25 Ottobre 2026
Il Grande Gioco dello spionaggio non si combatte più soltanto nelle ambasciate, nei salotti diplomatici o nell’ombra delle capitali imperiali.
Francesco Subiaco ha intervistato Sir David Omand
Il Grande Gioco dello spionaggio non si combatte più soltanto nelle ambasciate, nei salotti diplomatici o nell’ombra delle capitali imperiali. Oggi si svolge attraverso algoritmi, satelliti, guerre ibride e frontiere invisibili del cyberspazio. E tuttavia, sotto la metamorfosi tecnologica dello spionaggio, sopravvive l’antico enigma del potere: come discernere le intenzioni dell’avversario senza diventare prigionieri delle proprie illusioni. Nei romanzi di John le Carré, la verità si presenta quasi sempre in incognito, nascosta fra mezze confessioni, silenzi calcolati e fedeltà negoziabili. Per una spia, il pericolo maggiore non consiste soltanto nel credere alle menzogne del nemico, ma nel finire per credere alle proprie.
Da Kipling a Graham Greene, la letteratura ha rappresentato lo spionaggio come un teatro di identità incerte e compromessi morali. La realtà è meno romantica: rapporti incompleti, indizi ambigui e decisioni prese al buio.
Sir David Omand conosce questo mondo dall’interno. Già Direttore del Government Communications Headquarters – GCHQ, l’Agenzia britannica per l’intelligence, la sicurezza e la difesa informatica; nonché Coordinator of Intelligence and Security, la massima carica di coordinamento in materia di sicurezza nazionale e intelligence del Regno Unito, guidata dal National Security Adviser (NSA), supportato dai Cabinet Office’s National Security Secretariat (NSS) e dal Joint Intelligence Organisation (JIO). Sir Omand appartiene a quella rara schiera di uomini che hanno assistito alla storia da dietro le quinte, là dove le decisioni governative si intrecciano con informazioni destinate a rimanere segrete per decenni. La sua esperienza abbraccia la fine della Guerra Fredda, l’11 settembre e il ritorno della rivalità tra grandi potenze.

Sir David Omand
Il Professor Omand ha onorato l’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli” offrendo il suo contributo intellettuale e il suo sostegno in qualità di Membro dell’International Advisory Council, sin dalla costituzione del nostro think tank, nel 2010. Il suo prestigioso curriculum e la sua eccezionale determinazione nel difendere i valori democratici nel corso della sua straordinaria carriera hanno arricchito in modo unico l’etica, la cultura strategica e gli ideali della nostra organizzazione.
Nei suoi libri, da How Spies Think a How to Survive a Crisis, l’intelligence diventa una disciplina dell’incertezza: distinguere il vero dal plausibile, il segnale dal rumore, le intenzioni dalle apparenze. Non basta raccogliere segreti: bisogna interpretarli senza cedere alle spiegazioni più rassicuranti. Il migliore analista d’intelligence sa diffidare delle conclusioni che coincidono troppo perfettamente con i desideri di chi governa.
Lei è stato Direttore del GCHQ e Coordinatore per la sicurezza e l’intelligence del governo del Regno Unito. Che cosa le hanno insegnato queste esperienze sul mondo dell’intelligence? E, per riprendere il titolo di uno dei suoi best seller, come pensano davvero le spie?
Ho dato al mio libro “How Spies Think” il sottotitolo «Dieci lezioni di intelligence» perché volevo condividere almeno una parte di ciò che avevo imparato, non soltanto dall’interno del mondo dell’intelligence segreta, ma anche dal contatto ravvicinato con quel mondo come responsabile politico e destinatario delle valutazioni d’intelligence. La prima lezione è che la nostra conoscenza del mondo è sempre frammentaria e incompleta, e talvolta sbagliata. Vale sia per l’enorme quantità di informazioni provenienti da fonti aperte oggi disponibili, sia per il ben più ristretto insieme di informazioni ottenute da fonti profondamente segrete. Queste cautele hanno importanti implicazioni politiche. Non si può contare sul fatto di disporre sempre di un quadro attendibile della situazione, quale idealmente si vorrebbe avere prima di prendere decisioni importanti. Non bisogna dunque fondare la politica di sicurezza sul presupposto che l’intelligence segreta fornirà sempre un preavviso sufficiente per intervenire e neutralizzare una minaccia.

Banner MI5 MI6 and GCHQ
In che modo dovrebbero essere raccolte, valutate e presentate le informazioni di intelligence al decisore politico per evitare che possa essere indotto in errore o ingannato da attori avversari?
Nel libro riassumo il metodo nell’acronimo SEES: Situational awareness (consapevolezza situazionale), Explanation (spiegazione), Estimation (valutazione previsionale) e Strategic notice (preavviso strategico). Sono i tipi di informazione più utili al decisore politico o al comandante delle operazioni. Il primo, la consapevolezza della situazione, risponde alle domande: che cosa sta accadendo: cosa, dove e quando? Occorre verificare attentamente l’attendibilità delle fonti e guardarsi dagli inganni deliberati negli indizi e nei segnali raccolti. È cruciale spiegare perché riteniamo di trovarci davanti a una determinata situazione. Ed è difficile, soprattutto quando cerchiamo di attribuire la responsabilità di azioni che l’avversario vuole tenere nascoste e delle quali nega la paternità. È un problema fondamentale oggi, tanto per i sabotaggi russi nella zona grigia e le altre operazioni clandestine, quanto per gli attacchi informatici criminali. Spiegazioni diverse degli avvenimenti conducono verosimilmente a stime diverse sulla loro evoluzione e a modelli differenti delle possibili reazioni dell’avversario alle nostre iniziative. Infine, ritengo importante che i decisori ricevano quanto prima quello che chiamo «preavviso strategico» sugli sviluppi e sulle minacce emergenti di lungo periodo, non appena si delinei una tendenza o si prevedano progressi tecnologici capaci di generare minacce future. Trattandosi generalmente di sviluppi di lungo periodo, questo preavviso deriva più probabilmente dallo studio accurato delle fonti aperte che da una particolare forma d’intelligence segreta.
Mi colpisce l’importanza che attribuisce alla componente esplicativa del ciclo dell’intelligence. Ci può citare qualche esempio, un case study?
Avrei dovuto aggiungere che, nella maggior parte dei casi, la spiegazione dovrebbe emergere da una valutazione di tutte le fonti e di tutte le informazioni disponibili, compresi la storia dei gruppi e delle nazioni eventualmente coinvolti, anziché dall’analisi di un’unica fonte. Un esempio britannico può essere utile. Nel 2018 il Joint
Intelligence Committee (JIC) di Londra concluse che l’impiego a Salisbury dell’agente nervino proibito Novichok, nell’attacco all’ex ufficiale dell’intelligence russa Sergej Skripal e a sua figlia, fu una operazione clandestina di assassinio condotta da agenti dell’intelligence militare russa. L’attacco provocò la morte di una cittadina britannica. L’attribuzione seguì un’attenta valutazione del JIC basata su tutte le fonti, che finì per escludere ogni spiegazione alternativa, comprese numerose ipotesi stravaganti diffuse dalle autorità russe per intorbidire le acque. Sulla base di quella attribuzione, la prima ministra espulse 23 diplomatici russi; seguirono espulsioni di massa in altri 20 Paesi che avevano accolto le conclusioni britanniche. Le conseguenze di una spiegazione possono dunque essere notevoli. E naturalmente lo sarebbero anche quelle di una spiegazione errata. Si pensi, per esempio, a quando interpretammo gli ostacoli posti da Saddam Hussein agli ispettori internazionali delle armi di distruzione di massa come un’ulteriore prova del tentativo di nascondere attività proibite in quel campo.
Nel suo libro “How Spies Think” insiste a lungo sul fatto che il problema centrale dell’intelligence non è semplicemente raccogliere informazioni, ma interpretarle.

Book Cover How Spies Think
Direi che l’interpretazione è fondamentale per dare senso a tutte le nostre interazioni con il mondo. Dopotutto non disponiamo, almeno per ora, di poteri telepatici. Possiamo conoscere il mondo soltanto attraverso informazioni che il cervello elabora dopo averle ricevute mediante uno o più sensi. E numerosi esperimenti psicologici rigorosi condotti nell’ultimo secolo dimostrano che talvolta i sensi possono ingannarci. Nelle note illusioni ottiche, i dati di cui disponiamo, ossia le configurazioni della luce riflessa dalla pagina, vengono interpretati dal cervello come la rappresentazione di qualcosa che in realtà non sono. I dati, in quel caso la frequenza e l’intensità delle onde luminose riflesse dall’immagine, sono quelli che sono; ma la loro interpretazione cerebrale è ambigua. Ricorro all’analogia fra avvocati dell’accusa e della difesa che cercano di convincere una giuria delle rispettive ricostruzioni alternative delle prove forensi in un processo penale. Per esempio, un giovane compare in tribunale accusato di avere lanciato una molotov durante una manifestazione, perché le sue impronte digitali sono state trovate sui frammenti della bottiglia. Nessuno contesta che le impronte siano sue. Ma la difesa sostiene che la bottiglia si trovava nel contenitore per il riciclaggio fuori casa sua e che la folla l’abbia raccolta passando. La lezione è che l’analista deve formulare spiegazioni alternative e sottoporle a un esame accurato. Di norma è preferibile proporre la spiegazione che si ritiene meno incompatibile con le prove disponibili, ricordando che, cercando abbastanza, si può sempre trovare qualche «prova» apparentemente favorevole persino alle idee più assurde. Bisogna anche cercare dati che smentiscano l’ipotesi. Ma la spiegazione preferita conserva sempre il carattere di un’ipotesi provvisoria: dobbiamo essere pronti a rivedere il nostro ragionamento quando sopraggiungano nuove informazioni.
Tornando alla sua definizione dell’intelligence come «incompleta, frammentaria e talvolta sbagliata», se non possiamo sempre farvi affidamento, quale valore le attribuisce?
Si può sostenere che gli straordinari progressi evolutivi dell’intelligenza umana siano avvenuti perché essa offriva un valore eccezionale negli ambienti mutevoli in cui gli esseri umani dovevano sopravvivere. L’intelligenza deve aver migliorato la qualità delle decisioni dei nostri antenati su dove trovare cibo e acqua, come sfuggire ai numerosi predatori e affrontare le minacce e i pericoli incontrati. Oggi sintetizzo tutto ciò dicendo che lo scopo dell’intelligence rimane aiutarci a prendere decisioni più fondate, riducendo la nostra ignoranza di ciò che abbiamo di fronte. Anche se talvolta ci tradisce, nel tempo procura comunque un vantaggio complessivo. Immaginiamo un gestore di fondi nel distretto finanziario: in una singola giornata può effettuare cattive operazioni, ma, se è bravo, nel lungo periodo genera rendimenti alfa. L’intelligence, impiegata con criterio e sistematicità, ha un valore per la sopravvivenza. Il compito dell’intelligence segreta, naturalmente, è procurarci tale vantaggio rispetto alle informazioni che i nostri avversari, coloro che intendono danneggiarci, non vogliono assolutamente farci ottenere e per impedirci di acquisire le quali possono ricorrere a mezzi estremamente violenti.
Quanto considera significativa la tentazione degli analisti di piegare le conclusioni alle aspettative dei decisori politici?
È un pericolo sempre presente quando i governi non rispettano il diritto dei professionisti, siano essi militari, medici, ingegneri o analisti d’intelligence, a formulare autonomamente i propri giudizi specialistici e a presentarli senza timore. Naturalmente i governi non sono tenuti, in ultima istanza, a seguire il parere degli esperti, ma dovrebbero riconoscere l’obbligo di prenderlo attentamente in considerazione ed essere pronti a spiegare perché decidono di discostarsene. È quanto ci aspetteremmo nelle democrazie, non nelle autocrazie. Sembra che questo sia stato un problema reale nelle valutazioni presentate al presidente Putin prima dell’attacco all’Ucraina. È difficile immaginare che FSB e SVR non comprendessero che il popolo ucraino avrebbe resistito all’aggressione russa e che il presidente Zelensky non sarebbe fuggito da Kiev, abdicando alle prime avvisaglie dell’attacco russo alla capitale e lasciando così la strada libera a un leader imposto da Mosca.

President Trump and DNI Tulsi Gabbard
Esistono dunque pericoli quando i governi pretendono fedeltà politica dai vertici dell’intelligence, come sembra richiedere il Presidente Trump?
Il presidente degli Stati Uniti ha l’autorità legale di nominare gli alti funzionari dell’amministrazione, secondo le consuete regole di conferma del Senato, e ciò comprende le agenzie d’intelligence. Ma è stato assai insolito che il presidente Trump destituisse dirigenti di altissimo livello dell’intelligence, della sicurezza e delle forze armate semplicemente perché erano stati nominati dall’amministrazione precedente. È quanto è accaduto l’anno scorso al direttore della NSA, che era anche comandante del Cyber Command, e al vicedirettore della NSA. Ciò ha comportato una grave perdita di competenze sia per la cooperazione SIGINT dei Five Eyes sia per la stessa sicurezza americana, in un momento di pericoli crescenti, non ultimi gli attacchi informatici cinesi.
È un rischio che ha messo in evidenza nelle sue dieci lezioni d’intelligence?
Sì. Se si vede che i leader nazionali denigrano i pareri professionali ricevuti e oppongono ai fatti le proprie ferme convinzioni sulle possibili minacce, ciò inevitabilmente rischia di incoraggiare valutazioni distorte. E il rischio cresce se gli ufficiali d’intelligence cominciano a pensare che il loro stesso sostentamento dipenda dal compiacere i superiori, facendosi eco delle loro opinioni. Ma è importante riconoscere che il rischio di distorsione nelle valutazioni d’intelligence non deriva soltanto dagli analisti che consapevolmente si adeguano alle aspettative dei decisori politici: un fenomeno storicamente raro.
A quali altre fonti di bias (distorsione, inclinazione, errore sistematico di valutazione che altera la percezione della realtà) si riferisce?
L’ultima «lezione d’intelligence» del mio libro è che sono soprattutto i nostri demoni interiori a rischiare di trarci in inganno. I pregiudizi inconsci di cui tutti soffriamo, e intendo proprio tutti. Il bias di conferma, quando privilegiamo e ricordiamo facilmente le informazioni che sostengono le nostre convinzioni, ignorando o scartando quelle che le contraddicono. Il bias di ancoraggio, quando attribuiamo un peso eccessivo alla prima informazione ricevuta. La perseverazione, quando restiamo attaccati alla linea di ragionamento iniziale anche davanti a prove contrarie. E molti altri ancora. Poiché sono distorsioni inconsce, abbiamo bisogno che altri ci segnalino quando ne siamo vittime. Per questo definisco l’analisi d’intelligence uno sport di squadra.
Queste distorsioni sembrano aver avuto un ruolo nella decisione americana di rovesciare Saddam Hussein in Iraq. Dopo gli errori nella valutazione delle informazioni sulle armi di distruzione di massa irachene (WMD), quanto ne soffre ancora l’Occidente?
Dalle inchieste indipendenti britanniche sugli errori nelle valutazioni delle armi di distruzione di massa in Iraq sono state tratte lezioni importanti, poi messe in pratica. Quelle inchieste ebbero pieno accesso a tutti i documenti d’intelligence e politici e raccolsero ampie testimonianze dalle persone coinvolte, me compreso. Una conseguenza fu la decisione di professionalizzare il mestiere della valutazione d’intelligence, trasformandolo in una specializzazione governativa, al pari di economisti e statistici; intensificare la formazione in un College of Analysis diretto dal Cabinet Office britannico; favorire la mobilità degli analisti per consentire loro di conoscere i diversi ambiti della comunità d’intelligence; e accrescere il prestigio degli analisti al suo interno. Sono alcuni dei cambiamenti introdotti. Ma gli eventi iracheni del 2002-2003 proiettano ancora una lunga ombra. Nel 2022 le intelligence americana e britannica valutarono correttamente l’intenzione di Putin di ricorrere alla forza militare per rovesciare il governo ucraino e di organizzare un’operazione sotto falsa bandiera per procurarsi un pretesto immediato. Noi Lanciammo l’allarme. Eppure i leader di alcuni dei nostri maggiori partner contestarono quella valutazione. Gli alleati europei non riuscivano a credere che Putin aveva mentito (deception), dopo aver assicurato di recente ai loro capi di governo di non avere alcuna intenzione del genere.
Quando ravvisa il pericolo più evidente che l’intelligence venga interpretata retrospettivamente per convalidare una linea politica già stabilita?
Un segnale d’allarme è la tracotanza dei leader riguardo alla propria abilità nell’arte di governare. Questo dogmatismo contribuisce spesso a sottovalutare rischi gravi, sotto l’influsso inconscio della convinzione radicata che le proprie politiche escludano semplicemente la possibilità di un disastro. Ne deriva una pianificazione fondata sul presupposto che gli esiti negativi non si verificheranno perché la politica adottata ne elimina il rischio. Diffidate sempre di chi vi rassicura dicendo: «Non può accadere, perché abbiamo politiche che impediscono che accada». Oppure, quando ricordate precedenti storici in cui le cose sono andate male, di chi replica: «Questa volta è diverso». Gli eventi improbabili talvolta accadono.

HaMossad leModi’in uleTafkidim Meyuchadim MOSSAD
Un esempio tragico è stato il fallimento dell’intelligence israeliana davanti al brutale attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Prima dell’attacco, secondo i media israeliani, l’intelligence militare aveva osservato combattenti di Hamas addestrarsi e compiere ricognizioni, e Israele sembra avesse persino ottenuto un piano d’attacco di Hamas. Ma i ministri insistevano che Hamas non aveva né la capacità né

Shabàk – Shin Bet
l’intenzione di sferrare un grande attacco. Di conseguenza non fu diramato alcun allarme sulla probabilità dell’attacco, né venne predisposto un piano operativo d’emergenza delle forze armate israeliane, lasciando trascorrere molto tempo prima dell’arrivo di una risposta militare efficace. Dietro quel giudizio errato si cela probabilmente un fatale fallimento politico del governo israeliano nel riconoscere e pianificare i grandi rischi insiti nella propria strategia politica.
Lei ha scritto che comprendere la Russia del Presidente Putin richiede uno sforzo analitico paragonabile a quello un tempo dedicato all’Unione Sovietica. Continuiamo a proiettare sulla Russia uno schema ideologico che non le corrisponde?
Potremmo cominciare chiedendoci come la Russia, al pari dell’Unione Sovietica quando esisteva, concepisca la ragion d’essere fondamentale dei propri Servizi d’intelligence. Le Agenzie di intelligence occidentali considerano come compito principale quello di fornire informazioni per soddisfare le esigenze dei propri decisori, nella difesa, negli affari esteri, nella sicurezza interna e così via. Per sette anni ho fatto parte del Joint Intelligence Committee britannico, che ogni settimana presenta ai massimi esponenti del governo valutazioni strategiche sugli sviluppi di maggiore interesse. I capi dell’intelligence partecipano al National Security Council (Consiglio di Sicurezza Nazionale) quando i ministri discutono le implicazioni di quelle valutazioni. Le agenzie russe, invece, come prima di loro quelle sovietiche, considerano la propria missione una forma segreta di lotta politica condotta per conto dello Stato. Il loro compito consiste nell’adottare «misure attive» per influenzare gli avversari e indebolirne le posizioni politiche, economiche, scientifiche, tecnologiche e militari. Regno Unito, Germania, Polonia e altri alleati sono considerati avversari, soprattutto per il nostro sostegno all’indipendenza dell’Ucraina quale nazione sovrana. Oggi le «misure attive» russe comprendono sovversione, disinformazione, incendi dolosi e sabotaggi, destinati a danneggiare e ostacolare il nostro sostegno all’Ucraina, restando appena al di sotto della soglia di guerra aperta prevista dall’articolo 5 della NATO.
È questo che si intende quando persone come lei definiscono «cekisti» i dirigenti russi?
Sì. Faccio risalire questa fede nelle «misure attive» agli anni successivi alla Rivoluzione d’ottobre del 1917. Lenin utilizzò la famigerata polizia segreta Čeka come proprio «scudo e spada». Il suo compito consisteva assai meno nel raccogliere informazioni che nell’individuare i nemici e adottare misure, per quanto spietate, per distruggerli. È possibile risalire dagli attuali servizi segreti russi e dalla loro cultura violenta ai predecessori del KGB e, prima ancora, al MVD, al KI e al MGB, all’NKGB del tempo di guerra e al famigerato NKVD dell’anteguerra; e ancora prima all’OGPU e alla GPU, nati dalla Čeka originaria dopo il suo scioglimento nel 1922. Ogni generazione ha trasmesso alla successiva la propria visione violenta. Putin ha fatto erigere presso la nuova sede dell’SVR una statua al fondatore della Čeka, Feliks Dzeržinskij, detto «Feliks di ferro», dopo che la statua originaria davanti al quartier generale del KGB era stata abbattuta dai manifestanti alla fine della Guerra fredda. Ecco perché le agenzie russe conservano tuttora un orientamento e una formazione cekisti e sono oggi impegnate a destabilizzare Paesi come Regno Unito, Germania e Polonia, che sostengono l’indipendenza ucraina contro l’aggressione russa.

Russia Foreign Intelligence Service – SVR – unveiling ceremony Statue of Feliks Dzeržinskij
Ritiene che le “active measures” russe stiano ottenendo qualche successo?
Non proprio. Finora i sabotaggi e gli attacchi informatici, benché singolarmente pericolosi, sono stati sporadici e di effetti limitati. E sul piano politico non fanno che rafforzare la determinazione dell’opinione pubblica a non lasciarsi intimidire dalla Russia. Detto questo, da Mosca giungono minacce di intensificare le attività ostili nella «zona grigia» se continueremo a fornire armi all’Ucraina e a mantenere le sanzioni contro la Russia. Il pericolo maggiore è che Mosca, sentendosi incoraggiata, tenti attacchi più devastanti sul territorio britannico o di altri Paesi NATO, oppure colpisca interessi occidentali fondamentali, per esempio interferendo con i cavi sottomarini. Il Cremlino rischierebbe così un pericoloso errore di calcolo autorizzando gravi aggressioni russe contro territori della NATO, nel Regno Unito, in Germania, in Polonia o presso altri alleati. Errori del genere potrebbero provocare ingenti danni alle infrastrutture e perfino perdite umane su vasta scala. La NATO dovrebbe reagire per legittima difesa, nonostante il rischio di entrare in una spirale di escalation dagli sviluppi difficilmente prevedibili. Occorre far comprendere al Cremlino che la strada intrapresa comporta rischi enormi.
La sua lettura della situazione geopolitica e strategica indica che per comprendere la Russia di oggi, dovremmo dedicare alla Russia del Presidente Putin uno sforzo analitico paragonabile a quello riservato all’Unione Sovietica. I governi occidentali continuano a non comprendere le vere intenzioni della Russia di Putin?
L’Unione Sovietica era animata da un’ideologia ostile, che prevedeva la preparazione a uno scontro finale fra comunismo e capitalismo, ritenuto inevitabile dai dirigenti del Cremlino quasi come un atto di fede. A ciò si accompagnava la dedizione alla diffusione del comunismo internazionale. Insieme alle sue dimensioni e alle forze del Patto di Varsavia, tutto questo faceva dell’Unione Sovietica un formidabile avversario militare. La Russia odierna non si trova in una posizione paragonabile, nonostante il desiderio di Putin di ricostituire il Patto di Varsavia e il vasto arsenale nucleare russo. Ma, come l’Unione Sovietica, è governata da un’élite chiusa. Putin è un autocrate convinto di avere un destino storico da compiere in nome della propria visione della Russia. Lo circonda una ristretta cerchia di siloviki, perlopiù sodali legati al presidente e restii a fornire consigli obiettivi. Durante la Guerra fredda l’Occidente era assorbito dalla Kremlinologia: analisti specializzati studiavano, per esempio, chi mancasse dal gruppo dirigente sulla tribuna del mausoleo di Lenin durante la parata militare del Primo maggio o a chi fosse stato assegnato, quell’anno, un posto leggermente più lontano dai vertici del Partito. Oggi serve una competenza analoga per spiegare come vengano prese le decisioni al Cremlino e quali siano le voci più influenti fra coloro che hanno accesso al presidente. E serve competenza per comprendere le ragioni delle decisioni del presidente russo che alla maggior parte degli occidentali non specialisti appaiono irrazionali. Nel quadro di riferimento occidentale è difficile capire scelte che ci sembrano aliene, come intensificare la guerra in Ucraina nonostante le perdite russe quotidiane stimate fra 1.500 e 2.000 soldati e le conseguenze delle pesanti sanzioni internazionali sulla vita quotidiana della popolazione russa. Per elaborare risposte all’aggressione russa è importante riuscire a vedere l’Occidente e la stessa Russia attraverso gli occhi di Putin. (È illuminante studiare la ricostruzione storica pubblicata dallo stesso Putin per giustificare la convinzione che l’Ucraina non abbia diritto di esistere come Stato separato dalla madre Russia, e rendersi conto di quanto una visione della storia profondamente parziale e distorta condizioni la concezione del mondo del leader russo). Cominciare a capire il suo punto di vista non significa, naturalmente, condividere le sue conclusioni o giustificarne l’illegalità. Ma comprendere da dove muovano le sue convinzioni è essenziale per spiegare la sua ostilità, prossima alla paranoia, verso la NATO, che egli ritiene sia già in guerra contro la Russia.

Presidente Putin – Festa della Vittoria 2026
Come sono cambiati il ruolo e la vita quotidiana degli agenti d’intelligence dalla fine della Guerra fredda a oggi, in un mondo segnato dalla presenza pervasiva dei social media e dell’intelligenza artificiale?
È una domanda che mi pongono spesso gli studenti dei corsi magistrali del King’s College, soprattutto quelli che pensano di entrare nel mondo dei Servizi segreti. Li invito a immaginare la Comunità d’Intelligence tirata in direzioni differenti da tre forze, fra le quali deve trovare un punto di equilibrio. Le si pensi come ai lati di un triangolo rovesciato. Il primo insieme di forze deriva dai mutamenti nella percezione delle minacce e dunque nelle richieste rivolte alle Agenzie d’intelligence. Gli attentati di Al Qaeda a New York e Washington dell’11 settembre e l’elevato rischio di ulteriori attacchi ebbero un impatto fondamentale sulle Comunità d’Intelligence occidentali. L’attenzione dovette spostarsi sull’antiterrorismo, con tutte le conseguenze per il lavoro degli agenti in patria e all’estero nell’individuazione e nell’investigazione di gruppi e cellule terroristiche. Ne derivarono legami più stretti fra agenzie di intelligence umana e tecnica, una collaborazione più profonda con la polizia e nuove istituzioni, come il Joint Terrorism Analysis Centre di Londra e gli organismi equivalenti nei Paesi alleati e partner. Più radicalmente, il lavoro di molti agenti, tradizionalmente descritto dal classico ciclo dell’intelligence, cominciò ad assomigliare maggiormente a quello di un investigatore alle prese con un grave reato, con interazioni dinamiche quotidiane, talvolta orarie, fra chi raccoglie direttamente le informazioni e chi ne orienta il lavoro, utilizzando quei frammenti informativi per sviluppare l’indagine. Al posto delle esigenze fisse dell’intelligence della Guerra fredda servivano informazioni su individui d’interesse: nomi e pseudonimi, contatti, ubicazione, spostamenti, finanziamenti e, naturalmente, intenzioni.
L’esperienza acquisita dimostra che soddisfare le esigenze di intelligence relative ai singoli terroristi richiede approcci diversi rispetto a quelli utilizzati per gli obiettivi tradizionali della Guerra Fredda, come ad esempio l’acquisizione della gittata e della sezione efficace radar di un nuovo velivolo sovietico.
È proprio questo il punto. Ma naturalmente non dobbiamo dimenticare che le esigenze informative più tradizionali esistono tuttora, aggiungendosi alle nuove richieste urgenti appena menzionate. E vengo così al secondo insieme di forze, lungo il secondo lato del triangolo, che hanno trasformato radicalmente il mondo dell’intelligence segreta: le tecnologie digitali avanzate impiegate per soddisfare le nuove esigenze. Le tecnologie digitali e le loro applicazioni alle comunicazioni globali, ai dispositivi mobili e a Internet hanno modificato profondamente l’offerta potenziale di informazioni. E questa offerta ha interagito dinamicamente con la domanda d’intelligence di cui abbiamo appena parlato. Talvolta nuove esigenze dettate dalle minacce stimolavano investimenti in nuovi strumenti digitali di raccolta; altre volte accadeva il contrario: i progressi tecnologici nati da applicazioni commerciali suggerivano come impiegarli nel mondo dell’intelligence segreta. Si può considerare una coincidenza di portata mondiale che, proprio mentre l’attenzione si spostava sugli individui intenzionati a nuocerci, comparissero innovazioni digitali quali le reti a commutazione di pacchetto, i dispositivi mobili personali e naturalmente Internet e i social media. Sono queste enormi masse di dati che gli agenti devono scandagliare per individuare i propri obiettivi e scoprirne il quotidiano train de vie. L’impiego dell’analisi dei metadati delle comunicazioni, per esempio, tanto internazionali quanto interne, ha aiutato gli agenti a ricostruire reti terroristiche, sventare numerosi complotti gravi e consegnare terroristi alla giustizia. Ma proprio la capacità delle fonti digitali di rivelare informazioni personali, così preziosa per le autorità nella prevenzione del terrorismo e della criminalità grave, ha inevitabilmente suscitato preoccupazioni pubbliche sull’ampiezza delle reti digitali gettate dalle agenzie e su quale autorità debba autorizzare le indagini più invasive. Il terzo lato del mio triangolo rappresenta le pressioni esercitate sulla comunità d’intelligence dai vincoli giuridici ed etici imposti dalla società.
Ritengo che si riferisca alle nazioni democratiche, non alle autocrazie, dove simili preoccupazioni sono inevitabilmente subordinate alle esigenze dei leader di controllare il dissenso interno e garantire la sicurezza esterna.
Esattamente. Gli agenti d’intelligence occidentali devono accettare di operare in un ambiente sottoposto a controllo e scrutinio democratici. I loro avversari no. Ma il consenso pubblico, ottenuto attraverso leggi approvate democraticamente, offre vantaggi di lungo periodo, per esempio nella qualità delle persone che si possono reclutare. Il Regno Unito è un caso interessante. Dopo un intenso dibattito nel Parlamento britannico, nel 2016 fu approvata una nuova legge per disciplinare i poteri investigativi delle agenzie e della polizia. In sostanza, parlamentari di tutti i partiti si convinsero che, per proteggere la popolazione, le autorità d’intelligence e sicurezza dovessero disporre di potenti strumenti digitali, accettando però in cambio un regime molto più rigoroso di disciplina giuridica e di supervisione parlamentare e giudiziaria. Il nuovo regime di sorveglianza può essere descritto con 3R: Rule of law, il principio pubblico dello Stato di diritto, senza poteri segreti; Regulation, la disciplina delle autorizzazioni e dei controlli; Restraint, la moderazione, che impone ai singoli agenti il dovere di poter giustificare l’esercizio dei loro poteri come necessario e proporzionato. I risultati, in termini di complotti scoperti e sventati, sono impressionanti.
Prevede cambiamenti paragonabili a quelli dei decenni successivi all’11 settembre?
Sì. Le nostre comunità d’intelligence hanno dovuto aggiungere alla persistente attenzione per il terrorismo, tanto dell’estrema destra violenta quanto dei jihadisti violenti, il riemergere delle minacce statali, intensificate dall’invasione russa dell’Ucraina e, più recentemente, dagli attacchi americani contro l’Iran. Le minacce non provengono soltanto direttamente dagli apparati statali impegnati in attività ostili nella «zona grigia», ma anche da gruppi criminali che agiscono per loro conto. È quanto accade da anni con le bande russe di hacker, responsabili di ransomware e altri attacchi compiuti prevalentemente per profitto personale, ma talvolta anche in risposta a richieste dello Stato volte a provocare disordini, soprattutto nei Paesi che sostengono l’Ucraina. Inoltre gli attacchi informatici cinesi sono diventati più aggressivi, prendendo di mira, per esempio, gran parte delle telecomunicazioni e di altre infrastrutture critiche statunitensi. Ricorderà gli avvertimenti diffusi l’anno scorso sulle campagne informatiche cinesi note come Salt Typhoon e Volt Typhoon, volte a individuare strumenti di destabilizzazione nell’eventualità di un conflitto fra Stati Uniti e Cina. Nel loro insieme, questi sviluppi costituiscono una sfida formidabile per l’intelligence: comprendere ciò che accade e attribuirne la responsabilità, in aggiunta alle minacce preesistenti del terrorismo e dello spionaggio ostile, che non sono scomparse.
Lei ha descritto il secondo insieme di forze che agiscono sugli agenti d’intelligence come derivante dall’avvento delle tecnologie digitali. Queste hanno superato la necessità delle tradizionali fonti umane?
Sì e no. Da un lato, quella che definisco digitalizzazione ha rivoluzionato il modo di lavorare di tutti gli agenti d’intelligence. Ogni forma d’informazione cui possiamo accedere, attraverso la vista, l’udito, il tatto e perfino l’olfatto e il gusto, può ormai essere rappresentata come una sequenza di numeri. Transazioni finanziarie, sistemi logistici, gestione dei semafori, controllo delle reti elettriche e quasi tutto ciò che consente il normale svolgimento della vita dipendono dalla disponibilità dei dati digitali corretti al momento opportuno. Quando le informazioni sono in forma numerica, abbiamo il vantaggio di poterle facilmente conservare e recuperare, condividere e cifrare in sicurezza. Ma un avversario può corromperle, manipolarle (le falsificazioni digitali sono ormai comuni su Internet) o renderle indisponibili attraverso ransomware e altre intrusioni nei sistemi informativi. Ricordiamo che il malware non rispetta alcuna frontiera nazionale. Le nostre agenzie d’intelligence e sicurezza, insieme ai colleghi della polizia, hanno molto da fare. Aggiungerei che i meccanismi dello spionaggio e del controspionaggio sono ormai digitali. Ma gli agenti umani ben collocati (compresi quelli che hanno accesso ai sistemi digitali dell’avversario), restano inestimabili. E le capacità squisitamente umane necessarie a persuadere un potenziale agente ad aiutarci sono rimaste quelle di sempre. Le agenzie di intelligence umana non sono destinate a scomparire, anche se possono essere cambiate alcune categorie di persone di cui cercano la collaborazione.
L’avvento dell’intelligenza artificiale avanzata modifica radicalmente anche il lavoro delle Agenzie d’intelligence, soprattutto a sostegno delle operazioni militari?

human-in-the-loop
Le capacità della Frontier Artificial Intelligence stanno determinando un cambiamento fondamentale nel modo in cui deve funzionare la supervisione umana dell’intelligence.
Tradizionalmente l’essere umano era “In the Loop”, direttamente coinvolto in ogni decisione, compresa la valutazione dell’attendibilità delle informazioni in ingresso. Nelle situazioni di combattimento in rapida evoluzione, il ruolo sta diventando on the loop: stabilire preventivamente regole e limiti per una rete di sensori elettronici, poi sorvegliare il sistema che agisce autonomamente e intervenire soltanto se cambiano le circostanze o si nota qualcosa che non va. L’essere umano resta responsabile, ma è ormai un supervisore anziché un partecipante diretto.
Non si tratta di un fallimento della politica, ma di un vincolo imposto dall’ambiente operativo. E ciò significa che cambiano anche i nostri obblighi etici. Non basta più chiedersi come mantenere l’essere umano all’interno del ciclo decisionale. Dobbiamo invece chiederci come garantire che il ciclo supervisionato dall’essere umano governi sistemi capaci di valutare la qualità delle informazioni d’intelligence in ingresso e di ragionare moralmente nel modo che desideriamo. E come assicurare che, quando cambiano le circostanze, il sistema sappia reagire adeguatamente?
Tornando alle precedenti tematiche, quale dovrebbe essere il rapporto fra intelligence e politica? E fra segretezza, decisione politica e narrazione pubblica attraverso cui quelle decisioni vengono presentate?
A mio giudizio, il rapporto deve rispettare, da un lato, l’integrità delle valutazioni professionali dell’intelligence e, dall’altro, il diritto dei politici democraticamente eletti di avere l’ultima parola sul loro utilizzo o meno. I leader politici devono sentire il dovere di tenere conto dei consigli professionali, provengano essi da economisti, medici, meteorologi, diplomatici, capi militari o agenti d’intelligence. L’obbligo è lo stesso: considerarli con la dovuta attenzione, porre domande e richiedere ulteriori informazioni o ricerche, senza pretendere però che un giudizio professionale venga modificato per adattarsi alle opinioni dei politici. Aggiungerei che in democrazia ci si dovrebbe aspettare che i politici spieghino le proprie ragioni quando decidono di non seguire un parere professionale ponderato. Quando occorre tutelare un segreto autentico, possono farlo riservatamente davanti a un’apposita commissione parlamentare.
Contrastare la disinformazione sta diventando una funzione sempre più importante dell’apparato di sicurezza e intelligence. Eppure la definizione di «minaccia» e l’uso politico della sua percezione possono troppo facilmente essere modellati ad usum delphini. Quali garanzie occorrono per evitare che la difesa dello spazio pubblico si trasformi in un’amministrazione della verità?
Il miglior disinfettante è la luce del sole. Quando la disinformazione viene diffusa apertamente, come fanno oggi le emittenti statali russe sulla guerra in Ucraina, la risposta deve essere un dibattito pubblico aperto, guidato dai nostri politici e capace di coinvolgere il maggior numero possibile di voci diverse. È questo il significato della libertà di parola. Ma quando vengono impiegati clandestinamente mezzi ingannevoli per amplificare la disinformazione, per esempio reti di bot, video deepfake o falsificazioni, spetta alle agenzie d’intelligence e sicurezza accertare i fatti e attribuirne la responsabilità, e poi ai politici di governo decidere quali azioni autorizzare per difendere il nostro spazio informativo. Fra queste possono figurare operazioni informatiche offensive volte a ostacolare le attività dell’avversario, come avvenne contro i tentativi dell’ISIS di diffondere materiale estremamente violento attraverso Internet.
Molti commentatori hanno parlato di una presunta crisi dell’alleanza Five Eyes in conseguenza dell’amministrazione Trump. Ritiene possibile una simile crisi? E come stanno cambiando le priorità strategiche di Londra e Washington?
I Five Eyes nacquero da una circostanza storica unica nella cooperazione nell’intelligence dei segnali. Una lunga esperienza di lavoro comune ha prodotto profondo rispetto professionale fra il personale e amicizie personali e familiari. Occorre molto tempo per costruire un tale grado di affidabilità reciproca nell’intelligence e oggi anche nella sicurezza nazionale, nell’ambito militare, diplomatico e in altri settori. L’ampiezza, la profondità e la delicatezza di questa cooperazione abbracciano l’intera gamma delle attività d’intelligence, operative, analitiche e così via: è la migliore al mondo. Posso citare l’ex direttore della CIA, l’onorevole John Brennan, con il quale ho testimoniato

Intelligence Active Collaboration Cycle
davanti a una commissione parlamentare britannica all’inizio di quest’anno: «Dipendiamo gli uni dagli altri; ci trattiamo come fratelli e sorelle in ciò che facciamo e in ciò che condividiamo, perché esiste una reale consonanza di valori e principi fra i nostri Paesi e fra i nostri servizi». Sul punto da lei sollevato, aggiunse: «I venti politici a Washington soffiano continuamente. In questi giorni soffiano piuttosto forte, ma molti professionisti dell’intelligence sanno come evitare di esserne travolti». Non è la prima volta che emergono divergenze politiche fra i governi dei Five Eyes. Ho ricordato alla commissione parlamentare la rottura del 1956 nei rapporti fra il presidente americano Eisenhower e il primo ministro britannico sir Anthony Eden per il disastro di Suez. Non mi ha sorpreso apprendere che, durante quella grave crisi, il GCHQ e il suo omologo americano, la National Security Agency, lavoravano in strettissima collaborazione per studiare l’intervento sovietico in Ungheria, nonostante le onde che allora scuotevano la superficie atlantica. Sono fiducioso che, sotto quella superficie, i professionisti dei Five Eyes continueranno a svolgere il lavoro che compete loro. E dobbiamo riconoscere che, contemporaneamente, ciascun membro dei Five Eyes approfondirà le proprie relazioni d’intelligence e di cooperazione informatica con altri partner, nell’interesse della sicurezza reciproca.
Da decenni lei studia il rapporto fra intelligence e decisione politica. Nel sistema multipolare emergente i servizi sembrano svolgere sempre più spesso funzioni diplomatiche, preventive e persino narrative. Stiamo entrando in un’epoca in cui l’intelligence plasma la politica estera quanto, o persino più, della diplomazia tradizionale? È il trionfo di una logica di «sicurezza nazionale» sulla logica tradizionale della politica estera?
L’intelligence deve informare, non dirigere, l’elaborazione della politica estera. Inevitabilmente, l’intelligence segreta diventa un contributo molto importante alla politica estera quando si ha a che fare con società chiuse e governi che perseguono clandestinamente obiettivi illegittimi, come ha fatto l’Iran con i suoi programmi di arricchimento nucleare e con il sostegno a Hezbollah e agli Houthi. Gli alti funzionari dell’intelligence intrattengono rapporti con omologhi in molte parti del mondo e talvolta tali rapporti possono trasformarsi in canali riservati e non pubblicizzati per sondare possibili cambiamenti vantaggiosi delle politiche estere, che sarebbe più difficile esplorare con i normali strumenti diplomatici sotto il riflettore dei media. Ma non è nulla di nuovo. Ricordiamo il canale riservato con Aleksandr Feklisov, capo della stazione del KGB a Washington, che contribuì a disinnescare la crisi dei missili di Cuba.
Lei ha costantemente sottolineato l’importanza di distinguere ciò che sappiamo da ciò che crediamo soltanto di sapere. Guardando all’attuale sistema internazionale, quale grande rischio le élite politiche occidentali stanno trascurando o interpretando attraverso uno schema concettuale sbagliato? E quali conseguenze strategiche potrebbero derivare da questo errore di lettura?

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È difficile liberarsi dall’abitudine di guardare il mondo attraverso la lente della pace e della guerra, considerando la guerra uno stato eccezionale e la pace la norma. Eppure, in una regione dopo l’altra del pianeta, assistiamo a guerre permanenti che solitamente chiamiamo conflitti, ma che, con gli armamenti moderni, possiedono tutta l’intensità mortale della guerra. Alcune oppongono uno Stato a un altro, come Russia e Ucraina; altre coinvolgono gruppi per procura, come nel caso dell’impiego di Hezbollah da parte dell’Iran. La sicurezza dell’alleanza difensiva NATO si fonda sul principio dell’articolo 5 del Trattato: un attacco contro uno è un attacco contro tutti. La strategia della NATO consiste nel dissuadere qualsiasi attacco armato contro il proprio territorio, e dobbiamo riconoscere ai nostri predecessori il merito di essere riusciti a scoraggiare un conflitto durante la Guerra fredda. Ma proprio quel successo rischia di nascondere il conflitto tuttora in corso fra Russia e nazioni della NATO, combattuto al di sotto della soglia dell’articolo 5. Dobbiamo riconoscere che le agenzie russe stanno oggi conducendo contro di noi «misure attive», compresi sabotaggi. Dobbiamo prendere atto della realtà di questa guerra nella «zona grigia» condotta contro i membri europei della NATO.
È da poco disponibile una nuova stagione di Slow Horses. Che cosa pensa della serie e dei romanzi di Mick Herron?
Adoro la serie televisiva Slow Horses e la recitazione di Gary Oldman; far cantare a Mick Jagger il brano della sigla è stato un colpo da maestro. Ma ho l’impressione che, come hanno osservato alcuni critici televisivi, arrivati alla quinta stagione diventi più difficile mantenere quella sorprendente originalità che caratterizzava le prime. Tutte le agenzie d’intelligence segreta devono gestire dipendenti che commettono errori gravi o sviluppano problemi personali legati all’alcol, alla droga o al gioco d’azzardo; e inevitabilmente temono le conseguenze di ex dipendenti licenziati che facciano scalpore sui media. Il genio di Mick Herron sta nell’idea di Slough House come una sorta di purgatorio per simili casi, mantenendo viva la tenue speranza che possano ancora purificare le proprie anime e, per dirla con Mick Jagger, «tornare a ballare con i pezzi grossi».
Più in generale, fra gli scrittori che hanno plasmato l’immaginario popolare dello spionaggio, quale autore ammira maggiormente e chi, secondo lei, ha compreso con maggiore precisione il mondo dell’intelligence?
Ho i miei preferiti in ciascuna tradizione letteraria del romanzo di spionaggio: le storie d’avventura, «una licenza di procurare emozioni», da Buchan a Fleming; il romanzo letterario incentrato sul carattere e sulla coscienza, da Conrad a Le Carré; il thriller politico, nel quale Eric Ambler eccelle; il romanzo di suspense e mistero che crea un universo parallelo di istituzioni segrete, come fa Mick Herron con il Park e Slough House. I migliori fondono elementi di tutte queste tradizioni. Naturalmente non dobbiamo cercare il realismo in questo genere: nei Servizi segreti britannici non esiste alcuna licenza 00 di uccidere. Parliamo di narrativa, in cui l’autore inventa per intrattenere. Ma alcuni ex addetti ai lavori, come Somerset Maugham e John Buchan, sulla scorta delle esperienze della Prima guerra mondiale, e Graham Greene, grazie al servizio prestato nell’MI6 durante la Seconda guerra mondiale, offrono ai lettori una comprensione più profonda di ciò che comporta lo spionaggio.
E lei è tentato di entrare nelle file dei romanzieri di spionaggio?
Non sono soltanto tentato: ho già ceduto! Ho scritto una trilogia di romanzi di spionaggio, il primo dei quali, QUANTUM ENIGMA, sarà pubblicato l’anno prossimo da DK Canelo. È ambientato in un futuro molto prossimo, quando l’intelligenza artificiale oggi più avanzata sarà stata introdotta nelle infrastrutture nazionali di tutto il mondo. Quando la National Security Agency americana sospetta che una talpa stia passando ai cinesi i segreti del Pentagono, faccio sì che chieda l’aiuto del GCHQ per sviluppare e perfezionare un modello unico di intelligenza artificiale agentica, capace di identificare e contrastare le attività della talpa prima che il governo cinese possa sfruttare le informazioni ricevute. Ma lo sviluppo di questo nuovo modello comporta rischi per il personale del GCHQ e le loro famiglie: i miei personaggi si tormentano chiedendosi se il prezzo potenziale per sé e per i propri cari sia eticamente accettabile. Inoltre non vi è alcuna garanzia che il loro lavoro d’avanguardia riesca a individuare la talpa: la sicurezza nazionale americana viene dunque affidata a quello che i giocatori di football americano chiamano un tentativo «Hail Mary», un’azione estrema affidata alla speranza. La mia storia si muove fra i corridoi del potere di Whitehall, dove lavoravo, e il quartier generale del GCHQ a Cheltenham, dalla forma di una ciambella, un progetto che avviai quando ne ero Direttore negli anni Novanta.
