativo di ridurre i costi e rivedere gli assetti di potenza globali, mantenendo il ruolo di dominio nell’emisfero occidentale (potenza militare e tecnologica globale) e delegando agli alleati le funzioni della propria difesa, addossando loro i costi finanziari e imponendo allineamento ideologico per poter acquistare tecnologie, energia e sistemi d’arma statunitensi.

Il meccanismo centrale del processo diventa la deterrenza a distanza, basata sul potere finanziario, sulla pressione delle sanzioni e sulla superiorità tecnologica nel cyberspazio e nello Spazio extra-atmosferico. Tuttavia, ciò crea una contraddizione: trasferendo la responsabilità della difesa tradizionale ai partner, Washington stimola la loro autonomia strategica, che indebolisce gradualmente la leadership incondizionata e soprattutto la credibilità politica degli Stati Uniti all’interno delle alleanze e solleva dubbi sulla loro stessa sostenibilità.

Lo stretto legame tra economia e sicurezza con la politica di creazione di catene di approvvigionamento protette nei Paesi alleati, rafforzano la posizione degli Stati Uniti in ambiti critici, ma creano un effetto boomerang. L’utilizzo del sistema finanziario come strumento di coercizione non isola gli avversari, bensì accelera la frammentazione del mercato globale unificato. I Paesi del Sud del mondo, temendo la propria vulnerabilità, iniziano a integrarsi in sistemi istituzionali e di regolamentazione alternativi, creati da potenze rivali degli Stati Uniti. Di conseguenza, la strategia di “riduzione del rischio” accelera paradossalmente la formazione di un mondo multipolare e mina i meccanismi di globalizzazione che storicamente hanno garantito il potere americano.

Questa dottrina di politica estera non è leadership. È coercizione transazionale. Per 80 anni, l’Alleanza Atlantica ha garantito sicurezza e sviluppo. Quando la sicurezza diventa condizionata all’obbedienza politica, smette di essere un’alleanza e si trasforma in dipendenza.

NASCE LA FORZA MULTINAZIONALE UCRAINA (MNF-U): la dichiarazione di Parigi e l’ascesa dell’autonomia strategica europea

 

Mentre gli Stati Uniti si concentrano sui propri obiettivi in ​​Medio Oriente e ritirano truppe dalla Germania, in Europa sta emergendo un’architettura di sicurezza secondaria. Il 6 gennaio 2026, il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron hanno firmato la Dichiarazione di Parigi, uno “storico accordo” che formalizza l’impegno di una “Coalizione dei Volenterosi” a guida europea per fornire garanzie di sicurezza all’Ucraina. Questa iniziativa, che inizialmente comprendeva 34 Paesi, ora diventati 40 più l’Ucraina, mira a facilitare un accordo di pace duraturo con la Russia fornendo le “solide garanzie di sicurezza” che Kiev ha a lungo cercato.

La Dichiarazione di Parigi è strutturata attorno a cinque pilastri fondamentali:

  • Monitoraggio e verifica del cessate il fuoco: un meccanismo guidato dagli Stati Uniti con contributi significativi dalla Coalizione dei Volenterosi (CoW) per garantire il rispetto di qualsiasi futuro accordo di pace.
  • Fornitura di armamenti a lungo termine: supporto continuo alle Forze Armate dell’Ucraina (AFU) per mantenere il loro ruolo di “prima linea di difesa e deterrenza”.
  • Forza multinazionale in Ucraina (MNF-U): un contingente a guida europea che verrà schierato dopo un cessate il fuoco per supportare la rigenerazione delle Forze Armate ucraine e svolgere operazioni di deterrenza.
  • Impegni di sostegno vincolanti: promesse di sostegno all’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia, incluso il potenziale utilizzo di capacità militari.
  • Ricostruzione e cooperazione rafforzata: sostegno finanziario e logistico per la ricostruzione del Paese e della sua base industriale della difesa.

Struttura Operativa della Forza Multinazionale in Ucraina

La MNF-U rappresenta un cambio di paradigma nella difesa europea. Nel settembre 2025, la coalizione ha istituito un quartier generale di comando strategico congiunto presso il Forte Mont Valerien a Parigi, con la guida congiunta di Francia e Regno Unito. La forza include 26 nazioni che si impegnano formalmente a schierare truppe, a condizione di una cessazione credibile delle ostilità. A differenza delle tradizionali missioni di pace delle Nazioni Unite, la MNF-U è esplicitamente concepita per la “rassicurazione” e la “deterrenza”, con unità dislocate presso “centri militari” in tutta l’Ucraina per proteggere civili e infrastrutture.

Il primo ministro britannico Starmer ha definito questo evento un “momento irripetibile” per la sicurezza europea, sottolineando che il tempo delle discussioni è ormai finito. L’iniziativa ha ricevuto il sostegno politico dell’Amministrazione Trump, con Jared Kushner e Steve Witkoff presenti al vertice di Parigi per segnalare il sostegno americano all’idea che l’Europa si assuma “maggiori responsabilità per la propria difesa”. Sostegno USA, tuttavia, subordinato al fatto che la MNF-U funga da indicatore di un “mondo NATO senza gli Stati Uniti”, sulla carta per consentire a Washington di reindirizzare le sue forze pronte al combattimento verso il teatro iraniano, in pratica per giustificare un progressivo disimpegno dall’Alleanza Atlantica.

Ostacoli diplomatici e legittimazione parlamentare

Nonostante la formalizzazione della Dichiarazione di Parigi, permangono ostacoli significativi all’interno della coalizione, in quanto non tutti i membri sono favorevoli all’immediato dispiegamento di forze militari. Paesi come Canada, Spagna e Turchia hanno espresso la disponibilità a contribuire alle garanzie di sicurezza, ma si sono mostrati riluttanti a dispiegare truppe in suolo ucraino. Ovviamente, qualsiasi dispiegamento richiederà l’approvazione dei parlamenti nazionali, un processo che il Cancelliere Starmer ha riconosciuto essere “vitale” per la legittimità democratica nel Regno Unito.

La risposta russa alla Dichiarazione di Parigi è stata di totale rifiuto. L’ambasciatore plenipotenziario Andrey Belousov ha dichiarato alla Conferenza di revisione del TNP che una soluzione al conflitto ucraino è possibile solo se la NATO abbandona il suo obiettivo di “sconfiggere strategicamente la Russia”. Mosca considera la “rimilitarizzazione intensiva” dell’Europa e il proposto dispiegamento del MNF-U, una violazione dei suoi interessi fondamentali. L’ambasciatore Belousov ha nuovamente giocato la carta della guerra psicologica, avvertendo che le politiche occidentali stanno “giocando un gioco molto pericoloso e rischiano di portare a un conflitto armato diretto tra le principali potenze nucleari”. Questo sentimento trova eco nell’opinione pubblica degli Stati Uniti, dove la maggioranza degli americani sostiene il proseguimento degli aiuti militari a Kyiv, ma è divisa perché gli elettori di estrema destra e i seguaci del movimento MAGA sono contrari alla partecipazione delle forze statunitensi alla “Coalizione dei Volenterosi” europea.

L’EUROPA DI FRONTE ALLA SOLITUDINE STRATEGICA GLOBALE NELL’ERA TRUMP47   

   

Il mondo rimane in uno stato di elevata incertezza, con il potenziale di un’ulteriore escalation sia in Medio Oriente che nell’Europa orientale. La decisione di Washington di ritirare le truppe dalla Germania e l’ascesa della “Coalizione dei Volenterosi” europea non sono eventi isolati, ma fanno parte di una fondamentale ristrutturazione dell’architettura di sicurezza internazionale che definirà il XXI secolo.

Il percorso verso una soluzione affidabile in Ucraina rimane lontana, dipendente da un livello di cooperazione diplomatica che attualmente non esiste. La postura strategica e la politica estera del presidente Trump, fin dalle fasi iniziali del suo secondo insediamento, sono caratterizzate da una miscela distintiva di unilateralismo assertivo, rifiuto della diplomazia, accordi transazionali, ambiguità e opportunismo strategico – caratteristiche che collettivamente esercitano enormi pressioni su tutti i propri alleati e partner commerciali, in particolare Canada e Unione Europea. L’Amministrazione, guidata dal presidente Donald Trump e dal vicepresidente J. D. Vance, ha rapidamente evidenziato un approccio muscolare alla politica estera, orientata esclusivamente a perseguire il dominio degli Stati Uniti, facendo leva su una strategia di minacce e tattiche ibride, tra le quali: ingerenza nelle elezioni e nei sistemi costituzionali di Stati alleati, guerra economica, postura assertiva, raid militari, controllo e ridenominazione geografica dei mari e degli stretti strategici, minacce di annessioni territoriali, delegittimazione degli organismi internazionali e delle alleanze storiche, (dis)informazione attraverso i social, esaltazione del radicalismo religioso, escalation retorica.

Lo tsunami geopolitico scatenato dall’”asse del male” delle autocrazie, ora alimentato anche dalle politiche dell’Amministrazione statunitense del presidente Donald Trump, hanno provocato una profonda faglia nei rapporti tra l’Unione Europea e gli USA, sollevando interrogativi sulla sostenibilità dell’Alleanza Transatlantica in un’epoca di incertezze e guerra economica, fratture geopolitiche e strategiche senza precedenti.

Sebbene la NATO rimanga la pietra miliare della difesa europea, l’invasione russa e le nuove sfide rivolte ai membri dell’Alleanza Atlantica dal presidente degli Stati Uniti Trump, hanno evidenziato la necessità per l’UE di sviluppare proprie capacità militari integrate e, se necessario, in grado di agire velocemente e indipendentemente dalla NATO.

Quindi sì, Washington ritira pure i tuoi soldati dall’Europa. Il vero problema non sono 5.000 soldati.
Il vero problema è che l’Europa ha costruito la sua architettura di sicurezza sull’assunzione di avere un partner razionale e affidabile. Quell’assunzione è sparita.

Ora ci sono solo due opzioni: continuare ad assorbire l’imprevedibilità, la guerra commerciale, le minacce ibride provenienti dall’Atlantico; oppure costruire capacità autonome e indipendenza strategica.

Quella attuale non è una crisi dell’ordine internazionale di breve durata, ma uno shock geopolitico provocato dall’Amministrazione Trump47 che si aggiunge agli attacchi di Russia e Cina, soprattutto contro l’Unione Europea e la NATO.

La dichiarazione di Parigi della Coalizione dei Volenterosi, e le parole pronunciate dal presidente Emmanuel Macron dal vertice della Comunità Politica europea a Erevan lo scorso 4 maggio, rispecchiano nella maniera più compita il gelo dei Volenterosi rispetto alla nuova iniziativa militare del presidente Donald Trump per riaprire lo stretto di Hormuz, rappresentano una linea di demarcazione rispetto a Washington, anche sul concetto stesso di riapertura di Hormuz.

Un grande segnale di determinazione verso la realizzazione dell’autonomia strategica europea.

 

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