L’escalation ibrida russa

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20 Agosto 2026

Per il Cremlino l’escalation ibrida non è solo una scelta, ma una necessità.

La guerra ibrida diventa non solo conveniente ma l’unico vero strumento di Mosca per imporre costi, esercitare pressione contro l’UE e mantenere l’illusione di capacità offensiva.

di Francesco D’Arrigo

Dalla fallita conquista di Kiev nell’aprile 2022, il presidente Putin ha subito una sconfitta strategica: non è riuscito a sottomettere l’Ucraina, nonostante il sacrificio di centinaia di migliaia di giovani russi uccisi e feriti; ha fatto sprofondare la Federazione Russa in una crisi economica che ne sta minando la stabilità politica e soprattutto ne ha disonorato il prestigio internazionale, che nemmeno l’efficace propaganda del Cremlino potrà più restituirle. Dopo oltre quattro anni di feroci bombardamenti di città e infrastrutture civili, con la sua “Operazione Militare Speciale”, Mosca ha conquistato solo un instabile e relativo controllo territoriale di una parte del Donbass, che dopo il famigerato vertice di Anchorage con il presidente Trump, pretende gli venga concesso in toto, inclusi i territori che non controlla, per interrompere i suoi raid missilistici contro i civili.

L’economia della Federazione Russa è in profonda crisi

Russian Federation Inner States

 

Sebbene l’effettiva situazione economica della Russia è mantenuta segreta, così come le conseguenze degli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere, Mosca ha già utilizzato più del 50% del suo Fondo sovrano e la spesa militare ufficiale nel 2025 è quintuplicata rispetto a quella del 2021. I dati ufficiali non tengono conto dei costi aggiuntivi legati al mantenimento dei territori ucraini occupati, del supporto alle regioni di confine, delle conseguenze economiche delle infrastrutture petrolifere distrutte, dei pagamenti di indennizzo alle truppe e alle loro famiglie.

Le vendite di materie prime energetiche, che rappresentano il 50% di quelle statali, si sono drasticamente ridotte, nonostante gli acquisti di Cina, India e di tutti quei Paesi, anche europei, che bypassano le sanzioni. Proprio a causa della guerra, i ricavi russi da petrolio e gas sono diminuiti del 30% su base annua a novembre 2025, impattando sul reale onere bellico che in questo scenario si assesta intorno al 10% del PIL, un livello prossimo alla spesa che negli anni ’80 veniva sostenuta da tutta l’Unione Sovietica.

I russi ritirano miliardi di rubli dalle banche per timore di una confisca per la guerra

Secondo i dati raccolti dal marketplace finanziario russo Banks.ru, nei primi sette mesi del 2026 sarebbero stati ritirati dal sistema bancario l’equivalente di circa 24,4 miliardi di Euro, mentre la domanda di contante continua ad aumentare. Il fenomeno riguarda anche i principali istituti di credito del Paese. Cinque delle sette maggiori banche russe hanno registrato deflussi netti dai depositi dei clienti. A spingere i cittadini a trasformare i depositi in banconote sono i timori legati all’impatto della guerra sull’economia, agli attacchi dei droni ucraini contro raffinerie e infrastrutture e, soprattutto, alla possibilità che lo Stato possa intervenire sui risparmi privati. La domanda di contante ha iniziato ad accelerare a marzo, con circa 300 miliardi di Rubli, poco più di 3 miliardi di Euro, che escono dai conti ogni mese. Dati confermati dalla banca centrale russa, secondo la quale ogni mese vengono ritirati dalle banche miliardi di Rubli, perché molti temono che il Cremlino possa requisire i risparmi per finanziare la guerra in Ucraina.

L’”Operazione Militare Speciale” è diventata insostenibile

La crisi sta colpendo anche i colossi nazionali come Gazprombank, che in quattro mesi ha perso 299,5 miliardi di Rubli, circa 3 miliardi di Euro, pari al 10,8 per cento dei suoi depositi. Rosselkhozbank ha registrato un deflusso di 270,5 miliardi di Rubli, oltre 2,7 miliardi di Euro, con una diminuzione superiore al 15 per cento.

Il Cremlino ha strutturato il proprio PIL per un’economia di guerra, con una spesa stimata15,5 trilioni di Rubli nel 2025, accettando un insostenibile numero di soldati uccisi per effettuare “avanzate” di pochi metri al giorno in aree come Kharkiv. Negli ultimi due anni di sanguinosa invasione, ha conquistato poco più del 2% di territorio ucraino. Con una stima di 1,4 milioni di mezzi distrutti dall’esercito di Kyiv, la Russia ha praticamente esaurito le sue riserve di equipaggiamento di epoca sovietica, e conta sempre più sul sostegno dei suoi alleati, Xi Jinping e Kim Jong-un. Agli attuali tassi di distruzione e abbandono, l’equipaggiamento militare utilizzabile, si esaurirà entro la fine del 2026 o l’inizio del 2027. Nemmeno le forniture militari provenienti da Corea del Nord e Cina possono colmare le crescenti necessità di truppe, lacune in equipaggiamento e munizioni. Mosca dovrà istituire una linea di produzione decennale per dotarsi di almeno 2600 carri armati per sostituire i 4000 distrutti in guerra.

Tutte conseguenze dell’eroica resistenza del popolo ucraino, che oltre a respingere l’invasione dell’esercito russo sta imponendo costi insostenibili dal punto di vista sociale ed economico alla Federazione Russa.

Ma il presidente Putin si rifiuta di fermare la sua guerra di aggressione perché non può riconoscere la sconfitta strategica senza rischiare il collasso politico. Plasmato dalla sua cultura del KGB e rifiutata la caduta dell’Unione Sovietica, qualsiasi accordo di pace che possa essere percepito in modo diverso dalla “vittoria” completa, non è più un’opzione politica a sua disposizione. Un accordo senza la capitolazione di Kyiv delegittimerebbe l’intero regime. Pertanto, l’escalation ibrida non è solo una scelta, ma una necessità.

Con sempre meno giovani da inviare al fronte, unitamente alla rapida riduzione delle dotazioni militari convenzionali da un lato – il sostegno della Coalizione dei Volenterosi che ha sostituito la ritirata dell’Amministrazione Trump e  l’aumento della capacità industriale nel settore difesa europeo – dall’altro lato, per la Russia la guerra ibrida diventa non solo conveniente, ma necessaria: l’unico vero strumento di Mosca per imporre costi, esercitare pressione contro l’UE e mantenere l’illusione di capacità offensiva.

2026: l’anno dell’escalation ibrida russa

Una potenza in declino è spesso più pericolosa di una in ascesa. Di fronte a una spirale economica e a forze convenzionali in esaurimento, il presidente Vladimir Putin sta entrando in un contesto di massimo pericolo. L’Europa deve essere pronta ad affrontare scenari distopici, ma possibili come il cambiamento di fronte di Washington con il ritorno alla Casa Bianca del presidente Trump: non solo a quello con una Russia in ripresa, ma anche a scenari con Mosca disperata a causa delle capacità di attacco ucraine.

Con le operazioni militari convenzionali divenute sempre più economicamente insostenibili, la guerra ibrida, meno costosa e condotta da un numero altamente inferiore di risorse umane, diventa l’unico strumento di escalation accessibile alla Russia. La debolezza economica del Cremlino in ambito militare convenzionale lo costringe a ricorrere maggiormente a tattiche ibride in sostituzione delle capacità militari che non possiede più. Un’escalation che è già visibile in tutti i domini: cibernetico, aerospaziale, marittimo, terrestre e soprattutto cognitivo.

La Russia sta conducendo una guerra non convenzionale contro l’Europa. Attraverso la sua campagna di sabotaggi, vandalismo, spionaggio e azioni segrete, l’obiettivo di Mosca è quello di destabilizzare i governi europei, minare il sostegno pubblico all’Ucraina imponendo costi sociali ed economici all’Europa e indebolire la capacità collettiva di una NATO terremotata dall’Amministrazione Trump e dell’Unione Europea di rispondere all’aggressione ibrida russa. Questa guerra non asimmetrica ha iniziato a intensificarsi nel 2022 parallelamente all’invasione dell’esercito russo dell’Ucraina. Sebbene il Cremlino non sia finora riuscito a raggiungere il suo obiettivo primario, le capitali europee hanno faticato a rispondere alle operazioni di sabotaggio e hanno trovato difficile concordare una risposta unitaria, coordinare le azioni, sviluppare misure di deterrenza efficaci, attribuire e imporre costi di ritorsione a Mosca.

L’escalation della guerra ibrida russa si sta manifestando principalmente attraverso 4 forme specifiche:

  1. Il Confronto informativo (Information Confrontation), termine usato nei circoli strategici e militari russi per descrivere il loro approccio all’uso delle informazioni, sia in tempo di pace che in conflitto. Il Cremlino effettua operazioni di influenza maligna, disinformazione, guerra psicologica soprattutto attraverso lo spettro della minaccia di ricorrere all’uso di armi nucleari, tutte coerenti con la nuova formulazione strategica della Russia, tranne il ricorso al nucleare previsto solo in caso di minaccia esistenziale della Russia (e non della sopravvivenza politica del regime putiniano). L’ecosistema informativo russo è composto da diversi pilastri che rispondono direttamente alle tre Agenzie di intelligence principali: il Servizio di Sicurezza Federale (FSB), che si occupa di sicurezza interna e controspionaggio; il Servizio di Intelligence Estera (SVR), responsabile dello spionaggio all’estero; e la Direzione principale delle informazioni (GRU), il Servizio di intelligence militare. Attraverso un approccio ecosistemico mirano a influenzare l’opinione pubblica e destabilizzare la società, impiegando tecniche idonee a sostenere il conflitto che il Cremlino mantiene costantemente attivo, a prescindere dallo stato delle relazioni con il nemico, contro le democrazie occidentali, con l’obiettivo generale di indebolire la coesione internazionale tra gli Stati Uniti e l’Europa, dei loro alleati e partner commerciali, e di attaccare gli avversari percepiti dalla Russia.

    Federal’naja služba bezopasnosti FSB

  2. La coercizione con l’aumento di dimostrazioni militari convenzionali, che diventano sempre più minacciose. Violazioni sempre più aggressive dello spazio aereo e navale di Paesi membri della NATO, come quelli effettuati quest’anno in Polonia, nei Paesi baltici e nel Golfo di Finlandia. Inoltre, l’incremento della guerra psicologica creata attraverso la retorica nucleare per mettere sotto pressione i cittadini e le istituzioni europee. Il messaggio trasmesso da Mosca: sostenere l’Ucraina rischia un’escalation diretta con la Russia, quindi interferire con il “piano di pace TrumPutiniano” concordato ad Anchorage (capitolazione di Kyiv), oltre a essere costoso, è rischioso.

    Služba vnešnej razvedki – SVR – Ruska zunanja obveščevalna služba

     

  3. Il sabotaggio che sta prendendo di mira l’infrastruttura produttiva europea in espansione per la difesa e le catene di approvvigionamento dirette in Ucraina. Con l’aumento delle fabbriche di munizioni continentali e la maggiore visibilità delle reti logistiche, queste diventano obiettivi primari, come descritto nel report dell’IISS di Londra “The Scale of Russian Sabotage Operations Against Europe’s Critical Infrastructure”. Sono facilmente prevedibili attacchi progettati per devastare territori con incendi, danneggiare sistemi di trasporto e infrastrutture logistiche, ritardare le consegne di armi, aumentare i costi della sicurezza e della deterrenza per costringere i governi europei a dirottare le risorse dal sostegno all’Ucraina alla protezione interna.

    Glavnoe razvedyvatel’noe upravlenie GRU

  4. La sovversione, in particolare le attività FIMI “Foreign Information Manipulation and Interference” si intensificheranno drasticamente durante le prossime elezioni europee e statunitensi, come abbiamo visto in quelle svoltesi in Ungheria all’inizio del 2026, estendendo l’ingerenza nelle elezioni europee e di medio termine negli Stati Uniti. I Partiti populisti filorussi di estrema destra, che si ispirano anche alle politiche MAGA dell’Amministrazione Trump e che strumentalizzano i flussi migratori, godono già di sondaggi in crescita in alcune importanti nazioni europee. L’utilizzo dei flussi migratori come strumento di pressione geopolitica e di guerra ibrida da parte della Russia costituisce una tattica volta a destabilizzare i confini dell’Unione Europea e a creare instabilità politica interna nei paesi occidentali. Mosca ha impiegato questa strategia in vari teatri operativi: al confine orientale (Finlandia e Polonia-Bielorussia) ha orchestrato e favorito il transito di migranti privi di documenti (provenienti da Medio Oriente, Africa e Afghanistan) diretti verso le frontiere di Polonia, Estonia e Finlandia (quest’ultima presa di mira in risposta all’adesione alla NATO), forzando la chiusura temporanea dei confini. Mosca influenza i flussi migratori dall’Africa attraverso azioni dei gruppi paramilitari e la repressione interna, alimentando insicurezza e persecuzioni, spingendo intere popolazioni a fuggire verso il Mediterraneo, indirizzando enormi flussi di migranti irregolari verso le frontiere UE come ritorsione politica. Attraverso accordi con le giunte militari nel Sahel (come in Niger) e in Cirenaica (Libia), la Russia ha esteso la propria influenza sulle principali direttrici africane del transito migratorio verso il Mediterraneo. Questa posizione di controllo nei nodi logistici del deserto consente a Mosca di esercitare una leva di condizionamento asimmetrico e continuo nei confronti dell’Italia, della Grecia e della Spagna, mettendo in crisi il fianco meridionale della NATO. Ogni punto percentuale e ogni messaggio politico amplificato a vantaggio dei Partiti populisti e nazionalisti europei offre alla Russia la speranza di indebolire la Coalizione dei Volenterosi, l’efficacia delle sanzioni e la determinazione politica dei governi europei.

La Guerra nella Zona Grigia

La dottrina militare russa integra profondamente il sabotaggio delle infrastrutture nazionali critiche nella “gibridnaya voyna” (guerra ibrida). Le infrastrutture critiche europee sono particolarmente vulnerabili al sabotaggio poiché versano in condizioni pessime a seguito di decenni di manutenzione rinviata e della mancanza di investimenti da parte dei governi nazionali e del settore privato. La Russia ha preso di mira le infrastrutture critiche per ottenere un vantaggio strategico diretto nella sua guerra in Ucraina e nell’ambito del suo più ampio conflitto con l’Occidente. Sebbene alcune iniziative, come l’operazione marittima della NATO “Baltic Sentry” nel Mar Baltico, si siano rivelate in qualche modo efficaci, la mancanza di fondi e risorse ha impedito alla NATO e all’UE di adottare e sostenere una risposta a lungo termine. Inoltre, di fronte a priorità concorrenti in materia di sicurezza nazionale (con la questione immigrazione tornata a essere strumento di propaganda elettorale), non è chiaro se tutte le capitali europee abbiano compreso la pericolosità delle minacce, e quante siano realmente impegnate a scoraggiare la guerra non convenzionale della Russia contro l’Europa.

La Russia si è preparata e ha scatenato un’escalation di attacchi nello spazio geopolitico tra pace e guerra in cui attori statali o non statali svolgono attività per promuovere gli interessi nazionali russi e indebolire l’Europa senza innescare una risposta militare. Le attività nella zona grigia baltica ed europea si moltiplicheranno ulteriormente e possono anche creare le condizioni per plasmare il contesto strategico per una guerra futura, rimanendo al di sotto della soglia che provocherebbe una risposta militare immediata da parte della NATO.

Incidenti o sabotaggi?

3D-attack model

 

Anche in questa estate 2026, caratterizzata da temperature estreme in tutto il continente, si stanno verificando una lunga serie di strani “incidenti” in tutta Europa. Nel giro di una sola settimana, Paesi della NATO hanno assistito a una straordinaria serie di sinistri, violazioni dello spazio aereo, esplosioni riguardanti la produzione di munizioni, le infrastrutture energetiche, le strutture militari e diverse operazioni di intelligence russa.

Polonia

Il 7 agosto, i servizi di sicurezza polacchi hanno arrestato un cittadino russo, reclutato dai servizi segreti russi, il cui compito era giustiziare un uomo con cittadinanza americana e ucraina, nella città di Varsavia.
Secondo il Primo Ministro Donald Tusk questa è la prima volta che qualcuno agendo su ordine russo tenta di uccidere un cittadino americano sul territorio di un altro paese della NATO.

Germania

Il 5 agosto, un drone armato di esplosivi è stato trovato vicino a una pista dell’aeroporto di Lipsia/Halle, accanto a un aereo cargo ucraino della Antonov Airlines. Due giorni dopo, due droni sono stati avvistati sopra la base della Bundeswehr a Mechernich. È possibile che dietro all’evento ci sia una rete russa che agisce da tempo in Europa.

Italia

Il 13 agosto un incendio nel reparto compressione della polvere dell’impianto KNDS Ammo Italy a Colleferro, a sud-est di Roma, seguito da un’enorme esplosione, per fortuna senza causare vittime nonostante la deflagrazione sia avvenuta mentre l’impianto era in piena attività. Lo stabilimento ex Simmel Difesa di Colleferro, vicino a Roma, produce munizioni di medio e grosso calibro per la difesa terrestre e navale, combustibili solidi per vettori aerospaziali, munizioni d’artiglieria da 155 mm fornite all’Ucraina tramite partner europei. L’incidente si è verificato nel reparto “pressatura polveri” e stando alle prime testimonianze sarebbe partito da una pressa esplosa durante la lavorazione. Nonostante il ministro della Difesa Guido Crosetto escluda si sia trattato di un attentato,  bisogna attendere la conclusione delle indagini, soprattutto a livello di intelligence, per non rimanere nell’incertezza su un possibile attacco ibrido russo. I dubbi rimangono, considerato il contesto della lunga serie di “incidenti anomali” e l’evidenza data alla notizia dell’esplosione a Colleferro da tutti i social media e i canali news russi.

Olanda

Nella mattinata del 13 agosto 2026, nel giro di poche ore nel porto olandese di Rotterdam, il più grande d’Europa: un incendio a un trasformatore, un grave blackout, una chiusura d’emergenza della raffineria ExxonMobil a Botlek, e una contemporanea esplosione mortale nell’impianto della raffineria e terminal Gunvor Energy (a circa 10 chilometri di distanza), che ha ucciso un lavoratore e ne ha feriti sei.

Sono tutti incidenti dalle circostanze non chiare e sotto investigazione da parte delle autorità, ma non sorprenderebbe se la Russia fosse responsabile di qualcuno di questa ondata straordinaria di “incidenti” anomali e attacchi dolosi che l’Europa sta fronteggiando. In precedenza, oltre a tutti i sabotaggi elencati nel report dell’IISS di Londra, si possono citare: IKEA incendiata a Vilnius, attacco doloso a un magazzino collegato a forniture all’Ucraina a Londra, sabotaggi contro obiettivi militari e industriali in Germania, a infrastrutture nella Repubblica Ceca, a sistemi ferroviari europei, ordigni incendiari inviati attraverso le reti logistiche europee – inclusi dispositivi che sono detonati o incendiati in Germania, Polonia e Gran Bretagna.

Certo, si può sostenere che si tratta di episodi isolati. Tuttavia, investigatori e tribunali europei hanno collegato molteplici operazioni di sabotaggio direttamente a reti organizzate o coordinate dall’intelligence russa.

Questa è la forza della guerra ibrida: funziona facendo sempre presumere che si tratti di incidenti e coincidenze, mantenendosi al di sotto della soglia a cui ogni singolo evento richiederebbe una risposta cinetica. Ogni evento, preso singolarmente, è negabile. Solo la sequenza ne tradisce la strategia.

L’Europa sta di nuovo fallendo nella interpretazione dei dati di intelligence?

Political map of European Union member states. 27 EU member States, after United Kingdom left. Special member State territories are not included

 

Nonostante i tentativi di alcuni governi di minimizzare la minaccia ibrida del Cremlino, secondo molteplici Agenzie di intelligence USA ed europee, Mosca non solo non vuole porre fine al conflitto contro Kyiv, ma mira a riprendere tutta l’Ucraina e i Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), riportandoli sotto il controllo del Cremlino. I polacchi ne sono assolutamente convinti. I Paesi baltici pensano di essere i prossimi a essere attaccati. In questo contesto, l’Estonia, anche per ragioni di confine, la Moldova per la numerosa presenza di truppe russe in Transnistria, vivono questa minaccia molto più pressantemente dal febbraio 2022, quando le truppe russe sono entrate in Ucraina. Minaccia che ha recentemente portato Vilnius a preparare e comunicare ai propri cittadini piani di evacuazione della capitale in caso di invasione.

Un’analisi dell’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli”, rivela che nonostante la disponibilità di tecnologie innovative, i problemi analitici dell’allarme e la natura dei fallimenti di intelligence, sono cambiati molto poco. Lo abbiamo visto con la sottovalutazione di tutti i segnali precedenti all’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 e con l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023.

Atti fra i più cruenti della storia che hanno preso di sorpresa le Agenzie di intelligence e colpito in maniera generale solo civili, facendo scoppiare guerre asimmetriche tra Stati, e tra Forze armate statali e battaglioni delle organizzazioni terroristiche strutturate come veri eserciti. Questi terribili episodi, l’11 settembre 2001 negli USA, il 7 ottobre del 2023 in Israele, il 24 febbraio 2022 in Ucraina, sono momenti chiave non solo nella storia recente ma anche dal punto di vista del processo di allarme perché, oltre ad aver rivelato la potenza distruttiva di questi nuovi gruppi armati senza nazione, della deception (inganno) e inaffidabilità della Russia, hanno dato inizio a guerre fra eserciti regolari (Russia vs Ucraina) e fra eserciti regolari e la nebulosa delle varie ramificazioni terroristiche di matrice islamica, che hanno dichiarato guerra all’Occidente, alla democrazia e al nostro modo di intendere la vita.

Tutti questi attacchi a sorpresa che hanno stravolto i paradigmi della sicurezza globale, non sono da addebitare soltanto al fallimento delle capacità di raccolta e analisi dei dati di intelligence, ma a un fallimento strategico dell’intero sistema politico e di difesa, rispettivamente degli Stati Uniti, europeo e israeliano.

I problemi che continuano a emergere sono sempre gli stessi:

• Scarsa percezione delle minacce emergenti, in particolare dei pericoli a bassa probabilità ma ad alto impatto
• Raccolta di dati inadeguata contro tali minacce
• Errori nella comunicazione tra analisti, Agenzie e decisori politici
• Mancata considerazione di tutti gli scenari, dei punti vista minoritari
• Vulnerabilità all’inganno

La persistenza di queste carenze suggerisce che nonostante la storia continui a offrire informazioni preziose per una comprensione profonda e chiara di un problema o di una situazione complessa, le nuove tecnologie necessitano di un processo decisionale informato attraverso un’analisi approfondita delle conoscenze esistenti, riformulando i problemi e andando oltre le ipotesi per trovare incognite sconosciute e migliorare la comprensione e la pratica dell’intelligence di allerta, sia all’interno della comunità dell’intelligence che negli scenari proposti ai decisori. Decisori e politici che dovrebbero essere preparati a comprendere i temi della sicurezza e della difesa dello Stato, rispettosi dei Testi costituzionali, dei rigidi doveri morali e legali fondamentali che includono la fedeltà allo Stato (che in Italia trova il suo fondamento principale nell’Articolo 54 della Costituzione), l’onestà, la trasparenza e il rispetto delle regole democratiche per garantire il bene comune.

La deterrenza ibrida europea rallentata da nazionalismo e populismo

Malgrado i molteplici attacchi subiti, l’UE nel 2026 non ha dato seguito all’incremento del potenziale di dissuasione specifica e di contrasto alle attività ibride. Politicamente, i partiti di estrema destra e alcuni di estrema sinistra con simpatie filorusse e quelle trumpiane che contrastano l’UE, sono in testa ai sondaggi in un periodo di prossime importanti elezioni nel continente. Questa convergenza di Nazional-Populismo, alimentata anche dalla Casa Bianca e dai tecno-oligarchi statunitensi, sul piano politico europeo sfrutta il disagio economico, la paura dell’immigrazione e la crisi di rappresentanza delle democrazie liberali, e si traduce in opposizione alle istituzioni UE, rifiuto del sistema di sicurezza e difesa comune (PSDC), tentativi di bloccare il sostegno militare all’Ucraina, ripristino dei confini e delle sovranità nazionali.

Economicamente, i governi dell’UE sono stati frenati da una crescita lenta, un’inflazione incrementata dai dazi di Washington e dalla guerra USA-Israele contro l’Iran, che ha ulteriormente e drasticamente ridotto le capacità di approvvigionamento energetico dell’Europa. Militarmente, molti Stati sono solo all’inizio dei loro cicli di rafforzamento dei propri apparati di difesa. Tutto ciò, insieme, limita la loro capacità di adottare una condivisa e decisa risposta alla guerra ibrida del Cremlino, rafforzando la convinzione del presidente Putin che queste tattiche possano avere successo nella frammentazione dell’architettura di sicurezza della NATO, dimostrando che l’Art. 5 del Patto Atlantico non viene più garantito dall’Amministrazione Trump.

L’Europa è stata lenta a costruire una deterrenza ibrida credibile, una capacità che solo ora sta riconoscendo, nonostante i distinguo politici che hanno evidenziato il divario tra resilienza e capacità di stabilire soglie chiare per prevenire, contrastare ed eventualmente reagire ai sempre più frequenti e pericolosi attacchi in “zona grigia”. Per tutti questi motivi, i sempre più frequenti episodi di sabotaggio, attacchi informatici, attività FIMI e guerra cognitiva sono ancora trattati come “incidenti” isolati, piuttosto che come elementi di una dottrina politico-militare ibrida russa (cinese e iraniana), ben evidente e consolidata.

Il presidente Putin scommette su tali errori e falle nei sistemi democratici, e con la sua strategia ibrida sta evidenziando come la NATO e l’Europa non stiano dimostrando la determinazione necessaria per imporre costi significativi contro chi sferra attacchi ibridi al di sotto della soglia dell’Articolo 5. Sin dall’estate 2025 Mosca ha incrementato esponenzialmente gli attacchi nella “zona grigia”, dimostrando che la sua strategia funziona: nessuna entità russa ha dovuto affrontare conseguenze per le misteriose esplosioni nelle fabbriche di armi, per il tranciamento dei cavi nel Baltico, per gli attacchi hacker o per la presenza di droni negli aeroporti o per la campagna di incendi sospetti in diversi territori dell’Unione Europea.

Ormai, solo chi è in malafede può negare che la Russia sta conducendo una guerra ibrida contro l’Europa: sabotaggi, incendi dolosi, attacchi informatici, interferenze GPS, attacchi alla logistica e alle infrastrutture critiche, attività FIMI, spionaggio, complotti di assassinio.

Queste non sono minacce ibride teoriche. Sono pericolosi attacchi di guerra ibrida in “zona grigia”, già sferrati.

Per dimostrare al Cremlino che questa strategia non sia conveniente, non richiede di eguagliare la forza convenzionale della Russia, oltretutto indebolita dal fallimento dell’”Operazione Militare Speciale”: richiede chiarezza su ciò che l’Europa e la NATO non sono più disponibili a tollerare.

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Le sorti della guerra in Ucraina minano gli equilibri del Cremlino

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19 Maggio 2026

Nelle ultime settimane l’Ucraina ha riconquistato pezzi di territorio a nord del Donbass e ha lanciato un attacco con i suoi droni contro infrastrutture strategiche oltre i confini della Russia – Decisivo il fatto che Kiev non debba più chiedere l’autorizzazione per l’uso del proprio armamento per attaccare in territorio russo.

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Ucraina, tensioni al Cremlino: segnali di un cambio di regime o Maskirovka?

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13 Maggio 2026
Ucraina, tensioni al Cremlino: segnali di un cambio di regime o è tutto un bluff?
Un rapporto di un’Agenzia di intelligence europea avanza specifiche asserzioni riguardanti la precarietà della leadership e presunti timori del presidente della Federazione Russa.
l’analisi di Francesco D’Arrigo pubblicata dal direttore Marco Scotti su affaritaliani.it
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Da Mosca a Pechino, fino a Washington: il nuovo asse del male contro l’Europa

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6 Maggio 2026

L’Europa di fronte alla solitudine strategica globale nell’Era Trump47

Lo tsunami geopolitico scatenato dall’”asse del male” delle autocrazie hanno provocato una profonda faglia nei rapporti tra l’Unione Europea e gli USA.

L’analisi di Francesco D’Arrigo pubblicata da Affari Italiani

DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

 

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LA FRAMMENTAZIONE DELL’ARCHITETTURA DI SICUREZZA TRANSATLANTICA

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2 Maggio 2026

Implicazioni strategiche dell’Operazione Epic Fury: la riduzione delle forze statunitensi in Germania e l’ascesa della coalizione europea dei volenterosi.

L’analisi del direttore Francesco D’Arrigo


L’annuncio di Sean Parnell, portavoce del Pentagono, che il 2 maggio 2026 ha formalizzato il ritiro di 5.000 soldati americani dalla Germania, rappresenta la chiara intenzione dell’Amministrazione Trump47 di utilizzare la presenza militare in Europa come principale leva di coercizione diplomatica. Questa decisione, autorizzata dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth, segna una significativa riduzione dell’attuale contingente statunitense di 38.000 soldati in Germania, che storicamente ha costituito il punto di forza della presenza di truppe terrestri americane in Europa.

Sebbene la dichiarazione ufficiale di Parnell citi una “revisione approfondita della configurazione delle forze del Dipartimento” e dei “requisiti del teatro operativo”, la mossa è profondamente radicata nella frustrazione della Casa Bianca per la percepita mancanza di sostegno da parte degli alleati europei, e per le critiche del cancelliere federale della Germania Friedrich Merz all’Operazione Epic Fury, la campagna guidata dagli Stati Uniti contro il regime iraniano. Sul mancato intervento a sostegno dell’operazione militare contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno preso di mira Spagna, Regno Unito e Italia, ma le tensioni tra Berlino e Washington sono aumentate negli ultimi giorni, con i leader di entrambi i Paesi che si sono scambiati una serie di frecciate. Tra queste, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, parlando agli studenti del Carolus-Magnus-Gymnasium di Marsberg, ha definito fallimentari gli sforzi diplomatici statunitensi in Pakistan, affermando che la leadership iraniana sta “umiliando” gli Stati Uniti. Le critiche del capo del governo federale della Germania nonché comandante delle forze armate tedesche in tempo di guerra Merz, si sono estese anche a livello strategico, mettendo in dubbio l’esistenza di una strategia di uscita praticabile per le forze armate statunitensi in Iran, paragonando la situazione agli interventi in Iraq e Afghanistan.

Il presidente Trump, in palese difficoltà per il blocco di Hormuz e per il calo di consensi interno, dopo aver ripetutamente attaccato l’Alleanza Atlantica, paventando un possibile ritiro degli USA dalla NATO, ha risposto con la sua consueta veemenza con un post sul profilo della piattaforma di sua proprietà Truth Social, accusando Merz di aver sottovalutato la minaccia nucleare iraniana e definendo le posizioni della cancelleria tedesca “inappropriate e inutili”. La decisione di ritirare le truppe è stata ampiamente interpretata come una “punizione” per queste dichiarazioni, un’opinione corroborata da alti funzionari del Pentagono che hanno osservato come il presidente stia “reagendo giustamente a queste dichiarazioni controproducenti”.

Il ritiro di 5.000 soldati è quindi una diretta conseguenza di questa divergenza strategica, poiché gli Stati Uniti si stanno orientando verso un rapido declassamento della sicurezza di quelle nazioni europee che considerano non completamente allineate alle politiche di Washington, come previsto dalla National Security Strategy (NSS) 2025.

LA RIDUZIONE DELLA FORZA MILITARE USA IN EUROPA                                          

La presenza militare statunitense in Germania è massiccia e risale al periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale e alla Guerra Fredda. Secondo i dati del Dipartimento della Guerra, lo scorso dicembre risultavano dislocati in basi in tutta la Germania oltre 36.000 soldati in servizio attivo, insieme a quasi 1.500 riservisti e 11.500 civili. La Germania ospita anche i quartier generali del Comando Europa e del Comando Africa degli Stati Uniti, e la sua base aerea di Ramstein è un importante snodo per le operazioni statunitensi.

Il Giappone è l’unico Paese alleato con una presenza maggiore di truppe statunitensi.

Il ritiro, a meno di ulteriori ripensamenti del presidente Trump, sarà completato nei prossimi sei-dodici mesi e ridurrà la presenza di truppe statunitensi in Europa ai livelli precedenti all’invasione russa dell’Ucraina, quando gli schieramenti di truppe erano stati aumentati dal presidente Joe Biden, per rafforzare la difesa del fianco Est della NATO. La riduzione della presenza militare, minacciata anche in Italia, coinvolge diverse componenti specifiche della struttura delle forze statunitensi in Germania. In particolare, il ridimensionamento include la rimozione di un’intera Brigata di combattimento (BCT) e la cancellazione di un battaglione di artiglieria a lungo raggio che era stato precedentemente programmato per il dispiegamento.

Le implicazioni strategiche di questa mossa vanno oltre le relazioni bilaterali tra Washington e Berlino. Riducendo la presenza americana in Germania ai livelli precedenti all’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, il Pentagono sta di fatto annullando i programmi di deterrenza della precedente amministrazione per rafforzare il fianco orientale della NATO. Un ennesimo favore all’amico Vladimir Putin, con il quale l’Amministrazione Trump condivide gli obiettivi di indebolimento dell’UE e di destrutturazione dell’Alleanza Atlantica.

RIALLINEAMENTO STRATEGICO E COERCIZIONE: la dottrina Hegseth-Parnell e la riduzione della forza in Germania

La leadership del Dipartimento della Guerra sotto la guida del segretario Pete Hegseth e del portavoce capo Sean Parnell si è caratterizzata per un netto distacco dalle norme tradizionali dei rapporti tra militari e civili e delle relazioni con gli alleati storici. Parnell, ex Ranger dell’esercito e autore di “Outlaw Platoon”, è stato nominato nel febbraio 2025. Il suo mandato è stato caratterizzato dall’adozione della dottrina militare di “Massima Pressione” e da notevoli attriti interni che hanno portato al licenziamento di 24 Generali a 4 stelle su 37 in active duty e decine di senior commanders da quando si è insediato. Scontri con i vertici militari che hanno raggiunto il culmine il 23 aprile 2026, con il licenziamento del segretario della Marina John Phelan.

John Phelan, ex banchiere e importante finanziatore del Partito Repubblicano, è diventato segretario della Marina Militare su indicazione del presidente Trump, nonostante la sua totale mancanza di esperienza e competenza negli ambiti della Difesa e del dominio marittimo. Il suo licenziamento, deciso dallo stesso presidente Trump che lo aveva nominato, sarebbe stato motivato dalla sua opposizione ai piani di imponenti ordini di navi e sommergili per l’ampliamento della flotta decisi dal Pentagono, e soprattutto dai suoi scontri con il segretario della guerra Hegseth sull’assegnazione delle risorse economiche necessarie a finanziare il blocco navale di Hormuz. il portavoce del Pentagono Parnell ha reso note le dimissioni del segretario della US Navy Phelan tramite i social media, mentre Phelan cercava conferma dal presidente che la richiesta di dimissioni fosse stata effettivamente autorizzata. Questo ennesimo siluramento, unito all’adozione da parte del segretario del Dipartimento della Guerra di norme restrittive per la stampa che hanno portato alla causa del New York Times contro il Dipartimento della Guerra, evidenzia la determinazione della Casa Bianca a centralizzare il controllo sulla strategia e sulla narrazione militare. La contestazione legale è sorta dopo che i giornalisti si sono rifiutati di firmare accordi che concedevano al Pentagono il potere di limitare e censurare i loro reportage. Rifiuto che ha portato al ritiro dei loro accrediti.

Il licenziamento del segretario della Marina John Phelan e la battaglia legale sulle credenziali stampa riflettono ulteriormente le tensioni in seno alla Casa Bianca, “non soddisfatta” dei progressi sulle trattative di pace con l’Iran e pronta a usare qualsiasi mezzo necessario per raggiungere i suoi obiettivi. Sebbene un giudice distrettuale abbia dichiarato incostituzionali tali limiti alla libertà di stampa, Parnell ha indicato che il governo presenterà ricorso, sostenendo che tali misure sono necessarie per la sicurezza operativa durante le ostilità in corso nel Golfo Persico.

OPERAZIONE EPIC FURY: il blocco navale di Hormuz         

Il ritiro delle forze dalla Germania non può essere compreso senza il contesto e gli obiettivi dell’Operazione Epic Fury, iniziata il 28 febbraio 2026. Questa campagna rappresenta una massiccia escalation della dottrina America First “Pace attraverso la forza”, volta allo “smantellamento sistematico” dell’apparato di sicurezza del regime iraniano. L’operazione comprende diversi obiettivi militari ed economici chiave:

  • Eliminazione della minaccia nucleare: basandosi sull'”Operazione Midnight Hammer” (giugno 2025), che ha preso di mira gli impianti nucleari, Epic Fury mira a garantire che l’”Iran non acquisisca mai un’arma nucleare“.
  • Distruzione dei missili balistici: la sistematica demolizione dell’industria missilistica iraniana e la distruzione degli arsenali esistenti.
  • Annientamento della flotta navale: la neutralizzazione della marina iraniana e l’istituzione di un blocco marittimo completo di tutti i porti iraniani.
  • Operazioni di contrasto al terrorismo per procura: recidere i legami tra Teheran e i suoi “proxy terroristici” regionali.

Il 2 maggio 2026, l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM ha confermato che il blocco navale è pienamente operativo, con le forze americane impegnate a neutralizzare le navi che tentano di violare l’embargo. Tuttavia, questo ennesimo atteggiamento aggressivo ha alienato alleati tradizionali come Germania e Italia, che si sono offerte di fornire dragamine per bonificare lo Stretto di Hormuz, ma solo alla fine delle ostilità, mentre si sono rifiutate di partecipare a operazioni di combattimento dirette.

Implicazioni Economiche e Umanitarie

Le ripercussioni economiche dell’Operazione Epic Fury si sono fatte sentire in tutto il mondo. Il FMI riporta che lo shock energetico derivante dalla guerra in Medio Oriente ha portato a un aumento delle proiezioni di inflazione e a una riduzione delle previsioni di crescita per il 2026 e il 2027. Le economie importatrici nette di energia, come l’Eurozona e il Regno Unito, sono state colpite in modo particolarmente duro, con interruzioni delle forniture e prezzi delle materie prime più elevati che hanno portato a “acuti compromessi macroeconomici”.

Il costo umanitario delle guerre in atto è altrettanto profondo. I conflitti armati in Medio Oriente e in Ucraina hanno provocato lo sfollamento di milioni di persone, un processo che, secondo il FMI, lascerà cicatrici durature sul capitale, sull’occupazione e sulla produttività. L’attuale contesto di “frammentazione geoeconomica” minaccia di vanificare decenni di progressi nell’integrazione globale, poiché gli Stati danno priorità alla sicurezza nazionale rispetto all’efficienza economica.

L’Europa minacciata da Est e da Ovest costruisce una nuova architettura di difesa, sicurezza e indipendenza strategica

I dati OSINT raccolti per questa analisi indicano che, sebbene la dottrina “Pace attraverso la Forza” abbia raggiunto importanti traguardi militari contro il regime iraniano, il costo è stato la frammentazione delle alleanze, delle organizzazioni internazionali, del sistema socioeconomico e finanziario globale, la compromissione della credibilità politica degli Stati Uniti.

Il divario ideologico tra gli Stati Uniti e i suoi alleati europei, radicato in visioni diverse di governance, sicurezza e priorità economiche, precipitato dall’integrismo, dall’orientamento ideologico e politico della seconda Amministrazione Trump, si sta manifestando in una profonda ridefinizione delle priorità transatlantiche, che produce significative ripercussioni sulle architetture di sicurezza globale e contrasti che minacciano di disintegrare 80 anni di allineamento strategico con i propri alleati NATO.

La politica estera americana sta entrando in una fase di profonda trasformazione: la dottrina DoNRO rappresenta un rifiuto del modello di “egemonia liberale” e una transizione verso un approccio pragmatico di riduzione della presenza diretta permanente, pur partecipando e intervenendo selettivamente nei processi chiave. Non si tratta di isolazionismo, bensì di un tentativo di ridurre i costi e rivedere gli assetti di potenza globali, mantenendo il ruolo di dominio nell’emisfero occidentale (potenza militare e tecnologica globale) e delegando agli alleati le funzioni della propria difesa, addossando loro i costi finanziari e imponendo allineamento ideologico per poter acquistare tecnologie, energia e sistemi d’arma statunitensi.

Il meccanismo centrale del processo diventa la deterrenza a distanza, basata sul potere finanziario, sulla pressione delle sanzioni e sulla superiorità tecnologica nel cyberspazio e nello Spazio extra-atmosferico. Tuttavia, ciò crea una contraddizione: trasferendo la responsabilità della difesa tradizionale ai partner, Washington stimola la loro autonomia strategica, che indebolisce gradualmente la leadership incondizionata e soprattutto la credibilità politica degli Stati Uniti all’interno delle alleanze e solleva dubbi sulla loro stessa sostenibilità.

Lo stretto legame tra economia e sicurezza con la politica di creazione di catene di approvvigionamento protette nei Paesi alleati, rafforzano la posizione degli Stati Uniti in ambiti critici, ma creano un effetto boomerang. L’utilizzo del sistema finanziario come strumento di coercizione non isola gli avversari, bensì accelera la frammentazione del mercato globale unificato. I Paesi del Sud del mondo, temendo la propria vulnerabilità, iniziano a integrarsi in sistemi istituzionali e di regolamentazione alternativi, creati da potenze rivali degli Stati Uniti. Di conseguenza, la strategia di “riduzione del rischio” accelera paradossalmente la formazione di un mondo multipolare e mina i meccanismi di globalizzazione che storicamente hanno garantito il potere americano.

Questa dottrina di politica estera non è leadership. È coercizione transazionale. Per 80 anni, l’Alleanza Atlantica ha garantito sicurezza e sviluppo. Quando la sicurezza diventa condizionata all’obbedienza politica, smette di essere un’alleanza e si trasforma in dipendenza.

NASCE LA FORZA MULTINAZIONALE UCRAINA (MNF-U): la dichiarazione di Parigi e l’ascesa dell’autonomia strategica europea

 

Mentre gli Stati Uniti si concentrano sui propri obiettivi in ​​Medio Oriente e ritirano truppe dalla Germania, in Europa sta emergendo un’architettura di sicurezza secondaria. Il 6 gennaio 2026, il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron hanno firmato la Dichiarazione di Parigi, uno “storico accordo” che formalizza l’impegno di una “Coalizione dei Volenterosi” a guida europea per fornire garanzie di sicurezza all’Ucraina. Questa iniziativa, che inizialmente comprendeva 34 Paesi, ora diventati 40 più l’Ucraina, mira a facilitare un accordo di pace duraturo con la Russia fornendo le “solide garanzie di sicurezza” che Kiev ha a lungo cercato.

La Dichiarazione di Parigi è strutturata attorno a cinque pilastri fondamentali:

  • Monitoraggio e verifica del cessate il fuoco: un meccanismo guidato dagli Stati Uniti con contributi significativi dalla Coalizione dei Volenterosi (CoW) per garantire il rispetto di qualsiasi futuro accordo di pace.
  • Fornitura di armamenti a lungo termine: supporto continuo alle Forze Armate dell’Ucraina (AFU) per mantenere il loro ruolo di “prima linea di difesa e deterrenza”.
  • Forza multinazionale in Ucraina (MNF-U): un contingente a guida europea che verrà schierato dopo un cessate il fuoco per supportare la rigenerazione delle Forze Armate ucraine e svolgere operazioni di deterrenza.
  • Impegni di sostegno vincolanti: promesse di sostegno all’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia, incluso il potenziale utilizzo di capacità militari.
  • Ricostruzione e cooperazione rafforzata: sostegno finanziario e logistico per la ricostruzione del Paese e della sua base industriale della difesa.

Struttura Operativa della Forza Multinazionale in Ucraina

La MNF-U rappresenta un cambio di paradigma nella difesa europea. Nel settembre 2025, la coalizione ha istituito un quartier generale di comando strategico congiunto presso il Forte Mont Valerien a Parigi, con la guida congiunta di Francia e Regno Unito. La forza include 26 nazioni che si impegnano formalmente a schierare truppe, a condizione di una cessazione credibile delle ostilità. A differenza delle tradizionali missioni di pace delle Nazioni Unite, la MNF-U è esplicitamente concepita per la “rassicurazione” e la “deterrenza”, con unità dislocate presso “centri militari” in tutta l’Ucraina per proteggere civili e infrastrutture.

Il primo ministro britannico Starmer ha definito questo evento un “momento irripetibile” per la sicurezza europea, sottolineando che il tempo delle discussioni è ormai finito. L’iniziativa ha ricevuto il sostegno politico dell’Amministrazione Trump, con Jared Kushner e Steve Witkoff presenti al vertice di Parigi per segnalare il sostegno americano all’idea che l’Europa si assuma “maggiori responsabilità per la propria difesa”. Sostegno USA, tuttavia, subordinato al fatto che la MNF-U funga da indicatore di un “mondo NATO senza gli Stati Uniti”, sulla carta per consentire a Washington di reindirizzare le sue forze pronte al combattimento verso il teatro iraniano, in pratica per giustificare un progressivo disimpegno dall’Alleanza Atlantica.

Ostacoli diplomatici e legittimazione parlamentare

Nonostante la formalizzazione della Dichiarazione di Parigi, permangono ostacoli significativi all’interno della coalizione, in quanto non tutti i membri sono favorevoli all’immediato dispiegamento di forze militari. Paesi come Canada, Spagna e Turchia hanno espresso la disponibilità a contribuire alle garanzie di sicurezza, ma si sono mostrati riluttanti a dispiegare truppe in suolo ucraino. Ovviamente, qualsiasi dispiegamento richiederà l’approvazione dei parlamenti nazionali, un processo che il Cancelliere Starmer ha riconosciuto essere “vitale” per la legittimità democratica nel Regno Unito.

La risposta russa alla Dichiarazione di Parigi è stata di totale rifiuto. L’ambasciatore plenipotenziario Andrey Belousov ha dichiarato alla Conferenza di revisione del TNP che una soluzione al conflitto ucraino è possibile solo se la NATO abbandona il suo obiettivo di “sconfiggere strategicamente la Russia”. Mosca considera la “rimilitarizzazione intensiva” dell’Europa e il proposto dispiegamento del MNF-U, una violazione dei suoi interessi fondamentali. L’ambasciatore Belousov ha nuovamente giocato la carta della guerra psicologica, avvertendo che le politiche occidentali stanno “giocando un gioco molto pericoloso e rischiano di portare a un conflitto armato diretto tra le principali potenze nucleari”. Questo sentimento trova eco nell’opinione pubblica degli Stati Uniti, dove la maggioranza degli americani sostiene il proseguimento degli aiuti militari a Kyiv, ma è divisa perché gli elettori di estrema destra e i seguaci del movimento MAGA sono contrari alla partecipazione delle forze statunitensi alla “Coalizione dei Volenterosi” europea.

L’EUROPA DI FRONTE ALLA SOLITUDINE STRATEGICA GLOBALE NELL’ERA TRUMP47   

   

Il mondo rimane in uno stato di elevata incertezza, con il potenziale di un’ulteriore escalation sia in Medio Oriente che nell’Europa orientale. La decisione di Washington di ritirare le truppe dalla Germania e l’ascesa della “Coalizione dei Volenterosi” europea non sono eventi isolati, ma fanno parte di una fondamentale ristrutturazione dell’architettura di sicurezza internazionale che definirà il XXI secolo.

Il percorso verso una soluzione affidabile in Ucraina rimane lontana, dipendente da un livello di cooperazione diplomatica che attualmente non esiste. La postura strategica e la politica estera del presidente Trump, fin dalle fasi iniziali del suo secondo insediamento, sono caratterizzate da una miscela distintiva di unilateralismo assertivo, rifiuto della diplomazia, accordi transazionali, ambiguità e opportunismo strategico – caratteristiche che collettivamente esercitano enormi pressioni su tutti i propri alleati e partner commerciali, in particolare Canada e Unione Europea. L’Amministrazione, guidata dal presidente Donald Trump e dal vicepresidente J. D. Vance, ha rapidamente evidenziato un approccio muscolare alla politica estera, orientata esclusivamente a perseguire il dominio degli Stati Uniti, facendo leva su una strategia di minacce e tattiche ibride, tra le quali: ingerenza nelle elezioni e nei sistemi costituzionali di Stati alleati, guerra economica, postura assertiva, raid militari, controllo e ridenominazione geografica dei mari e degli stretti strategici, minacce di annessioni territoriali, delegittimazione degli organismi internazionali e delle alleanze storiche, (dis)informazione attraverso i social, esaltazione del radicalismo religioso, escalation retorica.

Lo tsunami geopolitico scatenato dall’”asse del male” delle autocrazie, ora alimentato anche dalle politiche dell’Amministrazione statunitense del presidente Donald Trump, hanno provocato una profonda faglia nei rapporti tra l’Unione Europea e gli USA, sollevando interrogativi sulla sostenibilità dell’Alleanza Transatlantica in un’epoca di incertezze e guerra economica, fratture geopolitiche e strategiche senza precedenti.

Sebbene la NATO rimanga la pietra miliare della difesa europea, l’invasione russa e le nuove sfide rivolte ai membri dell’Alleanza Atlantica dal presidente degli Stati Uniti Trump, hanno evidenziato la necessità per l’UE di sviluppare proprie capacità militari integrate e, se necessario, in grado di agire velocemente e indipendentemente dalla NATO.

Quindi sì, Washington ritira pure i tuoi soldati dall’Europa. Il vero problema non sono 5.000 soldati.
Il vero problema è che l’Europa ha costruito la sua architettura di sicurezza sull’assunzione di avere un partner razionale e affidabile. Quell’assunzione è sparita.

Ora ci sono solo due opzioni: continuare ad assorbire l’imprevedibilità, la guerra commerciale, le minacce ibride provenienti dall’Atlantico; oppure costruire capacità autonome e indipendenza strategica.

Quella attuale non è una crisi dell’ordine internazionale di breve durata, ma uno shock geopolitico provocato dall’Amministrazione Trump47 che si aggiunge agli attacchi di Russia e Cina, soprattutto contro l’Unione Europea e la NATO.

La dichiarazione di Parigi della Coalizione dei Volenterosi, e le parole pronunciate dal presidente Emmanuel Macron dal vertice della Comunità Politica europea a Erevan lo scorso 4 maggio, rispecchiano nella maniera più compita il gelo dei Volenterosi rispetto alla nuova iniziativa militare del presidente Donald Trump per riaprire lo stretto di Hormuz, rappresentano una linea di demarcazione rispetto a Washington, anche sul concetto stesso di riapertura di Hormuz.

Un grande segnale di determinazione verso la realizzazione dell’autonomia strategica europea.

 

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