LA REPUBBLICA DI CINA – TAIWAN: “L’ISOLA CHE NON C’È”

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24 Agosto 2026

La nuova strategia della Cina per annettere Taiwan: paralisi funzionale senza invasione militare

L’analisi di Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo

La Repubblica di Cina – Taiwan – è uno Stato a riconoscimento limitato dell’Asia orientale, con società democratica pienamente organizzata dotata di un’economia solida e tecnologicamente sofisticata, tale da catalogarlo tra le realtà commerciali di primaria importanza nella regione dell’Indo-Pacifico. Tuttavia, il suo status internazionale rimane oggetto di una controversia che coinvolge direttamente la Repubblica Popolare Cinese, gli Stati Uniti, le principali potenze asiatiche ed europee e, in misura crescente, l’intero sistema economico globale. La rilevanza di Taiwan deriva precisamente dall’intersezione fra questi piani e dalla sua capacità di influire, pur disponendo di un territorio e di una popolazione relativamente limitati, su equilibri di sicurezza, catene globali del valore, tecnologia avanzata, libertà di navigazione e stabilità dell’Asia orientale.

Taiwan Area, political map with capital Taipei. Free Area of the Republic of China (ROC). Provinces and islands groups of Taiwan, located between the East and the South China Sea

 

Caratteristiche istituzionali della Repubblica di Cina e cenni storici

Nel linguaggio ufficiale di Taipei, la denominazione costituzionale dello Stato è Repubblica di Cina, Republic of China (ROC) mentre “Taiwan” è la denominazione comunemente utilizzata per indicare l’isola (con una superficie di 36.197 km² e una popolazione di circa 24 milioni di abitanti). Nella prassi internazionale contemporanea, il sistema politico è l’insieme delle istituzioni che esercitano effettivamente il governo sul territorio. La costituzione della Repubblica di Cina definisce lo Stato come una Repubblica democratica, stabilisce che la sovranità appartiene all’insieme dei cittadini e dispone che le persone in possesso della nazionalità della Repubblica di Cina siano cittadini della stessa. La realtà costituzionale odierna è tuttavia il risultato di una lunga trasformazione storica: la Repubblica di Cina fu fondata nel 1912, in quel periodo storico, Taiwan era sotto il dominio coloniale giapponese in seguito al Trattato di Shimonoseki del 1895, con cui la dinastia Qing cedette Taiwan al Giappone. Dopo la resa del Giappone alla fine della Seconda guerra mondiale, il Giappone cedette Taiwan e Penghu alla Repubblica di Cina. Al termine della guerra civile cinese (durata a fasi alterne dal 1927 al 1949), il governo della Repubblica di Cina si trasferì a Taiwan nel 1949, mentre nella Cina continentale venne costituita la Repubblica Popolare Cinese. Da allora i due sistemi politici hanno seguito traiettorie divergenti. Taiwan ha progressivamente sviluppato un ordinamento democratico pluralista, caratterizzato da elezioni competitive e libere, secondo la comunità internazionale svoltesi sempre legittimamente e senza alterazione dei risultati tramite brogli. Un fattore che nei decenni ha garantito alle istituzioni locali alternanza politica, miglioramento delle libertà civili e istituzioni rappresentative della volontà popolare.

La democratizzazione, completata dopo la fine della legge marziale nel 1987 e consolidata attraverso successive riforme costituzionali, costituisce oggi uno degli elementi centrali dell’identità politica dell’isola. Il sistema istituzionale conserva la particolare architettura prevista dalla Costituzione della Repubblica di Cina, articolata attorno a cinque Yuan (poteri): Esecutivo, Legislativo, Giudiziario, di Esame e di Controllo. Inoltre, combina presidenza direttamente eletta, governo responsabile dell’azione esecutiva e un Parlamento unicamerale, lo Yuan Legislativo. Gli articoli aggiuntivi della Costituzione approvati nel corso dei decenni hanno progressivamente adattato il testo costituzionale alla realtà politica della “free area” della Repubblica di Cina (il termine legale e politico usato dal governo di Taiwan per indicare i territori sotto il suo effettivo controllo, ossia: Taiwan, Penghu, Kinmen, Matsu ed altre isole minori in contrapposizione alla “Mainland Area” che intende la Cina continentale), prevedendo fra l’altro l’elezione diretta del presidente e del vicepresidente da parte della popolazione dell’intera “free area”.

Caratteristiche territoriali e geografiche integrate nella dinamica di sicurezza strategica dell’Indo-Pacifico

Dal punto di vista territoriale, Taiwan è un’isola montuosa situata nella parte occidentale del Pacifico, separata dalla costa sud-orientale della Cina continentale dallo Stretto di Taiwan e collocata strategicamente fra il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale. Dal punto di vista storico, sebbene la seguente cronologia si concentri sulla storia documentata di Taiwan, che risale a circa 400 anni fa, questo territorio è stato abitato dai popoli austronesiani per millenni. Nel XVI Secolo i mercanti, i navigatori europei, i pescatori e pirati cinesi che vi fecero scalo, hanno registrato sulle mappe il nome dell’isola come “Isola Formosa”. Il suo valore strategico è amplificato dalla prossimità al Giappone, alle Filippine e alle principali rotte marittime dell’Asia-Pacifico. La geografia costituisce un asset strategico fondamentale per Taiwan, rendendola contemporaneamente barriera naturale, punto d’osservazione, centro logistico potenziale ed elemento della catena insulare che struttura la proiezione marittima delle potenze dell’Indo-Pacifico. La questione securitaria relativa alla sovranità e al controllo dello Stretto di Taiwan non riguarda perciò esclusivamente i rapporti fra Repubblica Popolare cinese e Repubblica di Cina. Qualunque alterazione dello status quo attraverso coercizione militare, blocco marittimo, interdizione marittima o altre forme di pressione e minacce convenzionali o ibride potrebbe produrre conseguenze immediate sulle economie dell’Asia orientale e le linee di comunicazione marittima e aerea internazionali, oltre a coinvolgere direttamente e danneggiare gli interessi strategici globali. degli Stati Uniti, del Giappone e di altri partner regionali ed europei.

Il problema centrale è la divergenza fra la realtà politica quanto istituzionale di Taiwan e la posizione della Repubblica Popolare Cinese, che considera l’isola parte del proprio territorio e sostiene il principio secondo cui l’esistenza di “una sola Cina” secondo cui «esiste una sola Cina al mondo, Taiwan è parte inalienabile del territorio cinese e il governo della [Repubblica Popolare Cinese] è l’unico governo legittimo che rappresenta l’intera Cina».

PCC Congress

 

Taiwan, invece, governa autonomamente il territorio e difende il proprio sistema democratico con una indomita volontà e capacità di autodeterminarsi. Il punto di maggiore delicatezza consiste pertanto nella gestione dello status quo: una situazione nella quale Taiwan esercita di fatto un’autonoma capacità di governo e mantiene relazioni economiche, culturali, scientifiche e commerciali estese con il resto del mondo, pur disponendo di relazioni diplomatiche formali con un numero limitato di Stati (attualmente, appena 12).

La vasta rete di rapporti diplomatici e geopolitici globali di Taiwan

Nel luglio 2026, per esempio, la chiusura dell’ufficio taiwanese in Papua Nuova Guinea è stata interpretata da Washington, Taipei e l’intero blocco euro-atlantico come l’effetto preoccupante dell’ulteriore manifestazione della pressione diplomatica esercitata da Pechino verso altri attori globali, in materia di relazioni politiche e diplomatiche intrattenute con la Repubblica di Cina. La Cina considera Taiwan, governata democraticamente, parte integrante del proprio territorio e ritiene che Taipei non abbia il diritto di intrattenere relazioni tra Stati, una posizione che il governo di Taiwan non accetta. Nel corso degli anni, attraverso pressioni nei confronti di Stati che intrattengono relazioni diplomatiche formali con Taiwan, la Cina ha progressivamente ridotto il numero di Paesi che riconoscono il diritto all’autodeterminazione di Taiwan. Secondo Reuters, sono rimasti soltanto 12 Stati a intrattenere relazioni diplomatiche formali con la Taipei. È quindi essenziale distinguere fra riconoscimento diplomatico formale e relazioni internazionali sostanziali: l’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali non equivale all’assenza di rapporti economici, tecnologici, culturali, scientifici, parlamentari e soprattutto nel settore della difesa. Taiwan dispone infatti di una vasta rete di rappresentanze e di rapporti non ufficiali con numerosi Paesi. L’economia taiwanese è fortemente integrata nei mercati mondiali e presenta una marcata specializzazione industriale nei settori dell’elettronica, dell’informatica, delle telecomunicazioni, dei componenti avanzati e soprattutto dei semiconduttori. Il ruolo di Taiwan nella produzione di chip avanzati e semiconduttori ha assunto un’importanza sistemica con l’espansione dell’intelligenza artificiale, del cloud computing, dei data center, dell’automotive avanzata, dell’elettronica di consumo e delle applicazioni militari e dual use. La dipendenza globale da determinate capacità produttive localizzate nell’isola ha trasformato i semiconduttori da questione prevalentemente industriale in una componente della sicurezza economica internazionale.

I dati ufficiali taiwanesi mostrano quanto rapidamente l’economia abbia accelerato: secondo il Directorate-General of Budget, Accounting and Statistics, nel primo trimestre del 2026 il PIL reale è cresciuto del 14,55% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, mentre la stima per l’intero 2026 è stata portata al 9,64%. Nello stesso trimestre le esportazioni reali di beni e servizi sono aumentate del 35,76%, sostenute soprattutto dalla domanda connessa all’intelligenza artificiale e alle infrastrutture correlate. Il settore manifatturiero è cresciuto del 26,18%, con un contributo particolarmente rilevante di semiconduttori, computer, elettronica e prodotti ottici. Questi dati non devono essere letti soltanto come indicatori di performance economica, ma come misura della crescente centralità di Taiwan nell’ecosistema tecnologico globale.

La concentrazione geografica di capacità produttive difficilmente sostituibili nel breve periodo genera infatti una particolare forma di interdipendenza: da una parte rende Taiwan indispensabile per numerose filiere industriali mondiali, tuttavia espone l’isola alle conseguenze di una possibile crisi regionale con ripercussioni sull’economia globale. Da qui deriva il concetto di “Silicon Shield”, spesso utilizzato nel dibattito strategico per descrivere la funzione protettiva attribuita alla centralità tecnologica di Taiwan, pur con la necessaria cautela analitica: la rilevanza economica può aumentare i costi di una destabilizzazione, ma non costituisce di per sé una garanzia sufficiente contro la coercizione militare di Pechino.

In un momento in cui il “nazionalismo dei chip” è più forte che mai, la catena di approvvigionamento dei semiconduttori rappresenta la linfa vitale della competizione tra Stati Uniti e Cina. Non si tratta solo di una corsa tecnologica, ma di una battaglia per il dominio strategico. Al centro di questa competizione c’è Taiwan, che svolge un ruolo cruciale nella produzione dei chip più avanzati al mondo. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) è un attore chiave: i suoi chip alimentano qualsiasi nuova tecnologia connessa a Internet, dagli smartphone ai server di intelligenza artificiale (IA) fino ai sistemi militari.

La posizione di leadership di Taiwan nel settore dei semiconduttori, spesso definita “Scudo di silicio”, la protegge davvero o aumenta i rischi che Taiwan deve affrontare? Si tratta di un dibattito complesso, che coinvolge diverse visioni e interessi strategici e che ha implicazioni significative per la sicurezza globale.

Il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump sta creando incrinature preoccupanti allo scudo dei super-chip, Taiwan teme che la nuova politica estera e la postura militare degli Stati Uniti, da un lato evidenziano una forma coercitiva di trasferimento dell’alta tecnologia taiwanese verso gli Usa; dall’altro, l’abbandono dell’”ambiguità strategica” che ha caratterizzato la deterrenza di Washington contro potenziali raid militari di Pechino.

Indice demografico e politiche di cittadinanza

Taiwan è anche una società di dimensioni demografiche considerevoli rispetto alle dimensioni dell’isola. Le proiezioni ufficiali del National Development Council indicano una popolazione complessiva dell’ordine di 23,3 milioni di abitanti, evidenziando un forte processo di invecchiamento. Ancora: la banca dati evidenzia una quota della popolazione con almeno 65 anni superiore al 20%, elemento che impone significative conseguenze sul mercato del lavoro, sul sistema previdenziale, sull’assistenza sanitaria e sulla sostenibilità del modello di sviluppo. La struttura demografica costituisce pertanto una delle vulnerabilità strategiche di medio-lungo periodo: Taiwan dispone di elevato capitale umano e di una società altamente urbanizzata e istruita, ma deve contemporaneamente affrontare il declino demografico, l’invecchiamento e la necessità di attrarre talenti stranieri. Le autorità hanno sviluppato specifiche politiche per l’immigrazione qualificata e per l’attrazione di professionisti internazionali, la legislazione prevede, in determinate condizioni, percorsi di residenza permanente per cittadini stranieri che abbiano risieduto legalmente nel Paese per cinque anni consecutivi con almeno 183 giorni di permanenza annua, oltre a specifici percorsi per professionisti e specialisti stranieri.

La cittadinanza taiwanese richiede una precisazione concettuale particolarmente importante. Il termine “cittadinanza taiwanese” è di uso corrente, ma dal punto di vista giuridico la categoria fondamentale è quella della nazionalità della Repubblica di Cina. La Costituzione stabilisce espressamente che chi possiede la nazionalità della Repubblica di Cina è cittadino della Repubblica di Cina, la disciplina concreta della nazionalità è affidata al Nationality Act, aggiornato nel maggio 2024. La distinzione fra nazionalità, cittadinanza e household registration è particolarmente significativa. L’ordinamento contempla infatti cittadini della Repubblica di Cina privi di household registration a Taiwan (National Without Household Registration, o NWOHR) la cui posizione giuridica non coincide integralmente con quella dei cittadini dotati di registrazione anagrafica nell’area di Taiwan. La registrazione della popolazione svolge dunque un ruolo centrale nella definizione dei diritti amministrativi e nell’accesso a determinati servizi e documenti. Le norme della household registration disciplinano nascita, filiazione, matrimonio, divorzio, trasferimenti, decesso e altri elementi dello status personale. Anche il rapporto fra cittadinanza taiwanese e doppia cittadinanza presenta caratteristiche peculiari: l’ordinamento consente in diverse circostanze il mantenimento o l’acquisizione di una cittadinanza straniera, ma le conseguenze giuridiche dipendono dal percorso attraverso il quale la nazionalità viene acquisita e dalla condizione di household registration. La cittadinanza della Repubblica di Cina, la registrazione della residenza e lo status migratorio costituiscono livelli distinti che devono essere valutati separatamente.

Caratteristiche della società e integrazione tra etnie e culture differenti

Ambassador Ho with Pope Leo XIV – photo AsiaNews

Sul piano sociale, Taiwan combina elementi della tradizione cinese con una forte identità civica e democratica sviluppatasi nel corso della seconda metà del Novecento e consolidatasi nel XXI secolo. La popolazione comprende comunità Hoklo, Hakka, popolazioni indigene austronesiane e discendenti delle diverse ondate migratorie dalla Cina continentale. Le popolazioni indigene sono formalmente riconosciute e rappresentano un elemento essenziale della storia e dell’identità dell’isola. La lingua mandarina costituisce la principale lingua ufficiale dell’amministrazione, mentre il taiwanese Hokkien, l’Hakka e le lingue indigene continuano a essere utilizzati nella società e sono oggetto di politiche di tutela e valorizzazione. Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato americano, sul piano religioso e culturale nell’isola convivono buddhismo, taoismo, religioni popolari cinesi, cristianesimo e forme di secolarizzazione, in un contesto caratterizzato da elevata libertà religiosa.

Un forte segnale di riconoscimento della Repubblica di Cina (Taiwan) è arrivato dal Vaticano lo scorso 23 luglio, quando il nuovo ambasciatore presso la Santa Sede, Anthony C. Y. Ho, da cattolico è stato ricevuto dal Santo Padre per presentare personalmente le proprie credenziali a Sua Santità Leone XIV.

Le identità individuali e collettive taiwanesi sono state profondamente influenzate dalla democratizzazione, dalla generazione successiva al periodo d’applicazione della legge marziale (White Terror Period), della separazione politica dalla Cina continentale e dalla crescente centralità di un’identità civica specificamente taiwanese. Questo processo identitario ha importanti implicazioni strategiche perché incide direttamente sulla percezione della minaccia, sulla disponibilità della popolazione a sostenere politiche di difesa e resilienza e sul dibattito interno relativo ai rapporti con Pechino.

Le sfide all’indipendenza

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La sicurezza e la difesa dell’indipendenza di Taiwan comprendono una componente militare tradizionale ma non può essere esaurita in essa. La resilienza nazionale include la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza energetica, la diversificazione delle catene di approvvigionamento, la cybersecurity, la capacità di contrastare campagne di disinformazione, la continuità istituzionale in caso di crisi, la protezione delle reti finanziarie e la capacità della popolazione civile di affrontare interruzioni prolungate di servizi primari. La dimensione cibernetica assume particolare rilievo perché Taiwan è contemporaneamente una delle società più digitalizzate dell’Asia e uno dei principali obiettivi di operazioni di influenza e cyberattacchi attribuiti a soggetti collegati alla Repubblica Popolare Cinese. La difesa dell’isola deve pertanto essere considerata come un sistema integrato nel quale capacità militari, resilienza civile, tecnologia, intelligence, diplomazia e coesione sociale concorrono alla deterrenza.

Sul piano militare, Taiwan ha progressivamente orientato la propria pianificazione verso la capacità di rendere estremamente costoso qualsiasi tentativo di coercizione o aggressione, sviluppando e integrando sistemi occidentali missilistici, difesa aerea, capacità navali e aeree, sistemi senza pilota, guerra elettronica, cyber e forme di mobilitazione della società civile. La geografia rende però il problema estremamente complesso: uno scenario di conflitto non assumerebbe necessariamente la forma di una semplice invasione anfibia, ma potrebbe includere diverse tipologie di azioni coercitive ibride, blocco o quarantena marittima, attacchi selettivi contro infrastrutture, guerra economica, operazioni cibernetiche. Per questo motivo, nel dibattito strategico internazionale Taiwan è divenuta un laboratorio nel quale si intrecciano deterrenza convenzionale, guerra e minacce ibride, sicurezza economica e competizione tecnologica. Il rapporto con gli Stati Uniti rappresenta uno dei principali pilastri esterni della sicurezza taiwanese, sebbene l’Amministrazione Trump47 abbia cambiato policy e non intrattenga più relazioni diplomatiche formali con Taipei. Il quadro è quello di una relazione caratterizzata da profondi legami economici e tecnologici, sostegno alla capacità di autodifesa taiwanese e una deliberata ambiguità strategica riguardo alle modalità di una possibile risposta americana a un attacco contro l’isola.

Parallelamente, il Giappone considera la stabilità dello Stretto di Taiwan rilevante per la propria sicurezza, mentre le Filippine sono geograficamente coinvolte in eventuali scenari di crisi a causa della vicinanza delle proprie isole settentrionali a Taiwan. La questione taiwanese è dunque divenuta parte integrante dell’architettura di sicurezza dell’Indo-Pacifico. Anche l’Europa, pur essendo geograficamente distante, possiede interessi diretti. L’Unione Europea e i suoi Stati membri hanno un interesse economico nella continuità delle catene tecnologiche e commerciali asiatiche e un interesse strategico più ampio nel mantenimento della libertà di navigazione, della stabilità regionale e del rispetto delle norme internazionali.

La nuova strategia DELLA CINA per annettere Taiwan: paralisi funzionale senza invasione MILITARE

La strategia cinese per provocare il default di Taiwan attraverso la quarantena marittima, aerea ed energetica.

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L’architettura geopolitica dello Stretto di Taiwan si è trasformata da teatro di potenziale conflitto a teatro di crisi attiva e gestita. Comprendere questo cambiamento richiede di andare oltre i titoli di giornale che parlano di “invasione” e di addentrarsi nella realtà concreta della paralisi funzionale. Gli eventi dell’ultimo anno, in particolare le massicce escalation militari di fine 2025 e la successiva normalizzazione della pressione ad alta intensità, hanno rivelato che la Repubblica Popolare Cinese (RPC) sta attuando una strategia sofisticata, concepita per vincere senza un tradizionale attacco “Giorno Zero”.

La strategia della paralisi contro il mito dell’invasione

La svolta dottrinale della Repubblica Popolare Cinese: la nuova strategia della paralisi di Taiwan. Mentre la deterrenza occidentale è stata storicamente “incentrata sull’invasione”, concentrandosi sull’impedire uno sbarco anfibio attraverso lo Stretto di Formosa, Pechino ha modificato le modalità di “assedio” su uno strangolamento graduale. Utilizzando una “quarantena funzionale“, l’Esercito Popolare di Liberazione e la Guardia Costiera cinese (CCG) mirano a sopprimere il potere decisionale di Taiwan e a frammentare le alleanze internazionali attraverso l’isolamento ibrido delle soglie di sovranità.

Le esercitazioni Justice Mission 2025, che si sono svolte nel dicembre 2025, sono state una lezione magistrale tecnica in questo approccio. Queste esercitazioni non hanno solo simulato una guerra; hanno sperimentato le condizioni per l’isolamento funzionale di Taiwan. L’Esercito Popolare di Liberazione ha dimostrato di poter normalizzare le zone ristrette e i protocolli di “ispezione di sicurezza” che innescano un’immediata volatilità nei mercati globali del trasporto marittimo e assicurativo.

L’ibrido cinetico-legale: la zona contigua di 24 miglia nautiche

Un concetto fondamentale che ora domina la sicurezza del teatro operativo è l’erosione delle soglie di sovranità. Il 30 dicembre 2025, l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) ha lanciato 27 razzi dal Fujian, di cui 10 sono atterrati direttamente all’interno della zona contigua di Taiwan di 24 miglia nautiche. 

Non si è trattato di un atto di aggressione casuale, bensì di una mossa calcolata per ridefinire la giurisdizione marittima. Integrando le navi della Guardia Costiera cinese (CCG) e dell’Amministrazione per la Sicurezza Marittima (MSA) in queste operazioni, Pechino inquadra l’invasione cinetica come “applicazione della legge interna”. Ciò crea un “vuoto decisionale” per gli Stati Uniti e i loro alleati: intervenire contro un'”azione di polizia” rischia di farli apparire come aggressori, mentre non fare nulla permette alla Repubblica Popolare Cinese di cancellare di fatto lo status internazionale dello Stretto.

Fragilità energetica: riserve GNL di 11 giorni

Una delle vulnerabilità più significative individuata è l’insicurezza energetica di Taiwan. L’isola attualmente dipende dal gas naturale liquefatto (GNL) per circa il 42-47% della sua produzione di elettricità, che a differenza del carbone o del combustibile nucleare, è difficile da stoccare.

Si stima che le attuali riserve di GNL di Taiwan possano durare solo 11 giorni in condizioni di normale utilizzo invernale e, potenzialmente, solo 7 giorni durante il picco della domanda estiva. Pechino è consapevole di questo “orologio energetico“. Mettendo a rischio gli accessi ai porti di Kaohsiung e Taichung con il lancio di razzi PHL-16, può innescare un collasso sociale e industriale senza mai far sbarcare un singolo soldato sull’isola.

Lo “scudo di silicio” e l’apocalisse economica

Flag of USA and China on a processor, CPU or GPU microchip on a motherboard. US companies have become the latest collateral damage in US – China tech war.

 

L’interesse della comunità globale in questo conflitto è radicato nel monopolio dei semiconduttori. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) detiene attualmente circa il 70% della quota di mercato globale delle fonderie e produce oltre il 90% dei chip più avanzati al mondo.

Il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha avvertito che qualsiasi interruzione di questa produzione costituirebbe un'”apocalisse economica”, paralizzando tutto, dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale all’industria automobilistica e della difesa. Tuttavia, questa interdipendenza lega anche la Cina, che si affida ai chip taiwanesi per la propria produzione. La strategia della paralisi mira a esercitare una pressione coercitiva sufficiente a costringere Taipei alla capitolazione, ma non così forte da innescare una depressione globale.

Dominanza cognitiva: la narrazione dell’inevitabilità

Nel dominio digitale, la Repubblica Popolare Cinese sta conducendo una intensa guerra cognitiva. Attraverso la dottrina delle Tre Guerre, Pechino ha diffuso oltre 2,3 milioni di messaggi e deepfake video di disinformazione rivolti alla popolazione taiwanese. L’obiettivo è quello di creare una “Dottrina dell’inevitabilità”, convincendo il mondo che la riunificazione sia un destino storico e ineluttabile. Questa dottrina è sempre più supportata da deepfake generati dall’intelligenza artificiale e da narrazioni coordinate di “scetticismo statunitense” volte a suggerire che Washington alla fine abbandonerà Taipei.

Risposta politica: dall’ambiguità strategica all’allineamento preventivo

Infine, l’evoluzione della politica degli Stati Uniti e dei loro alleati si sta muovendo verso un allineamento preventivo. Il National Defense Authorization Act 2026 (NDAA 2026), firmato e convertito in legge alla fine del 2025, ha autorizzato 1 miliardo di dollari per la Taiwan Security Cooperation Initiative e ha incaricato il Dipartimento della Difesa di valutare e rafforzare le infrastrutture digitali critiche di Taiwan. Inoltre, la strategia di difesa di Taiwan si sta orientando verso il modello “Porcospino“, concentrandosi su sistemi asimmetrici mobili, numerosi e letali come mine navali e missili antinave

La violazione delle 24 miglia nautiche ridefinisce le soglie di sovranità

Il lancio di 10 razzi all’interno della Zona Contigua di 24 miglia nautiche a Sud-Ovest di Taiwan rappresenta un momento cruciale per il diritto marittimo internazionale e la stabilità regionale. Ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), la Zona Contigua è l’area in cui uno Stato costiero può esercitare il controllo necessario per prevenire e punire le violazioni delle proprie leggi doganali, fiscali, sull’immigrazione o sanitarie. Posizionando sistemi d’arma all’interno di questa zona, in particolare vicino alle vie di accesso al porto di Kaohsiung, la Repubblica Popolare Cinese ha reso noto che il controllo amministrativo di Taiwan è inesistente. Il Ministero della Difesa Nazionale di Taiwan ha riferito che questi impatti si sono verificati a una distanza di circa 22,4 miglia nautiche dalla costa. Questa vicinanza fa scattare immediatamente le clausole di “Forza Maggiore” nei contratti di navigazione internazionali. Secondo il Baltic and International Maritime Council (BIMCO), qualsiasi attività cinetica all’interno della zona contigua di uno Stato consente la rivalutazione immediata dei premi per il “Rischio di Guerra“. Questo è il meccanismo di “paralisi“: Pechino non ha bisogno di colpire una nave; le basta dimostrare di essere in grado di colpire vicino alle rotte delle navi per innescare un blocco commerciale, esattamente quello che sta facendo l’Iran nello Stretto di Hormuz.

Interdizione ibrida incentrata sull’artiglieria: la nuova logica del blocco

L’operazione del dicembre 2025 dimostra che l’Esercito Popolare di Liberazione ha raggiunto l’obiettivo dell'”interdizione incentrata sull’artiglieria”. Tradizionalmente, un blocco navale richiede una “presenza navale ravvicinata” (navi che bloccano fisicamente i porti) o un “blocco a distanza” (intercettazione di navi in ​​punti strategici come il Canale di Bashi). L’ architettura di Pechino attraverso la minaccia sistemi di lancio multiplo di razzo (MLRS) PHL-16 consente un “blocco virtuale”. Il PHL-16 può lanciare una varietà di munizioni, tra cui razzi da 300 mm con una gittata fino a 130 km e razzi da 370 mm con una gittata fino a 300 km, oltre che razzi più avanzati e di calibro maggiore come il missile balistico tattico Fire Dragon480 da 750 mm, che ha una gittata fino a 500 km, secondo quanto riportato dall’Esercito Popolare di Liberazione. A seconda della situazione, il sistema può essere configurato per trasportare otto razzi guidati da 370 mm o due missili balistici tattici Fire Dragon 480 da 750 mm. Ad utilizzare il PHL-16 sono il 71, 72 e 73esimo Gruppo del PLA, le tre unità di terra sotto l’Eastern Theatre Command responsabili della difesa dello Stretto di Taiwan.

La guerra psicologica: la chiusura dello spazio aereo

Contemporaneamente ai lanci dei razzi all’interno della Zona Contigua di 24 miglia nautiche, l’Amministrazione dell’Aviazione Civile della Cina (CAAC) emanò il NOTAM A3912/25: Spazio aereo temporaneamente chiuso – Amministrazione dell’Aviazione Civile della Cina – Dicembre 2025 relativo alle aerovie nello spazio aereo controllato da Taiwan, citando “esercitazioni militari non specificate”. Ciò ha causato la cancellazione e il dirottamento di 892 voli nell’arco di 24 ore. Non si è trattato di un semplice effetto logistico collaterale, bensì di un’operazione psicologica calibrata nei minimi dettagli. Interrompendo il flusso di persone e merci di alto valore (come i componenti semiconduttori), Pechino ha sperimentato come provocare l’isolamento di Taipei. Secondo l’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA), lo Stretto di Taiwan è uno degli spazi aerei più congestionati al mondo e che anche un’interruzione di sole 48 ore provoca un ritardo a cascata nell’intera rete aerea indo-pacifica.

Il “Cordone Grigio”: integrazione tra navi civili e militari il pretesto delle Forze dell’Ordine per la guerra ibrida marittima

L’evoluzione tattica osservata nel dicembre 2025 ha segnalato più di una semplice impennata militare; ha inaugurato la fase del “Cordone Grigio“. Mentre la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN) fornisce la superiorità cinetica, il comando operativo è stato trasferito alla Guardia Costiera cinese (CCG) e all’Amministrazione per la Sicurezza Marittima (MSA). Pechino integra le forze dell’ordine civili in un accerchiamento militare ad alta intensità per creare una “Quarantena Funzionale” legalmente ambigua ma operativamente soffocante.

La militarizzazione giurisdizionale della Guardia Costiera cinese (CCG)

Il 29 dicembre 2025, il dispiegamento di 14 navi ufficiali della CCG e della MSA insieme a 13 navi da guerra della PLAN ha dimostrato un approccio sincronizzato a doppio binario. La CCG, he opera sotto il comando della Polizia Armata del Popolo (PAP) e in ultima analisi della Commissione Militare Centrale (CMC), funge da strumento principale per la “Guerra Legale” (San-Zhan). Utilizzando le navi della Guardia Costiera cinese per intercettare il traffico commerciale, la Repubblica Popolare Cinese trasforma un atto di aggressione internazionale in un’“ispezione di sicurezza” interna. Questa trasformazione si fonda sulla Legge sulla Guardia Costiera del 2021, che autorizza l’uso della forza nelle acque rivendicate dalla Cina per prevenire “violazioni della sovranità nazionale”. Nello Stretto di Taiwan, questa legge viene applicata per giustificare gli “abbordaggi amministrativi” di navi sospettate di trasportare “contrabbando”, un termine che il Cremlino e Pechino usano sempre più spesso per descrivere gli aiuti militari difensivi a Taiwan.

Quarantena funzionale: il “blocco navale non dichiarato”

China CGC Class Zhaotou 12TLS

 

L’obiettivo primario dell’integrazione della Guardia Costiera cinese (CCG) è quello di attuare una “quarantena” piuttosto che un “blocco”. Secondo il diritto internazionale, un “blocco” è un atto di guerra che richiede una dichiarazione formale e deve essere applicato imparzialmente a tutte le nazioni. Una “quarantena”, invece, come utilizzata dalla Repubblica Popolare Cinese, opera come un’azione di “controllo doganale interno”.

Durante le esercitazioni di dicembre 2025, le navi della Guardia Costiera cinese, in particolare i pattugliatori di classe Zhaojun da 5.000 tonnellate, si sono posizionate all’ingresso delle rotte di traffico dello Stretto di Taiwan. Le imbarcazioni della CCG trasmettevano “Avvisi ai naviganti” sul canale VHF 16, intimando alle navi commerciali di comunicare la propria destinazione e i manifesti di carico alle “Autorità doganali cinesi”. Azioni coercitive che di fatto impongono la giurisdizione della Repubblica Popolare Cinese, che in caso di rifiuto dei comandanti, la CCG si riserva il diritto di abbordare fisicamente la nave o di dirottarla.

La Pechino ha investito ingenti somme per varare la più grande flotta di guardia costiera del mondo, inclusi i pattugliatori di classe Zhaotou da 12.000 tonnellate, più grandi degli incrociatori lanciamissili di classe Ticonderoga statunitensi. Durante l’escalation del 30 dicembre, una nave di classe Zhaotou (CCG 5901) è stata osservata stazionare esattamente sulla linea mediana dello Stretto di Taiwan. La presenza di scafi così imponenti consente alla Guardia Costiera cinese (CCG) di utilizzare tattiche di “speronamento” o “speronamento” contro le navi della Guardia Costiera taiwanese (CGA) senza ricorrere a un conflitto armato. Questa “non letalità cinetica” è il segno distintivo della strategia della paralisi. Essa costringe Taiwan a scegliere tra permettere alla CCG di operare a piacimento o sparare il primo colpo, una mossa che verrebbe immediatamente interpretata dai media statali e dalle reti di disinformazione cinesi come una “provocazione taiwanese”.

Paralisi cognitiva: le “tre guerre” in azione

Il “cordone grigio” è progettato per raggiungere tre obiettivi psicologici:

  • Delegittimazione: far apparire l’Autorità di vigilanza taiwanese (CGA) impotente a proteggere le proprie acque.
  • Esaurimento: costringere gli equipaggi della Marina Militare taiwanese a cicli di allerta elevata che, nel tempo, compromettono la loro prontezza operativa.
  • Ambiguità: creare sufficienti dubbi nelle menti dei responsabili politici statunitensi  e alleati da indurli a esitare nell’impiegare risorse navali contro le navi “civili” della guardia costiera cinese.

Questi strumenti “non cinetici” sono essenziali per mantenere lo stato di paralisi, poiché producono prove visive eclatanti di “controllo” senza innescare i trattati di difesa formali legati alle soglie di “attacco armato” previste dal US-Taiwan Relations Act.

Impatto economico delle ispezioni della Guardia Costiera cinese sulle catene di approvvigionamento “just-in-time”

Il “cordone grigio” prende di mira specificamente le rotte di esportazione dei semiconduttori di Taiwan. Se la Guardia Costiera cinese (CCG) implementasse l’”ispezione obbligatoria” delle navi portacontainer in partenza da Hsinchu o Taichung, la catena di approvvigionamento globale di chip per l’intelligenza artificiale, smartphone e dispositivi medici si troverebbe immediatamente paralizzata. La CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency) ha evidenziato questo collegamento marittimo-logistico come una vulnerabilità primaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. La sola minaccia di tali ispezioni ha causato, nel dicembre 2025, un calo del 4% dell’indice azionario ponderato per la capitalizzazione di mercato di Taiwan (TAIEX) in una singola seduta di negoziazione. L’integrazione della Guardia Costiera cinese (CCG) e dell’Esercito Popolare di Liberazione (MSA) nelle manovre offensive dell’Esercito Popolare di Liberazione rappresenta chiaramente la “logica di quarantena” della Repubblica Popolare Cinese. Operando al di sotto della soglia di un “attacco armato” ma al di sopra della soglia della “normale navigazione”, Pechino ha creato un meccanismo permanente di strangolamento marittimo. A partire da febbraio 2026, la CCG mantiene una “pattuglia di routine” di 6-8 navi all’interno della Zona Contigua di Taiwan, una presenza che è ormai diventata la “linea di base cinese” nello Stretto.

Deterrenza collettiva delle Alleanze

L’offensiva militare e delle forze dell’ordine del 29-30 dicembre 2025 ha rappresentato un banco di prova per l’architettura di sicurezza tra Stati Uniti, Giappone e Australia. Mentre i singoli attori statali hanno emesso rapide condanne, la realtà operativa dei primi mesi del 2026 ha rivelato un significativo “divario decisionale” tra la velocità tattica della Repubblica Popolare Cinese e la sincronizzazione della risposta della coalizione. Con l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) che ha normalizzato le frequenti violazioni della Zona Contigua di 24 miglia nautiche (24 nm), gli Stati Uniti e i loro partner regionali faticano a conciliare la postura “incentrata sull’invasione” con l’emergente realtà della “quarantena funzionale”.

La nuova policy degli Stati Uniti: persistenza tattica contro ambiguità strategica

Gli Stati Uniti hanno mantenuto il loro impegno nelle operazioni di libertà di navigazione (FONOP), ma la cadenza di queste operazioni nel gennaio 2026 ha evidenziato la difficoltà di contrastare l’approccio incrementale. Il 16 e 17 gennaio 2026, il cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke USS John Finn (DDG 113) e la nave idrografica USNS Mary Sears (T-AGS 65) hanno effettuato il primo transito dello Stretto di Taiwan dell’anno. Sebbene la Settima Flotta statunitense abbia definito il transito di routine, l’inclusione di una nave oceanografica di classe Pathfinder indica una maggiore attenzione alla mappatura dell’ambiente sottomarino per contrastare l’attività dei sottomarini della Marina cinese nelle acque profonde dello Stretto. Tuttavia, il Dipartimento della Guerra è stato costretto a riallineare il proprio bilancio per l’anno fiscale 2026 per dare priorità agli obiettivi “America First“, portando alla riduzione o all’eliminazione di diversi programmi di cooperazione in materia di sicurezza a bassa priorità, concentrandosi al contempo sulla “Dissuasione della Cina” come pilastro fondamentale. Questa tensione di bilancio suggerisce che, sebbene la presenza tattica rimanga, la portata della deterrenza “Oltre l’orizzonte” sta affrontando un evidente e dichiarato cambiamento di postura militare e politica estera dell’Amministrazione Trump, anche nei confronti di Taiwan.

Il “Muro del Giappone”: la prossimità come vincolo

Il Giappone rimane il partner della coalizione più vulnerabile a causa della vicinanza geografica delle sue isole Yaeyama a Taiwan, con l’isola di Yonaguni situata a soli 111 chilometri dalla costa principale di Taiwan. In risposta alle esercitazioni del dicembre 2025, il Giappone ha accelerato la sua strategia di “deterrenza tramite negazione”, ma si trova ad affrontare severi vincoli legali e politici.

Il dispiegamento militare di Tokyo nel sud-ovest è progettato per creare incertezza per Pechino, eppure il principale partner commerciale del Giappone rimane la Cina, creando un “paradosso sicurezza-economia”. Inoltre, gli strateghi dell’Esercito Popolare di Liberazione hanno utilizzato con successo l'”azione congiunta Russia-Cina” per limitare le Forze di autodifesa giapponesi (JSDF). Coordinandosi con le esercitazioni a fuoco vivo della Federazione Russa nei territori settentrionali a partire dal 1° gennaio 2026, la Cina ha di fatto costretto il Giappone a dividere il suo focus difensivo, impedendo il pieno ridispiegamento delle risorse nel teatro meridionale.

La “presenza regionale” dell’Australia e la diplomazia delle medie potenze

L’Australia nel 2026 ha adottato una strategia di “Presenza Plus”, nel tentativo di stabilizzare l’Indo-Pacifico attraverso una combinazione di dispiegamenti navali e profondi trattati di sicurezza con i Paesi vicini del Sud-Est asiatico. Il 3 febbraio 2026, le Forze di Difesa australiane (ADF) hanno avviato il loro programma di presenza regionale per il 2026, con le fregate HMAS Warramunga e HMAS Toowoomba partite per esercitazioni nel Mar Cinese Meridionale e nell’Asia orientale.

Contemporaneamente, il 5 febbraio 2026 il Primo ministro Anthony Albanese ha firmato il Trattato di Sicurezza Comune Australia-Indonesia, un importante passo diplomatico volto a impedire alla Repubblica Popolare Cinese di neutralizzare la posizione neutrale dell’Indonesia durante una visita di emergenza a Taiwan. Il ruolo dell’Australia è sempre più incentrato sul garantire che il quadro AUKUS fornisca una “crescita industriale sovrana” e stabilità della sicurezza marittima, anche mentre gli Stati Uniti affrontano i propri cambiamenti politici interni.

La NATO e il “tessuto connettivo” della sicurezza globale

Sebbene Taiwan si trovi al di fuori dell’ambito geografico dell’Articolo 5la NATO ha iniziato a istituzionalizzare il “tessuto connettivo” tra la sicurezza europea e quella indo-pacifica. La leadership della NATO ha osservato che un conflitto per Taiwan avrebbe un impatto devastante sull’economia globale e potrebbe potenzialmente coinvolgere gli Stati Uniti in un conflitto diretto con una potenza nucleare.

All’inizio del 2026, gli alleati della NATO come il Regno Unito, la Francia e la Germania hanno sincronizzato sempre più le loro dichiarazioni diplomatiche con il SEAE, sottolineando che la stabilità dello Stretto di Formosa è un prerequisito per la sicurezza del commercio globale. Tuttavia, il coinvolgimento operativo delle marine europee rimane limitato a transiti occasionali di “libertà di navigazione”, lasciando l’onere della “risposta cinetica” quasi interamente a Stati Uniti e Giappone.

Il “divario decisionale” è l’arma più efficace della Repubblica Popolare Cinese. Operando nella “zona grigia”, dove le azioni sono troppo aggressive per essere ignorate ma troppo ambigue per innescare una risposta militare immediata, la RPC costringe la coalizione a uno stato di “esaurimento reattivo”. Mentre il presidente Xi Jinping continua a presentare l’unificazione come prerequisito per la “Grande rinascita della nazione cinese”, la coalizione deve decidere se può andare oltre il sostegno retorico per adottare un quadro di risposta automatico e prestabilito. Il mancato superamento di questo divario permetterà alla strategia della paralisi di avere successo non attraverso la battaglia, ma attraverso il peso cumulativo di un’invasione incessante.

La guerra cognitiva e la Dottrina dell’inevitabilità

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Le manovre cinetiche e marittime della fine del 2025 e dell’inizio del 2026 fungono da substrato fisico per una campagna ben più pervasiva: la lotta della Repubblica Popolare Cinese per il dominio cognitivo sulla popolazione taiwanese e sulla comunità internazionale. Questa “Battaglia delle Menti” è orchestrata attraverso la dottrina delle Tre Guerre (San-Zhan), che integra pressione psicologica, manipolazione dei media e inquadramento giuridico per indurre una condizione di “resa preventiva”. A partire dal 9 febbraio 2026, questa campagna è passata dalla propaganda tradizionale a operazioni di influenza ad alta fedeltà, potenziate dall’intelligenza artificiale, progettate per sfruttare le fratture sociali ed erodere la “volontà di resistere”.

La “Dottrina dell’inevitabilità”: forgiare il destino storico

Il fulcro della campagna di disinformazione della Repubblica Popolare Cinese è la “Dottrina dell’inevitabilità”. Dopo le esercitazioni del 29-30 dicembre 2025, il discorso di Capodanno 2026 del Segretario Generale Xi Jinping ha presentato la riunificazione non come un obiettivo politico negoziabile, bensì come un'”inevitabilità storica. Definendo la “Quarantena” come una forza inarrestabile della natura, la Repubblica Popolare Cinese mira a demoralizzare i civili taiwanesi, convincendoli che il sostegno esterno, principalmente dagli Stati Uniti, sia condizionato e, in definitiva, inutile. Questa narrazione è amplificata dalla diffusione da parte del PLA di filmati di combattimento altamente stilizzati. Nel gennaio 2026, la CCTV ha pubblicato video di esercitazioni di “attacco decapitazione” che utilizzavano droni da ricognizione e munizioni di precisione per distruggere obiettivi simulati di alto valore.  Il linguaggio visivo di questi video, filtrato attraverso piattaforme di social media come TikTok e WeChat, è progettato per creare un “livello biologico” di stress, prendendo di mira direttamente l’amigdala per indurre paura e paralisi decisionale.

Deepfake generati dall’intelligenza artificiale e disinformazione sintetica

Il ciclo 2025-2026 ha visto un’impennata nell’uso dell’IA generativa per creare disinformazione iperrealistica. L’Ufficio di sicurezza nazionale di Taiwan (NSB) ha registrato oltre 2,3 milioni di elementi di disinformazione solo nel 2025, una parte significativa dei quali ha utilizzato la tecnologia Deepfake.

Queste risorse sintetiche vengono impiegate in tre vettori specifici:

  • Decapitazione politica: video falsificati di leader taiwanesi che discutono di resa o corruzione interna.
  • Discordia sociale: account “lifestyle” generati dall’IA su Threads e X che guadagnano follower attraverso contenuti innocui prima di virare verso messaggi politici incendiari.
  • Disfattismo militare: “Armate d’acqua su Internet” coordinate che amplificano le immagini delle attrezzature dell’Esercito Popolare di Liberazione per esagerare il “divario di potere” tra le forze contrapposte dello Stretto.

Comportamento inautentico coordinato e basi di “stile di vita”

Un rapporto pubblicato dall’Ufficio di Sicurezza Nazionale di Taiwan nel gennaio 2026 ha identificato il Gruppo Wubianjie e altre società di marketing di terze parti incaricate dall’Esercito Popolare di Liberazione di creare “account dormienti”. Questi account utilizzano anchor generati dall’intelligenza artificiale, spesso donne attraenti o “medici IA”, per costruire fiducia all’interno delle comunità digitali taiwanesi. La strategia è quella dell’influenza “dal centro verso l’esterno”: una volta radicati nel tessuto sociale, questi resoconti possono essere “ribaltati” durante una crisi dinamica per diffondere il panico. Ad esempio, durante le cancellazioni dei voli del dicembre 2025, questi resoconti hanno contemporaneamente promosso la narrazione secondo cui il governo taiwanese aveva “abbandonato” i suoi cittadini all’isolamento militare.

Resilienza cognitiva: la controffensiva di Taiwan

In risposta a questa “soppressione invisibile”, il Ministero della Difesa Nazionale di Taiwan (MND) ha implementato protocolli di “rafforzamento cognitivo”. A partire dal 2025, il programma televisivo militare Juguang Garden ha integrato la formazione all’alfabetizzazione mediatica per tutti i membri delle forze armate. Inoltre, Taiwan ha sfruttato la sua vivace società civile, tra cui il Taiwan FactCheck Centerl’IORG e i Taiwan AI Labs, per smascherare le narrazioni della RPC in tempo quasi reale. Questo modello di resilienza “dell’intera nazione” è progettato per trasformare la popolazione da un bersaglio passivo in una rete di sensori attiva contro le operazioni di influenza straniera.

La simulazione del “deepfake di resa” del presidente di Taiwan Lai

Nel gennaio 2026, l’NSB ha messo in guardia contro uno scenario potenzialmente catastrofico: un deepfake ad alta fedeltà del presidente taiwanese Lai che annuncia un “accordo di pace” negoziato durante un’interruzione di internet causata dal taglio del cavo da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione. Se la Cina riesce a clonare le voci e gli accenti dei leader taiwanesi utilizzando i dati raccolti da aziende come iFlytek, il “divario di autenticità” diventa quasi impossibile da colmare nel vivo di un conflitto cinetico.

La narrativa dello “scetticismo verso gli Stati Uniti”: la frattura dell’Alleanza

Un tema primario delle operazioni cognitive della Repubblica Popolare Cinese all’inizio del 2026 è la promozione dello “scetticismo verso gli Stati Uniti” (Yimeilun). Queste narrazioni sfruttano i dibattiti politici interni statunitensi sulla “condivisione degli oneri” e sulle politiche “America First” per suggerire che l’Amministrazione Trump, alla fine, baratterà la sicurezza di Taiwan in cambio di un accordo più ampio con Pechino. Amplificando spezzoni di politici statunitensi che mettono in discussione il costo della difesa nell’Indo-Pacifico, Pechino mira a creare una “profezia che si autoavvera” di abbandono che innesca la frammentazione politica all’interno di Taipei.

La “Zona Grigia” non è più solo lo spazio di ambiguità e competizione strategica situato tra la pace formale e la guerra aperta, sfruttato per logorare l’avversario tramite azioni sotto-soglia; è una frontiera digitale e psicologica. La capacità della Repubblica Popolare Cinese di normalizzare la Strategia della Paralisi dipende dal suo successo nel dominio cognitivo. Se il popolo taiwanese crede che la resistenza sia inutile – che le energie si esauriranno, che le navi non arriveranno e che l'”inevitabilità” della riunificazione sia un fatto storico – allora il Partito Comunista Cinese ha già vinto.

La battaglia del futuro per le Alleanze (NATO, AUKUS, QUAD) è la neutralizzazione della “repressione invisibile” della Repubblica Popolare Cinese, attraverso una deterrenza collettiva e multidominio in grado di garantire a Taiwan di rimanere un “faro” di democrazia, autodeterminazione e sovranità nell’Indo -Pacifico, anziché essere vittima di una sconfitta lenta e invisibile.

 

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