3 Novembre 2026
La profondità storica del rapporto fra Ucraina e cristianesimo
di Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo
La religione, in tutte le sue forme (cristianesimo, Islam, Induismo, ebraismo, Buddismo, ecc.), è un elemento costitutivo della cultura e dell’identità di molti popoli. Questo fattore, spesso intrecciato con questioni etniche e nazionalistiche, è tornato a rappresentare un potente motore di mobilitazione e di conflitto, fornendo una base ideologica per l’azione politica, sia a livello nazionale che internazionale, influenzando le politiche estere e le relazioni tra gli Stati.
La religione gioca un ruolo significativo e spesso sottovalutato nella geopolitica contemporanea, che non è più relegata a questioni puramente spirituali, ma influenza attivamente le relazioni internazionali, i conflitti e le alleanze, diventando un fattore chiave nella politica mondiale.
L’integrismo sovrapposto alla frammentazione sociale crea nuove spirali di instabilità, che alimentano crisi demografiche e conflitti connessi al cambiamento climatico, all’accesso e allo sfruttamento delle risorse naturali.
Guerre militari, economiche e religiose che stanno terremotando l’ordine internazionale, innescando straordinari mutamenti, competizione strategica e una pericolosa escalation di tipo politico-militare.
Fattori chiave e forze strutturali analizzate dall’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli” in un programma di analisi delle dinamiche di potere e delle tendenze strategiche negli affari internazionali del XXI secolo.
La tutela del Diritto Umanitario e la ricerca della pace nella relazione profonda fra Ucraina e Vaticano
La Santa Sede ha originariamente stabilito relazioni con l’Ucraina l’8 febbraio 1992, pochi mesi dopo la proclamazione dell’indipendenza della Repubblica Ucraina. Tuttavia, il rapporto fra Ucraina e mondo cattolico non inizia con l’avvento dell’indipendenza del 1991, piuttosto affonda le proprie radici nell’epoca nella Rus’ di Kyiv, nella cristianizzazione del 988 e nella successiva articolazione del cristianesimo orientale ed occidentale. Per comprendere l’attuale rapporto tra Ucraina e Santa Sede è fondamentale ricordare l’Unione di Brest del 1596, attraverso la quale una parte della gerarchia della Metropolia di Kyiv ristabilì la comunione con Roma mantenendo il rito bizantino. Da questo processo storico discende la tradizione della Chiesa greco-cattolica ucraina, che rappresenta uno dei casi più significativi di permanenza di una tradizione ecclesiale orientale all’interno della comunione cattolica.

Insegne Ucraina – Santa Sede
La natura pluriconfessionale dell’Ucraina contemporanea
L’indagine nazionale condotta dal Razumkov Centre tra il 22 e il 29 novembre 2025 su 2.009 adulti, nell’area territoriale dell’Ucraina non comprendenti la penisola di Crimea e le porzioni di territorio della regione del Donbass, illegalmente e militarmente occupate dalla Federazione Russa, ha rivelato che il 70,3% degli intervistati si è definito credente: il dato era del 68% nel 2024, del 70,5% nel 2023 e del 74% nel 2022. Il campione presenta un errore teorico massimo del 2,3%, pur con le cautele derivanti dagli enormi spostamenti demografici prodotti dalla guerra. La religiosità presenta inoltre una forte dimensione regionale: raggiunge l’86% nell’Ovest, il 70,7% nel Centro, il 63,2% nel Sud e il 53,7% nell’Est. Sempre secondo il Razumkov Centre, nel 2025 il 58,3% degli intervistati si identificava come ortodosso, l’11,8% come greco-cattolico, il 2,6% come protestante o evangelico e l’1,2% come cattolico romano, mentre il 10,1% si definiva semplicemente cristiano e il 15,5% dichiarava di non appartenere ad alcuna confessione religiosa. La distribuzione regionale è ancora più istruttiva: nell’Ovest gli ortodossi sono il 44,9%, mentre i greco-cattolici raggiungono il 39,8% e i cattolici romani il 2,7%, nel Centro gli ortodossi arrivano al 67,4%, nel Sud al 60,6% e nell’Est al 55,8%. Nel Sud, inoltre, il 22,8% degli intervistati si definisce semplicemente cristiano. Il quadro confessionale ha subito una trasformazione considerevole negli ultimi dodici anni. La quota di cittadini che si identificano come ortodossi è passata dal 70% nel 2014 al 58% nel 2025, mentre quella dei greco-cattolici è cresciuta dall’8% al 12%. Nel 2025 soltanto il 29% degli intervistati dichiarava di essere membro di una specifica comunità religiosa, contro il 16% del 2020.
La Chiesa ortodossa dell’Ucraina e la trasformazione del panorama ortodosso
La nascita e il consolidamento della Chiesa ortodossa dell’Ucraina (OCU) hanno modificato radicalmente l’architettura ecclesiale dello Stato. Il riconoscimento dell’autocefalia da parte del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli nel 2019 ha rappresentato una cesura rispetto all’assetto ecclesiastico precedente. L’indagine Razumkov del 2025 ha registrato una significativa identificazione con la OCU: in un precedente rilevamento dell’aprile-maggio 2025, il 38,9% dell’intero campione dichiarava di appartenervi, equivalente al 64,8% degli intervistati ortodossi che specificavano la propria appartenenza, il 6,8% dell’intero campione indicava invece la Chiesa ortodossa ucraina associata nella rilevazione alla precedente struttura del Patriarcato di Mosca, mentre il 13,1% si definiva semplicemente ortodosso.
La Chiesa greco-cattolica ucraina: il principale ponte ecclesiale con Roma
La Chiesa greco-cattolica ucraina (UGCC) occupa una posizione assolutamente peculiare. È una Chiesa cattolica sul piano della comunione ecclesiale e dell’autorità del Pontefice, ma appartiene alla tradizione bizantina e conserva una propria identità liturgica, spirituale, canonica e culturale orientale. Il suo capo è l’Arcivescovo Maggiore Sviatoslav Shevchuk, figura di primo piano nel dialogo fra Ucraina, Santa Sede e mondo cristiano orientale.
La Chiesa latina in Ucraina
Accanto alla Chiesa greco-cattolica esiste la Chiesa cattolica latina, numericamente minoritaria ma storicamente rilevante, soprattutto nelle regioni occidentali e nelle comunità di origine polacca, ungherese e centroeuropea. Nel 2025 il cattolicesimo romano rappresentava l’1,2% dell’identificazione religiosa nazionale, ma nell’Ovest raggiungeva il 2,7%. La Chiesa latina costituisce una componente riconosciuta della presenza cattolica e rappresenta direttamente una delle principali dimensioni del rapporto fra la Santa Sede e lo Stato ucraino. Nel luglio 2026 l’arcivescovo Paul Richard Gallagher ha guidato in Ucraina una missione pontificia legata al 35º anniversario della riapertura delle strutture della Chiesa cattolica latina, collegando la ricorrenza ecclesiale alla diplomazia della pace.
La visita di Papa Giovanni Paolo II in Ucraina del 2001
Un evento decisivo nella storia contemporanea del rapporto tra Ucraina e Santa Sede è rappresentato dalla visita di Papa Giovanni Paolo II in Ucraina nel giugno 2001. Il Pontefice inserì lo Stato ucraino esplicitamente nella geografia storica e spirituale dell’Europa, contribuendo a consolidare la percezione dell’Ucraina quale contesto geopolitico in cui la tradizione cristiana orientale e quella cattolica occidentale non dovessero essere interpretate come mondi contrapposti. Dopo il 2014 e, in maniera incomparabilmente più intensa, dopo l’invasione russa su vasta scala del 24 febbraio 2022, il rapporto bilaterale ha assunto una marcata dimensione umanitaria e diplomatica, oltre che religiosa. Le priorità della Santa Sede hanno riguardato il sostegno alla popolazione civile, i prigionieri di guerra, i bambini ucraini deportati dai russi al di fuori dei confini del proprio Stato e trasferiti in adozione illegale e “russificazione” forzata a nuclei famigliari russi e la ricerca di condizioni favorevoli alla cessazione permanente delle ostilità. Il Ministero degli Esteri ucraino, nel 2026 ha ufficialmente espresso riconoscenza per il contributo dato dalla Santa Sede per il ritorno dei bambini ucraini, alla loro riabilitazione e alle iniziative umanitarie. Il 22 settembre 2026 il ministro degli Esteri Andrii Sybiha ha incontrato il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin a New York, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, indicando esplicitamente il ritorno dei bambini e gli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra come temi centrali del colloquio.
La diplomazia umanitaria del Vaticano come principale area di convergenza

Chiesa di San Nicola Kyiv – Велика_Васильківська_вулиця_DSC_5251_Костьол_св._Миколая di Posterrr – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=82240767
Il 16 marzo 2026 Papa Leone XIV ha avuto un colloquio telefonico con il presidente Volodymyr Zelensky nel quale sono stati affrontati la situazione umanitaria, l’urgenza degli aiuti alla popolazione, le iniziative per la liberazione dei prigionieri di guerra e la prospettiva di una cessazione delle ostilità accompagnata da una pace, definita dalla Santa Sede “giusta e duratura”. Nel gennaio 2026 il Ministero degli Esteri ucraino aveva inoltre indicato come priorità della cooperazione con il Vaticano il ritorno dei bambini deportati illegalmente dalla Russia e la loro riabilitazione, insieme alla restituzione alla comunità cattolica della Chiesa di San Nicola a Kyiv. Chiamata “la perla di Kyiv”, centenaria dal 2019, la cattedrale di San Nicola sarebbe dovuta tornare nella disponibilità della Chiesa cattolica già nel 2022. Ma solo il 6 gennaio 2026, dopo innumerevoli rinvii e un tira e molla tra le autorità locali e la Chiesa, è stato firmato un accordo per autorizzare a celebrare funzioni religiose cattoliche e ad avviare lavori di restauro a proprie spese, nel rispetto dei requisiti per la tutela del patrimonio culturale. Con Papa Leone XIV il rapporto si è progressivamente sviluppato attorno a una combinazione di vicinanza pastorale, diplomazia umanitaria e disponibilità della Santa Sede a facilitare il dialogo. Il Ministero degli Esteri ucraino ha ripetutamente sottolineato pubblicamente la gratitudine di Kyiv per l’impegno verso la pace e la solidarietà morale di Papa Leone XIV.
La missione di Mons. Paul Richard Gallagher in Ucraina nel luglio 2026
Di particolare rilievo e valore strategico è stata la missione in Ucraina compiuta dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher – Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali della Santa Sede – nel luglio 2026: durata cinque giorni, ha compreso visite a Kyiv, Leopoli e altri luoghi dell’Ucraina, oltre a incontri con politici, ecclesiali e pastorali. Il Segretario Gallagher ha incontrato il presidente Zelensky, il ministro degli Esteri e il Consiglio panucraino delle Chiese e delle Organizzazioni religiose, visitando inoltre luoghi colpiti dai bombardamenti e il memoriale del Maidan. L’incontro con i rappresentanti del Consiglio panucraino delle Chiese e delle Organizzazioni religiose, organismo nel quale convergono diverse tradizioni religiose dello Stato, ha confermato il ruolo delle comunità religiose nell’assistenza alla popolazione e nella costruzione di coesione sociale.
Presentazione dell’Ambasciata d’Ucraina presso la Santa Sede e dell’attuale Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario d’Ucraina presso la Santa Sede e presso il Sovrano militare ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta: S.E. Andrii Yurash

Amb. Ucraina Yurash – credenziali Papa Francesco
L’Ambasciata dell’Ucraina presso la Santa Sede opera nella città di Roma dal 2000 ed è attualmente diretta da S.E. l’Ambasciatore Andrii Yurash, in carica dal 2022. Nato il 17 gennaio 1969 a Shpola, in Ucraina, Yurash ha conseguito nel 1992 una laurea in giornalismo presso l’Università Nazionale Ivan Franko di Lviv e nel 1996 un PhD in Scienze politiche. Prima della carriera diplomatica, Sua Eccellenza ha sviluppato una lunga esperienza universitaria. Tra il 1995 e il 1999 fu assistente presso il Dipartimento di Stampa dell’Università Nazionale Ivan Franko di Lviv, dal 1999 al 2014 fu assistente e successivamente docente presso il Dipartimento di Radio e Televisione della stessa università. Dal 2014 al 2020 ha ricoperto il ruolo di vice direttore e successivamente direttore del Dipartimento per le Religioni e le Nazionalità del Ministero della Cultura dell’Ucraina, dal 2020 al 2022 ha diretto la divisione competente per le religioni e per la garanzia del diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione presso il Segretariato del Gabinetto dei Ministri dell’Ucraina. S.E. Yurash è stato nominato Ambasciatore presso la Santa Sede nel 2021 e ha presentato le Lettere Credenziali a Papa Francesco il 7 aprile 2022, poche settimane dopo l’inizio dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina.
Intervista a S.E. Andrii Yurash: Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario presso la Santa Sede e presso il Sovrano militare ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta
L’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli” ha negli anni dedicato una consistente attività di studio e analisi del ruolo strategico della Santa Sede nell’ambito della diplomazia internazionale, soprattutto sul rapporto tra Vaticano e Organizzazione ecclesiastica della Chiesa cattolica presente in Ucraina. Attività focalizzate sull’importanza del dialogo e della cooperazione tra Santa Sede e Kyiv che si sono intensificate a seguito della brutale invasione dell’Ucraina iniziata nel 2022 dalla Federazione Russa.
Dopo oltre quattro anni di guerra scatenata dal presidente Putin con l’”Operazione Militare Speciale” contro l’Ucraina, la religione non è un tema fuori dai radar. La religione è stata, ed è, al centro del dibattito politico, geopolitico, strategico e umanitario, soprattutto in questi giorni.
L’IISS Machiavelli dall’inizio della guerra ha deciso di guardare il conflitto anche da un altro punto di vista. Non quello delle armi, né quello dei vertici per la pace dei leader europei o dei summit TramPutiniani. Lo guardiamo dal punto di vista della Chiesa. Significa riflettere sugli sforzi compiuti dalla Santa Sede per il popolo ucraino martoriato, ma significa anche capire quale ruolo hanno i cristiani sul campo, sul fronte e sul processo di pace, oggi affidato esclusivamente nelle mani di uomini d’affari che hanno scambiato il compromesso per debolezza, trasformando la diplomazia in transazioni commerciali. Un’idea errata persistente nella politica internazionale contemporanea è la convinzione che l’abilità negli affari e gli accordi commerciali possano sostituire la diplomazia. Questa supposizione suggerisce che gli individui abili nel negoziare importanti accordi commerciali siano altrettanto capaci di negoziare la pace. Tuttavia, le prove storiche dimostrano costantemente che la diplomazia è fondamentalmente diversa dalle transazioni commerciali. Si tratta di una disciplina specializzata che richiede conoscenza storica, alfabetizzazione culturale, competenza tecnica, pazienza strategica, memoria istituzionale, condivisione degli obiettivi con gli alleati. A prescindere dalle critiche specifiche rivolte all’Amministrazione Trump, emerge una questione più ampia: quali sono le conseguenze quando le responsabilità diplomatiche vengono affidate a individui la cui competenza professionale e culturale non risiede nel campo diplomatico e che hanno un interesse sostanziale a espandere la propria attività finanziaria privata durante le trattative? Le conseguenze di questa “deviazione” diplomatica si sono già manifestate in tutto il Medio Oriente e oggi rappresentano una minaccia di proporzioni catastrofiche per i cittadini ucraini, europei e per la sicurezza internazionale.

Tommaso A De Filippo – Amb Andrii Yurash – Francesco D’Arrigo
In questo preoccupante scenario geopolitico, Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo, sono stati ricevuti presso l’Ambasciata d’Ucraina presso la Santa Sede, dove hanno avuto il piacere di colloquiare in un clima di emozionante cordialità, con il rappresentante e curatore dei legami e della cooperazione politica e diplomatica tra Kyiv e Chiesa Cattolica – S.E. Andrii Yurash – Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario d’Ucraina presso la Santa Sede e presso il Sovrano militare ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta. L’Ambasciatore Yurash è Politologo, grande studioso della religione ed esperto delle relazioni tra Stato e Chiesa, alla sua prima esperienza da diplomatico.
Eccellenza, esiste un’agenda operativa condivisa tra il Governo ucraino, la Segreteria di Stato vaticana e le strutture diplomatiche della Santa Sede, con priorità definite per quanto riguarda il processo di mediazione nella guerra tra Russia e Ucraina? Quali sono, in concreto, gli ambiti sui quali si concentra questa interlocuzione?
Il Governo, il Presidente dell’Ucraina, il Ministro degli Affari esteri e la nostra Ambasciata mantengono contatti costanti con il Segretario di Stato e con le strutture della Santa Sede sulle questioni relative alla possibilità di avviare negoziati per porre fine alla guerra di aggressione russa contro l’Ucraina. Siamo sempre pronti a utilizzare tutte le opportunità che la Santa Sede può offrire per favorire un processo negoziale. Consideriamo questa disponibilità estremamente importante e siamo profondamente grati a Sua Santità Leone XIV e alla diplomazia vaticana per ogni iniziativa volta a contribuire alla pace. Tale disponibilità rappresenta, per noi, anche un’espressione concreta della vicinanza del mondo occidentale all’Ucraina e del suo impegno nel ricercare una soluzione alla guerra. Vorrei, a questo proposito, ricostruire brevemente l’evoluzione della nostra interlocuzione con la Santa Sede, perché è importante comprenderne la natura e le priorità. Nel 2023 Papa Francesco promosse l’iniziativa di una missione speciale dedicata alla questione ucraina. Dopo una fase iniziale di interlocuzioni non immediatamente rese pubbliche, la missione venne presentata ufficialmente nell’aprile di quell’anno. All’inizio di maggio 2023, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky incontrò Papa Francesco in Vaticano ed ebbe con lui un colloquio approfondito, durante il quale il presidente illustrò le aspettative dell’Ucraina e le possibili forme di contributo della Santa Sede. In una dichiarazione rilasciata successivamente, Papa Francesco affermò di aver compreso le posizioni ucraine e chiarì che la missione, già avviata da alcune settimane, si sarebbe concentrata soprattutto sulle questioni umanitarie: l’assistenza alla popolazione, la sorte dei prigionieri di guerra, il sostegno alle persone colpite dal conflitto e le altre emergenze derivanti dall’aggressione russa.
Da allora, la missione presieduta dal cardinale e presidente della CEI Matteo Zuppi, ha sviluppato un’attività significativa in questi ambiti. Per noi, il suo lavoro è stato importante non soltanto sul piano operativo, ma anche per il valore simbolico e diplomatico che ha assunto. Vorrei citare, in particolare, il tema dei prigionieri di guerra. Nel corso delle sue iniziative, il cardinale Zuppi ha avuto modo di visitare strutture nelle quali erano detenuti prigionieri ucraini e di svolgere interlocuzioni finalizzate a verificare le loro condizioni e a favorire il dialogo sulla loro liberazione. Le modalità di queste visite non sono state sempre identiche: vi sono stati limiti e circostanze che non consentono di descriverle tutte nei medesimi termini. Tuttavia, riteniamo importante che questa attività sia stata intrapresa e che la questione dei prigionieri sia rimasta al centro dell’attenzione. Ogni volta che si verificano scambi di prigionieri tra Ucraina e Russia, le nostre autorità continuano a segnalare alla Santa Sede nominativi e situazioni che meritano un’attenzione particolare. La comunicazione con il cardinale Zuppi e con le strutture vaticane rappresenta, in questo senso, un canale attraverso il quale cerchiamo di ottenere risultati concreti per le persone detenute e per le loro famiglie. È importante comprendere al tempo stesso che la nostra gratitudine per questa missione non significa che consideriamo esaurita la possibilità di un ruolo più ampio della Santa Sede. La dimensione umanitaria è stata una priorità fondamentale, ma l’Ucraina resta favorevole a qualsiasi iniziativa diplomatica che possa contribuire a una cessazione delle ostilità e alla conclusione della guerra.

Papa Leone XIV incontra il Presidente Zelensky
Questa disponibilità è stata confermata anche dopo l’elezione di Papa Leone XIV. Fin dall’inizio del suo pontificato, il Santo Padre ha manifestato apertura verso iniziative capaci di favorire il dialogo e di creare le condizioni per una pace giusta. In occasione degli incontri con il presidente Zelensky, abbiamo ribadito la nostra gratitudine e la piena disponibilità a valutare ogni proposta della Santa Sede. Non consideriamo determinante il luogo nel quale un eventuale processo negoziale dovrebbe svolgersi. Potrebbe essere il Vaticano, Roma o qualsiasi altra sede ritenuta appropriata. Ciò che conta è che esistano le condizioni politiche necessarie e che tutte le parti coinvolte siano realmente disposte a impegnarsi. Come ha più volte ricordato il cardinale Pietro Parolin, non è possibile avviare un negoziato se una delle parti non intende parteciparvi. Ed è proprio questo, purtroppo, il problema che continuiamo a riscontrare: al momento non vediamo segnali sufficientemente chiari che indichino una reale volontà russa di accettare un percorso negoziale fondato sulla disponibilità reciproca al compromesso. La nostra posizione, pertanto, è inequivocabile: siamo pronti a utilizzare ogni opportunità offerta dalla Santa Sede, tanto sul piano umanitario quanto su quello diplomatico. Ma perché una mediazione possa produrre risultati, è indispensabile che anche la Russia dimostri una volontà concreta di porre fine alla guerra.
Lei ha richiamato la disponibilità dell’Ucraina ad accogliere un’iniziativa di mediazione della Santa Sede. Sembra tuttavia emergere un problema preliminare: la diversa concezione del negoziato da parte di Kyiv e Mosca. L’Ucraina riconosce la Russia come avversario e, pur continuando a contrastarne militarmente l’aggressione, si dichiara disponibile a individuare una soluzione politica. Mosca, al contrario, rifiuta il riconoscimento dell’Ucraina come interlocutore sovrano e legittimo, arrivando a contestare la legittimità della leadership ucraina e cercando di trattare con altri soggetti internazionali senza riconoscere a Kyiv il ruolo sovrano riconosciuto dal Diritto internazionale. È questa, a suo giudizio, la principale asimmetria che impedisce l’avvio di un negoziato credibile?
Sì, esiste una differenza fondamentale tra l’approccio ucraino e quello russo al negoziato. L’Ucraina è pronta a discutere una soluzione che consenta di fermare la guerra e di costruire le condizioni per una pace sostenibile. Siamo disponibili a valutare le modalità attraverso le quali interrompere le ostilità e avviare un processo politico. Non sosteniamo che tutte le questioni debbano essere risolte prima di sedersi al tavolo: siamo pronti a discutere, a confrontarci e a cercare soluzioni. La Russia, invece, continua a sostenere di non essere disposta a fermare le operazioni militari prima di aver raggiunto gli obiettivi che ha dichiarato all’inizio della guerra. In questo modo, il negoziato viene subordinato al conseguimento di risultati che Mosca pretende di ottenere attraverso la forza. È una differenza sostanziale. In queste condizioni, parlare di un processo negoziale realmente equilibrato è difficile. Un negoziato presuppone che le parti riconoscano almeno la necessità di confrontarsi e che siano disposte a prendere in considerazione una soluzione diversa dalla prosecuzione indefinita delle ostilità. Si tratta di capire se esista una volontà politica di arrivare a un accordo oppure se il dialogo venga considerato esclusivamente uno strumento tattico, utile a guadagnare tempo o a ottenere ulteriori vantaggi sul campo di battaglia. Per questo riteniamo che sia necessario esercitare sulla Russia una pressione sufficientemente forte da indurla a prendere sul serio la prospettiva di un accordo. Non possiamo limitarci a chiedere all’Ucraina di dimostrare continuamente la propria disponibilità al dialogo, mentre Mosca continua a perseguire i suoi obiettivi militari senza accettare una reale cessazione delle ostilità. Negli ultimi mesi, nelle ultime settimane e persino negli ultimi giorni, la situazione non ha offerto segnali particolarmente incoraggianti in questa direzione. La prosecuzione degli attacchi e delle operazioni militari dimostra quanto sia difficile creare le condizioni necessarie per un negoziato. Resta, naturalmente, la nostra disponibilità a qualsiasi iniziativa diplomatica credibile, compresa quella della Santa Sede, considerando che la diplomazia debba essere accompagnata da condizioni politiche che rendano conveniente, per la Russia, abbandonare la strategia della forza.
Lei ha giustamente richiamato la possibilità di fermare le ostilità e concludere la guerra. Tuttavia, anche in assenza di un accordo politico nel breve periodo, rimane urgente la necessità di garantire la tutela dei diritti fondamentali della popolazione civile. In numerose città ucraine, soprattutto nei territori occupati o sottoposti a bombardamenti sistematici, persistono gravi carenze nell’assistenza umanitaria, nell’accesso alle cure sanitarie, nella protezione delle infrastrutture essenziali e nel sostegno alle persone maggiormente esposte alle conseguenze della guerra. In questa fase, quale contributo può offrire la Santa Sede per garantire almeno il rispetto di queste esigenze fondamentali? E in quali ambiti potrebbe essere possibile intervenire concretamente anche prima dell’avvio di un negoziato complessivo?
La vostra domanda è estremamente seria e importante, perché ci consente di spiegare una dimensione della guerra che spesso viene sottovalutata quando l’attenzione internazionale si concentra esclusivamente sulla linea del fronte. Vorrei partire dalla situazione militare, perché è necessario comprendere che cosa stia accadendo e perché la popolazione civile continui a essere esposta a rischi così elevati.
Le forze armate ucraine combattono ogni giorno per impedire l’avanzata russa. Il costo umano della guerra è enorme e le nostre vittime, soprattutto civili, sono il frutto di una deliberata aggressione che ogni giorno aumenta il livello dell’intensità e della violenza esercitata sul nostro territorio. Non intendo entrare in una valutazione complessiva delle perdite, ma sottolineare che, nonostante l’intensità delle operazioni militari, la Russia continua a perseguire la propria strategia senza mostrare una volontà concreta di fermarsi. L’Ucraina ha sviluppato capacità particolarmente significative nell’impiego dei droni, sia per contrastare le operazioni militari russe sia per proteggere il proprio territorio. In alcuni ambiti, le nostre capacità sono oggi molto avanzate. Le tecnologie senza pilota hanno assunto un ruolo decisivo nel conflitto e rappresentano una componente essenziale della difesa ucraina. Tuttavia, quando la Russia incontra difficoltà nel conseguire determinati risultati militari, intensifica gli attacchi contro le città e le infrastrutture ucraine. Non esiste praticamente una grande città che possa considerarsi completamente al riparo dalla minaccia di attacchi russi. Anche nelle ultime notti, come accade ripetutamente, il nostro territorio è stato sottoposto a nuovi bombardamenti. Questa strategia produce conseguenze devastanti sulla vita quotidiana della popolazione. Le abitazioni, le scuole, le strutture sanitarie e le infrastrutture energetiche diventano parte di una pressione sistematica che investe l’intera società, non soltanto i militari impegnati al fronte.
Un problema particolarmente grave è rappresentato dai missili balistici. L’Ucraina ha sviluppato capacità significative nella difesa contro numerose tipologie di attacco, anche grazie ai sistemi forniti dai partner internazionali, ma rimane esposta a minacce per le quali sono necessarie capacità di intercettazione specifiche e particolarmente avanzate. La protezione dello spazio aereo è quindi una priorità assoluta. Non si tratta soltanto di una questione militare: dalla capacità di intercettare gli attacchi dipendono la sicurezza delle città, la continuità dei servizi pubblici e la possibilità di garantire condizioni di vita sostenibili alla popolazione. La situazione del sistema energetico è particolarmente preoccupante. Secondo le valutazioni richiamate dalle nostre autorità, una quota molto consistente della capacità energetica ucraina è stata distrutta o gravemente danneggiata dagli attacchi russi. Le conseguenze ricadono direttamente sui civili, soprattutto quando le temperature scendono e le abitazioni rischiano di rimanere senza elettricità, riscaldamento e servizi essenziali. È importante comprendere la natura di questa strategia. Non siamo di fronte soltanto a una guerra combattuta tra eserciti contrapposti. Gli attacchi alle infrastrutture e ai centri abitati esercitano una pressione diretta sull’intera popolazione, con l’obiettivo di indebolire la resistenza della società ucraina e indurre il Paese ad arrendersi. Per questo motivo, consideriamo indispensabile che la comunità internazionale continui a sostenere l’Ucraina nella protezione dei civili e delle infrastrutture essenziali. In tale quadro, la Santa Sede può svolgere un ruolo importante.
La Sua autorità morale, la rete diplomatica e i canali di comunicazione con diversi attori internazionali possono contribuire a mantenere alta l’attenzione sulla condizione dei civili, sui prigionieri di guerra, sulle persone deportate e su tutte le situazioni nelle quali siano possibili interventi umanitari. La diplomazia vaticana sta inoltre contribuendo a promuovere iniziative specifiche, favorire interlocuzioni riservate e sostenere gli sforzi internazionali volti a ottenere risultati concreti in ambiti nei quali la cooperazione è ancora possibile. Non dobbiamo necessariamente attendere la conclusione di un negoziato complessivo per intervenire su questioni umanitarie urgenti. La liberazione dei prigionieri, il ricongiungimento delle famiglie, il ritorno dei bambini deportati e la protezione delle persone più vulnerabili sono obiettivi sui quali occorre lavorare incessantemente.
Un ulteriore aspetto particolarmente delicato riguarda la libertà religiosa e la tutela delle comunità confessionali ucraine. La frattura tra il mondo ecclesiastico russo e quello ucraino precede l’invasione su larga scala del febbraio 2022, ma la guerra ha aggravato profondamente le tensioni. L’autonomia ecclesiastica rivendicata dalla Chiesa ortodossa dell’Ucraina, distinta dalla giurisdizione del Patriarcato di Mosca, si inserisce in un contesto nel quale la religione è sempre maggiormente divenuta anche uno strumento di identità nazionale e di confronto geopolitico. Quali sono oggi i rapporti tra la Chiesa ortodossa dell’Ucraina e la Santa Sede? Quali ostacoli incontra il dialogo ecumenico e in quale misura l’atteggiamento della Chiesa ortodossa russa condiziona la possibilità di costruire relazioni interconfessionali autonome, soprattutto nei territori occupati dalla Federazione Russa?

Papa Leone XIV – Fedeli Ucraine
È una domanda molto importante, perché la libertà religiosa rappresenta una delle dimensioni della guerra che meritano maggiore attenzione. Quando parliamo delle conseguenze dell’aggressione russa, dobbiamo ricordare che non sono colpite soltanto le infrastrutture militari, energetiche o civili: anche il patrimonio religioso e la vita delle comunità confessionali ucraine sono sottoposti a una pressione estremamente grave. Secondo i dati richiamati dalle nostre autorità, circa 800 siti o strutture religiose sono stati distrutti o gravemente danneggiati nel corso della guerra. Una parte considerevole di questi luoghi appartiene alla tradizione ortodossa ucraina, compresi edifici legati alla Chiesa ortodossa ucraina storicamente associata al Patriarcato di Mosca. Questo dato è importante anche per comprendere la natura degli attacchi. Molti degli edifici religiosi danneggiati si trovano nelle regioni meridionali e orientali dell’Ucraina, in prossimità della linea del fronte, dove i bombardamenti sono particolarmente intensi. Le distruzioni non riguardano quindi una sola confessione o una sola struttura ecclesiastica, ma colpiscono un patrimonio spirituale che appartiene a comunità diverse. La situazione è ancora più grave nei territori occupati dalla Russia. In queste aree, le comunità religiose ucraine si trovano spesso in condizioni nelle quali la libertà di culto e la possibilità di organizzare autonomamente la propria vita ecclesiastica risultano fortemente limitate. Le restrizioni interessano, secondo le informazioni di cui disponiamo, non soltanto le comunità ortodosse legate alla tradizione ecclesiastica ucraina indipendente da Mosca, ma anche la Chiesa greco-cattolica ucraina e numerose comunità protestanti, tra cui battisti, pentecostali, avventisti e altre confessioni evangeliche. In alcuni territori occupati, diverse comunità hanno dovuto interrompere le proprie attività, mentre altre sono state sottoposte a pressioni o hanno perso la possibilità di operare liberamente. Si tratta di una questione che va oltre la dimensione confessionale: riguarda il diritto delle persone di professare la propria fede senza subire coercizioni politiche o amministrative. Anche le comunità ortodosse storicamente associate al Patriarcato di Mosca si trovano in una situazione complessa. La loro appartenenza ecclesiastica non elimina automaticamente le difficoltà derivanti dal controllo esercitato dalle autorità russe nei territori occupati. In questi luoghi, la Chiesa ortodossa legata al Patriarcato di Mosca detiene una posizione assolutamente dominante. Pertanto, le chiese appartenenti alla Chiesa ortodossa ucraina e alla Chiesa Greco-Cattolica ucraina sono state espropriate e non possono più svolgere liberamente la propria attività. Anche le comunità protestanti sono state costrette a operare in clandestinità. La repressione della libertà di culto ed addirittura la negazione dell’esercizio di una confessione è esplicativa del livello di violenza e sopruso che la Russia esercita nei territori che illegalmente occupa, non riconoscendo alcun tipo di promozione di valori, sia pure religiosi, differenti ed alternativi rispetto al modello da lei imposto. Questo è uno degli aspetti più delicati dell’intera questione: la religione viene presentata dalla Russia come uno degli elementi della propria identità geopolitica, mentre le comunità religiose ucraine rivendicano il diritto di organizzarsi secondo le proprie convinzioni e senza ingerenze esterne.
Per quanto riguarda i rapporti con la Santa Sede, l’Ucraina ha cercato di favorire un dialogo aperto con le diverse confessioni cristiane, nella convinzione che la cooperazione ecumenica possa contribuire alla comprensione reciproca e alla tutela delle comunità religiose. Un passaggio importante si è verificato nel dicembre 2024, quando il metropolita Epifanio, primate della Chiesa ortodossa dell’Ucraina, ha compiuto una visita a Roma. In quell’occasione è stato ricevuto da Papa Francesco e incontrato rappresentanti della Santa Sede. Per noi, è stato un momento significativo, anche perché ha consentito di sviluppare un rapporto istituzionale diretto con la leadership di una Chiesa che rivendica la propria autonomia ecclesiastica rispetto a Mosca. La visita ha avuto anche un valore simbolico. La Chiesa ortodossa dell’Ucraina ha dovuto affrontare nel corso degli anni tentativi di ostacolare il riconoscimento della propria identità ecclesiastica e la costruzione di relazioni internazionali autonome. L’incontro a Roma ha rappresentato un’opportunità per approfondire il dialogo e per confermare che le relazioni tra le Chiese non dovrebbero essere subordinate alle pressioni di uno Stato. La nostra Ambasciata e le istituzioni ucraine sono interessate a sviluppare ulteriormente questi rapporti. Riteniamo importante che la Santa Sede possa continuare a dialogare con le diverse comunità cristiane, comprese quelle ortodosse, mantenendo un approccio ecumenico aperto e rispettoso delle rispettive identità. L’Ucraina è un Paese nel quale convivono numerose tradizioni religiose. La presenza di comunità cattoliche, ortodosse e protestanti costituisce una parte significativa della nostra storia sociale e culturale. Non consideriamo la pluralità confessionale un problema: al contrario, crediamo che debba essere tutelata. La difficoltà principale riguarda il fatto che la leadership ecclesiastica russa ha spesso interpretato l’autonomia della Chiesa ortodossa dell’Ucraina come una minaccia alla propria influenza.
In questo contesto, il dialogo ecumenico può diventare oggetto di pressioni politiche e diplomatiche. Vorrei ricordare, a questo proposito, che le tensioni non sono nate con la guerra attuale. Quando Papa Giovanni Paolo II visitò l’Ucraina nel 2001, il rapporto tra le diverse comunità ortodosse era già caratterizzato da forti contrasti. La visita fu accompagnata anche da contestazioni da parte di ambienti legati alla Chiesa ortodossa russa, che guardavano con ostilità a un rafforzamento dei rapporti tra il Pontefice e le comunità cristiane ucraine. Questi episodi mostrano come il conflitto ecclesiastico abbia radici profonde. Oggi, tuttavia, il contesto è ulteriormente aggravato dall’aggressione militare e dall’utilizzo della religione come strumento di legittimazione politica. Un altro elemento significativo riguarda l’evoluzione dell’identità religiosa della società ucraina. Nel corso degli ultimi decenni, le rilevazioni sociologiche hanno registrato una progressiva riduzione della quota di cittadini che si identificano con la Chiesa ortodossa legata al Patriarcato di Mosca, mentre è aumentato il numero di coloro che si riconoscono nella Chiesa ortodossa dell’Ucraina o in altre comunità religiose. Eppure, in Ucraina vi sono persone che continuano a frequentare una determinata parrocchia perché rappresenta il luogo nel quale hanno sempre pregato, celebrato i sacramenti o accompagnato i propri familiari nei momenti più importanti della vita. La fede individuale non coincide necessariamente con una scelta politica o geopolitica. Proprio per questo, sarebbe sbagliato ridurre la questione a uno scontro tra appartenenze nazionali. Il problema fondamentale è garantire che ogni comunità religiosa possa vivere liberamente la propria fede e scegliere autonomamente i propri riferimenti ecclesiastici.
La dimensione politica emerge con particolare evidenza quando la leadership della Chiesa ortodossa russa sostiene la guerra o la presenta in termini di missione spirituale. Il patriarca Kirill ha espresso pubblicamente posizioni di sostegno all’azione militare russa, contribuendo a una narrazione nella quale il conflitto viene inserito in una più ampia contrapposizione identitaria e religiosa. Per l’Ucraina, questo rappresenta un elemento di profonda preoccupazione. La religione dovrebbe contribuire alla riconciliazione e alla tutela della dignità umana, non diventare uno strumento per giustificare l’aggressione, rafforzare la propaganda o negare l’autonomia di un altro popolo. La nostra posizione è dunque chiara: vogliamo sviluppare il dialogo con la Santa Sede e con tutte le comunità cristiane disposte a parteciparvi. Siamo favorevoli alla cooperazione ecumenica e riteniamo che il rispetto della libertà religiosa debba essere considerato parte integrante di qualsiasi prospettiva di pace. La guerra ha dimostrato che la sovranità non riguarda soltanto i confini territoriali e le istituzioni politiche ma pure la libertà di una società di custodire la propria identità culturale, spirituale e religiosa senza essere sottoposta a coercizione esterna.
Dalle sue parole emerge una questione che supera il conflitto tra differenti giurisdizioni ecclesiastiche: il rapporto tra potere politico, identità religiosa e legittimazione della guerra. La leadership russa ha spesso richiamato concetti come la difesa della tradizione, l’unità del mondo russo e la missione storica e spirituale della Russia. In questo quadro, il Patriarcato di Mosca ha assunto posizioni che giustificano e addirittura benedicono l’aggressione militare contro l’Ucraina. Come valuta l’impiego della religione nella costruzione della narrativa strategica russa e quali conseguenze produce questo intreccio tra propaganda, potere politico e autorità ecclesiastica sulla credibilità delle istituzioni religiose?

Patriarca Kirill e Presidente Putin
Credo che questo sia un elemento essenziale per comprendere la natura del conflitto. Dalla Russia la religione viene utilizzata per rafforzare l’idea di una continuità storica e spirituale tra la Russia e l’Ucraina. Il riferimento al cosiddetto Russkij Mir «Mondo Russo» non è soltanto culturale: può assumere una funzione politica, perché tende a mettere in discussione la piena autonomia dell’identità ucraina. Quando un’autorità religiosa sostiene che due popoli debbano necessariamente appartenere alla medesima sfera politica o spirituale, il rischio è che la fede venga trasformata in uno strumento di subordinazione. La tradizione religiosa, anziché riconoscere la dignità e la libertà delle persone, viene impiegata per legittimare una pretesa di dominio. Questo è particolarmente problematico quando la guerra viene presentata come una missione sacra o come una forma di difesa spirituale. La violenza militare viene così sottratta al normale giudizio morale e politico, perché inserita in una narrazione nella quale l’avversario non è più soltanto un nemico militare, ma un ostacolo a una presunta missione storica. Le dichiarazioni del patriarca Kirill a sostegno dell’azione russa hanno contribuito ad alimentare questa interpretazione della guerra.
La nostra preoccupazione è che una simile impostazione renda più difficile il dialogo tra le comunità religiose e comprometta la credibilità morale delle istituzioni che dovrebbero promuovere la pace. È importante, inoltre, considerare le conseguenze di questa narrativa sulla società ucraina. Quando una Chiesa viene percepita come direttamente associata alle finalità politiche e militari di uno Stato aggressore, la fiducia nei suoi confronti può diminuire. Questo non significa che tutti i fedeli condividano le posizioni della leadership ecclesiastica, né che sia corretto attribuire indistintamente le stesse responsabilità a tutte le persone che frequentano quelle comunità. Significa, però, che le istituzioni religiose devono assumersi una responsabilità particolare quando intervengono nello spazio pubblico e quando le loro dichiarazioni possono contribuire a giustificare la violenza. La questione riguarda anche la Santa Sede e il dialogo ecumenico internazionale. Noi riteniamo che il confronto tra le Chiese debba rimanere aperto, ma non possa prescindere dalla realtà della guerra e dalle conseguenze delle posizioni assunte dai diversi interlocutori. Non vogliamo trasformare la religione in un ulteriore fronte di contrapposizione ma, al contrario, impedire che venga utilizzata per rendere moralmente accettabile una guerra di aggressione. Per questo attribuiamo grande importanza al ruolo delle istituzioni religiose internazionali: esse possono contribuire a contrastare le narrazioni che negano l’identità di un popolo e favorire una concezione della pace fondata sul riconoscimento reciproco.
Eccellenza, vogliamo concludere questa intervista affrontando una delle questioni più dolorose e, al tempo stesso, più rilevanti sul piano umanitario e giuridico: quella dei bambini ucraini deportati in Russia. Negli ultimi anni, il sostegno internazionale alle iniziative dedicate al loro recupero ha incontrato difficoltà e discontinuità. In particolare, sono state sollevate preoccupazioni per la riduzione di alcune forme di assistenza dall’Amministrazione Trump. La Casa Bianca, ha infatti interrotto l’iniziativa finanziata dagli Stati Uniti che documentava presunti crimini di guerra russi e in particolare lo faceva attraverso l’aggiornamento di un database che teneva tracce dettagliate delle deportazioni di massa di bambini ucraini in Russia. Il progetto della Yale University aveva permesso l’accesso a una grande quantità di informazioni, tra cui immagini satellitari e dati biometrici che tracciavano l’identità e l’ubicazione di circa 35.000 bambini ucraini rapiti dall’esercito russo. L’Osservatorio, supervisionato dal Bureau of Conflict and Stabilization Operations del Dipartimento di Stato, aveva iniziato a documentare crimini di guerra russi nel maggio 2022, pochi mesi dopo l’inizio della guerra. Il lavoro di Yale con l’Osservatorio ha prodotto 13 relazioni pubbliche sulle azioni della Russia durante l’invasione dell’Ucraina e ha contribuito a sei incriminazioni della Corte Penale Internazionale (CPI) contro funzionari russi, tra cui il presidente Putin. Ci sono decine di migliaia di bambini ucraini di cui non si sa più nulla. Sono stati catturati, minacciati e costretti a rinnegare la loro identità.
Come è possibile far tornare a casa decine di migliaia di bambini molto piccoli separati dalle famiglie, trasferiti in Russia e sottoposti a un processo di russificazione? Quali strumenti possono essere utilizzati per identificarli, ricostruirne le origini e garantirne il ritorno alle loro famiglie naturali?
Trattasi di una questione estremamente dolorosa per l’Ucraina, ma anche molto importante sul piano internazionale. Il destino dei bambini trasferiti in Russia è una delle questioni sulle quali continuiamo a lavorare con la massima determinazione, perché riguarda non soltanto la loro sicurezza immediata ma anche il loro futuro, la loro identità e il diritto a mantenere un legame con le proprie famiglie e con il Paese d’origine. Nel dibattito pubblico vengono citate cifre diverse, con dati attendibili che rilevano un numerico di circa 33mila minori in differenti fasce d’età deportati dall’inizio del conflitto su larga scala. Le autorità ucraine hanno denunciato una situazione che, per estensione e conseguenze, richiede una risposta internazionale coordinata. La difficoltà è particolarmente grave quando la deportazione si verifica con bambini molto piccoli. Se un minore viene trasferito in tenera età, può crescere senza avere ricordi chiari della propria famiglia, città o vita precedente. Se, nel frattempo, gli vengono attribuiti un nuovo nome, una nuova documentazione o una diversa identità amministrativa, il processo di identificazione diventa ancora più complesso. Vi sono situazioni nelle quali i minori vengono inseriti in famiglie affidatarie o adottive. In questi casi, la ricostruzione delle origini può risultare estremamente difficile, soprattutto quando le informazioni personali sono state modificate o non esiste un accesso indipendente alla documentazione. La situazione presenta difficoltà specifiche anche per gli adolescenti. Quando i minori si avvicinano ai quattordici o quindici anni, hanno già sviluppato una maggiore consapevolezza della propria identità e delle relazioni familiari. Se vengono separati dai loro affetti e inseriti in un contesto nel quale viene loro proposta un’identità differente, le conseguenze psicologiche e personali possono essere particolarmente profonde. Occorre poi considerare il passaggio alla maggiore età. Quando i ragazzi compiono diciotto anni può diventare ancora più difficile intervenire, soprattutto se non sono stati identificati tempestivamente, se i loro documenti sono stati modificati o se non dispongono più di informazioni sufficienti per ricostruire la propria storia. Dobbiamo costruire strumenti che permettano di individuarli, verificarne l’identità, ricostruire i legami familiari e organizzare il loro ritorno in condizioni di sicurezza.

Save Ukraine – Il ritorno in Ucraina di uno dei bambini trasferiti illegalmente in Russia
In passato, gli Stati Uniti hanno sostenuto iniziative di monitoraggio e ricerca che hanno contribuito a migliorare la comprensione del fenomeno. Ricordo anche occasioni nelle quali sono state presentate metodologie per raccogliere informazioni, identificare i minori e seguire i casi attraverso strumenti di analisi e documentazione. Con la nuova amministrazione americana, il sostegno si è quasi azzerato. L’Ucraina continua a lavorare sul problema attraverso i propri canali istituzionali e diplomatici, cercando di utilizzare ogni opportunità disponibile. La questione è stata affrontata anche nelle interlocuzioni con il cardinale Matteo Zuppi, che ha dedicato attenzione al destino dei minori e ha mantenuto contatti con interlocutori in grado di contribuire alla ricerca di soluzioni. Il ruolo della Santa Sede è importante proprio perché può mantenere aperti canali di comunicazione anche in circostanze nelle quali i rapporti politici sono estremamente difficili. La sua disponibilità a intervenire sulla questione dei bambini rappresenta per noi una risorsa da valorizzare e sviluppare ulteriormente. È importante sottolineare che il ritorno dei bambini non dovrebbe essere subordinato alla conclusione generale della guerra, piuttosto si tratta di una questione umanitaria che deve rimanere una priorità anche quando non esistono le condizioni per un accordo politico complessivo. È per questo che continuiamo a chiedere alla comunità internazionale di non abbandonare l’urgenza della questione e ribadiamo che continueremo a utilizzare ogni canale disponibile, compreso quello della Santa Sede, per lavorare al ritorno dei bambini e per impedire che questa tragedia venga dimenticata, ritenendo si tratti di un tema riguardante la responsabilità della comunità internazionale e la credibilità dei principi umanitari sui quali si fonda l’ordine internazionale.