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attacchi ibridi di attori esterni per destabilizzare il tessuto sociale occidentale: ne parla Francesco D’Arrigo

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21 Ottobre 2026

Milano Crosetto – 21.10.2026

Il Ministro della Difesa Guido Crosetto parla di attacchi ibridi di attori esterni per destabilizzare il tessuto sociale occidentale.

Ministro Guido Crosetto e Presidente Sergio Mattarella

Francesco D’Arrigo – Direttore Istituto Italiano Studi Strategici Machiavelli, Autore per Mazzanti Libri di “Comprendere la Guerra Ibrida” – dialoga con Chiara Placenti giornalista e Conduttrice del programma radiofonico “Buongiorno InBlu 2000” – il palinsesto di approfondimenti di attualità, notizie locali e il racconto del Paese reale dell’emittente della CEI.

Comprendere la “Guerra Ibrida”

 

Questo il link per ascoltare l’intervista 

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LA DOTTRINA DELLA “DIFESA TOTALE” DELLA REPUBBLICA D’INDONESIA: AUTONOMIA STRATEGICA E APPROCCIO NON ALLINEATO

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22 Ottobre 2026

Focus strategico sulla Repubblica d’Indonesia e intervista al Rappresentante della diplomazia Indonesiana nella Repubblica Italiana, S.E. Junimart Girsang

di Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo

La Repubblica di Indonesia è lo Stato arcipelagico più esteso del globo. Estesa lungo la linea equatoriale per oltre 5mila chilometri, comprende più di 17mila isole che delimitano i principali choke points mondiali, tra cui lo Stretto di Malacca, lo Stretto della Sonda, lo Stretto di Lombok e lo Stretto di Makassar. Attraverso queste arterie marittime transita circa un terzo del commercio globale e la quasi totalità dei flussi energetici fossili diretti verso le grandi potenze industriali dell’Asia Orientale. Inoltre, la sovrapposizione del territorio con la Cintura di Fuoco del Pacifico espone lo Stato a costanti minacce sistemiche derivanti da attività sismiche e vulcaniche, un fattore che condiziona pesantemente le politiche di pianificazione infrastrutturale e richiede l’allocazione di ingenti risorse statali per la resilienza e la gestione dei disastri naturali.

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Dinamiche Demografiche, Asimmetrie Territoriali e progetto di Nusantara

Con una popolazione censita nel 2026 di 288 milioni di abitanti, la Repubblica di Indonesia rappresenta la quarta nazione più popolosa al mondo con età media di circa 30 anni. Questa imponente base demografica presenta tuttavia una distribuzione fortemente asimmetrica, con l’isola di Giava che ospita oltre il 56% della popolazione totale pur rappresentando meno del 7% della superficie terrestre nazionale, determinando una saturazione antropica, infrastrutturale e idrica insostenibile nella storica capitale di Giakarta. Per correggere questo squilibrio macro-regionale e redistribuire il baricentro economico verso le province orientali, lo Stato ha avviato la costruzione della nuova capitale federale Nusantara situata nell’isola del Borneo, un metaprogetto urbanistico e ingegneristico concepito per essere una metropoli a zero emissioni e ad alta tecnologia, fungendo da catalizzatore per l’integrazione economica dell’intero territorio nazionale.

Mosaico Sociale, Identità Etnolinguistica e Coesione Nazionale

La complessità interna dell’Indonesia si riflette in una struttura sociale frammentata in oltre 300 gruppi etnici distinti che parlano più di 700 idiomi locali, un pluralismo potenzialmente centrifugo che è stato armonizzato attraverso una sofisticata ingegneria identitaria istituzionale. Il pilastro fondamentale di questa coesione è rappresentato dall’adozione del Bahasa Indonesia come lingua ufficiale e unificante, veicolata capillarmente attraverso il sistema educativo pubblico fin dai primi anni dell’indipendenza nazionale. Il motto dello Stato, iscritto nell’emblema nazionale, codifica il principio dell’unità nella diversità, traducendosi in politiche pubbliche che riconoscono e tutelano le specificità culturali delle varie comunità insulari, pur subordinandole rigorosamente al mantenimento dell’ordine repubblicano unitario e alla prevenzione di spinte autonomiste o confessionali radicali.

Matrice Religiosa, la Filosofia della Pancasila e le Tendenze Confessionali

La Repubblica di Indonesia detiene il primato globale di comunità musulmana più numerosa, con una quota che sfiora l’87% della popolazione complessiva inserita in un quadro istituzionale che rifiuta la teocrazia in favore di uno Stato laico e pluralista fondato sulla dottrina filosofica della Pancasila. I cinque principi cardine di questa dottrina, elaborati originariamente nel periodo post-coloniale, impongono il riconoscimento costituzionale di sei fedi religiose ufficiali, garantendo la libertà di culto e l’uguaglianza giuridica a minoranze cristiane, induiste, buddiste e confuciane. La tradizione religiosa indonesiana è storicamente definita dall’Islam Nusantara, un modello confessionale sincretico, tollerante e moderato, custodito da organizzazioni di massa della società civile come la Nahdlatul Ulama e la Muhammadiyah, le quali gestiscono reti capillari di istituzioni educative e sanitarie. Le grandi organizzazioni dell’Islam moderato, operando in sinergia latente con le istituzioni di sicurezza dello Stato, sviluppano programmi di contrasto alla radicalizzazione ideologica attraverso la promozione di un modello teologico radicato nelle tradizioni sincretiche locali, capace di neutralizzare le influenze dottrinali esterne. Nonostante l’emersione di spinte conservatrici all’interno delle assemblee legislative locali, il sistema giudiziario centrale mantiene una rigida aderenza al diritto civile e costituzionale comune, impedendo che le normative di ispirazione confessionale possano erodere i diritti fondamentali delle minoranze o compromettere l’unità della Repubblica, salvaguardando la natura non confessionale dello Stato.

Politica Economica e Geopolitica del Downstream Industriale

La politica economica della Repubblica di Indonesia contemporanea, principale economia del Sud-Est asiatico e membro del G20, è guidata dal piano strategico volto a superare la dipendenza dall’esportazione di materie prime grezze per posizionarsi nelle fasce superiori della catena globale del valore. Il perno di questa strategia è la dottrina del downstreaming industriale, che si traduce nell’imposizione di bandi rigorosi all’esportazione di minerali grezzi, a partire dal nichel per poi estendersi a bauxite e rame, vincolando l’accesso alle risorse nazionali alla costruzione di impianti di raffinazione e lavorazione metallurgica all’interno del territorio nazionale. Quest’approccio protezionista ha determinato la creazione di giganteschi distretti industriali volti a trasformare lo Stato nel principale hub globale per la produzione di acciaio inossidabile, componenti chimici e batterie destinate alla filiera internazionale dei veicoli elettrici.

Architettura Fiscale, Stabilità Monetaria e Infrastrutture Digitali

La gestione macroeconomica indonesiana è sorvegliata da un quadro regolatorio improntato a una ferrea disciplina fiscale, che impone per legge un limite massimo al deficit di bilancio fissato al 3% del Prodotto Interno Lordo (PIL) garantendo un rapporto debito pubblico su PIL eccezionalmente basso rispetto agli standard delle economie emergenti. La stabilità monetaria è presidiata dalla Banca d’Indonesia attraverso politiche di controllo del tasso di interesse volte a contenere l’inflazione entro un corridoio predefinito e a mitigare la volatilità della Rupia nei mercati valutari globali. Parallelamente, viene sperimentata un’espansione geometrica della propria economia digitale, trainata da piattaforme integrate di e-commerce, servizi finanziari e logistica che hanno favorito l’inclusione economica di milioni di piccole e medie imprese, trasformando l’ecosistema finanziario domestico attraverso l’adozione diffusa di sistemi di pagamento digitali unificati dallo Stato.

Il Paradosso Energetico e il Quadro Internazionale della Transizione Ecologica

L’Indonesia si trova al centro di una complessa transizione energetica condizionata dalla sua storica dipendenza dal carbone termico, risorsa di cui è il principale esportatore mondiale e che alimenta oltre il 60% della generazione elettrica interna, garantendo introiti fiscali cruciali per lo Stato. Pur disponendo di un potenziale stimato in centinaia di gigawatt di energie rinnovabili che spaziano dall’idroelettrico al solare, fino a detenere circa il 40% delle riserve globali di energia geotermica, lo sfruttamento di tali risorse sconta le rigidità strutturali della compagnia elettrica monopolistica statale e la presenza di contratti di fornitura a lungo termine con centrali fossili. Per sbloccare gli investimenti necessari al raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2060, lo Stati ha sottoscritto il Just Energy Transition Partnership, un accordo finanziario internazionale da 20 miliardi di dollari supportato dalle potenze occidentali, il cui sviluppo effettivo richiede complesse negoziazioni sull’equilibrio tra sussidi internazionali e prestiti agevolati per il pensionamento anticipato degli impianti a carbone.

Politiche di Uso del Suolo, Mercati del Carbonio e Tutela Ambientale

Le emissioni della Repubblica di Indonesia derivano prevalentemente dalle dinamiche di cambiamento d’uso del suolo, storicamente legate alla deforestazione e al drenaggio dei terreni torbosi per l’espansione delle piantagioni agroindustriali di palma da olio e della filiera del legno-carta. Le recenti politiche governative hanno imposto moratorie permanenti sulla conversione delle foreste primarie e potenziato i programmi di riforestazione e conservazione delle mangrovie, riducendo sensibilmente i tassi di perdita forestale e ponendo le basi per la valorizzazione economica del patrimonio naturale. Questo patrimonio viene progressivamente integrato nei meccanismi finanziari globali attraverso il lancio della borsa nazionale del carbonio, uno strumento concepito per regolare lo scambio di crediti di carbonio generati da progetti di conservazione ecologica e per offrire un’alternativa economica sostenibile allo sfruttamento intensivo del suolo.

Dottrina della Difesa Totale: la dottrina Bebas Aktif e la modernizzazione delle Forze Armate

La postura securitaria interna ed esterna statale storicamente definita dalla dottrina militare della Difesa Totale, la quale stabilisce l’integrazione strutturale tra le forze armate formali e l’intera popolazione nazionale per contrastare minacce asimmetriche, spinte secessionistiche regionali e infiltrazioni terroristiche di matrice jihadista. Negli ultimi anni l’agenda della difesa ha registrato un profondo riorientamento strategico mirato al superamento della dimensione puramente terrestre in favore del potenziamento delle capacità marittime e aeree, guidato dal programma pluriennale per il raggiungimento della Forza Essenziale Minima. Questo sforzo si traduce nell’acquisizione di caccia multiruolo avanzati di fabbricazione europea e statunitense, sottomarini di nuova generazione e fregate missilistiche, perseguendo una politica di diversificazione delle fonti di approvvigionamento tecnologico volta a preservare la piena autonomia d’azione dello Stato e a scongiurare il rischio di sanzioni o embarghi da parte di singole potenze fornitrici. Nel panorama internazionale, la Repubblica d’Indonesia applica rigorosamente il principio cardine della propria dottrina estera denominato Bebas Aktif, tentando di fungere da pivot diplomatico e asse portante dell’ASEAN. La linea intrapresa di preservare indipendenza strategica è tuttavia costantemente testata nel Mar Cinese Meridionale, dove le rivendicazioni marittime cinesi basate sulla linea dei nove tratti intersecano la Zona Economica Esclusiva indonesiana a Nord delle isole Natuna. In questo scenario, la risposta istituzionale unisce la fermezza diplomatica basata sull’applicazione del diritto internazionale e della Convenzione UNCLOS con il rafforzamento della presenza militare attiva nel Mar di Natuna Settentrionale, respingendo qualsiasi negoziato bilaterale che possa compromettere la sovranità nazionale.

Indonesia National Defence System

Breve cenno su Catene di Valore, Vulnerabilità Geostrategiche e Proiezione Multilivello della Repubblica di Indonesia

L’integrazione strutturale tra la conformazione geografica della Repubblica di Indonesia e la sua traiettoria di sviluppo industriale configura un modello di capitalismo di Stato e di sovranità mineraria unico nel panorama del Global South. Esaminando la mappa dei distretti metallurgici situati nelle isole di Sulawesi, Halmahera e nelle Molucche, si evince come l’imposizione dei bandi all’esportazione dei minerali non raffinati abbia forzato una riconfigurazione geometrica delle rotte commerciali nell’Indo-Pacifico. Il governo di Giakarta ha saputo sfruttare le asimmetrie normative globali per attrarre flussi colossali di investimenti diretti esteri, i quali non si limitano più alla mera estrazione estrattiva ma finanziano la costruzione di complessi integrati di fusione termica e raffinazione elettrochimica, gettando le basi per una filiera domestica che si estende fino alla produzione di precursori catodici per accumulatori di energia a densità elevata. Questo riposizionamento industriale ha generato un surplus strutturale nella bilancia dei pagamenti e ha modificato i rapporti di forza con i partner commerciali tradizionali, ponendo le economie avanzate di fronte alla necessità di negoziare accordi bilaterali flessibili per non rimanere escluse dall’accesso alle riserve di nichel e bauxite più vaste del pianeta. La stabilità di questa architettura economica è strettamente interconnessa con la gestione di un dominio marittimo vulnerabile e immenso, dove la dottrina della sicurezza nazionale deve costantemente bilanciare la protezione delle linee di comunicazione trans-oceaniche con il contrasto a minacce asimmetriche interne e transnazionali. La sovrapposizione delle rivendicazioni marittime cinesi sulla scorta della linea dei nove tratti all’interno della Zona Economica Esclusiva delle isole Natuna ha imposto un’accelerazione nei programmi di acquisizione di naviglio d’alto mare e sistemi di sorveglianza radar tridimensionale, spingendo lo Stato Maggiore a riformulare i piani di contingenza operativa per garantire una presenza dissuasiva permanente nel Mar di Natuna Settentrionale. Sul piano delle dinamiche demografiche e della coesione sociale, la pressione antropica esercitata sulla pianura alluvionale di Giava e sulla megalopoli di Giakarta ha superato i limiti di sostenibilità ecologica e infrastrutturale, rendendo il trasferimento della capitale a Nusantara una necessità macro-regionale non più differibile. Questo imponente progetto di ingegneria territoriale nel Borneo non persegue soltanto l’obiettivo di decongestionare l’area urbana giavese, soggetta a fenomeni combinati di sussidenza del suolo e innalzamento del livello del mare, ma mira a operare una ricentralizzazione geografica e politica dell’intero Stato, investendo nelle province orientali storicamente meno sviluppate.

Breve appunto sulle relazioni bilaterali tra Repubblica di Indonesia e Repubblica Italiana

Le relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Indonesia e la Repubblica Italiana, stabilite formalmente nel 1949 ed elevate allo status di Partenariato Strategico nel 2014, trovano la loro massima espressione operativa nell’Ambasciata della Repubblica di Indonesia nella Repubblica Italiana, accreditata pure presso le repubbliche di Malta, Cipro e San Marino. L’Ambasciata funge inoltre da Rappresentanza Permanente dell’Indonesia presso il polo agrolimentare delle Nazioni Unite con sede nella capitale italiana, coordinando le relazioni strategiche con l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, il Programma Alimentare Mondiale e il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, oltre a sovrintendere alla partecipazione nazionale all’Istituto Internazionale per l’Unificazione del Diritto Privato.  L’azione della missione diplomatica indonesiana a Roma si concentra prioritariamente sulla diplomazia economica e sull’espansione dei flussi commerciali bilaterali, che si attestano su valori multimiliardari concentrati nei settori della meccanica strumentale, del tessile, della metallurgia e dei prodotti agroindustriali.

Il Profilo Istituzionale dell’Ambasciatore della Repubblica di Indonesia nella Repubblica Italiana, S.E. Junimart Girsang

Ambasciatore Repubblica Indonesia S.E. Junimart Girsang

La guida della missione diplomatica a Roma è affidata a S.E. Junimart Girsang, accreditato formalmente come Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica di Indonesia presso la Repubblica Italiana dal 2025. L’Ambasciatore Junimart Girsang vanta un profilo politico e legislativo di altissimo livello nel panorama nazionale indonesiano, avendo ricoperto lungamente incarichi di primo piano del Parlamento nazionale e la carica di Vice Presidente della Commissione per gli Affari Interni e la Governance. Sotto il suo mandato, l’azione diplomatica della rappresentanza a Roma ha registrato un forte attivismo sia sul piano delle relazioni bilaterali con le istituzioni italiane sia nei contesti multilaterali delle agenzie delle Nazioni Unite, dove ha promosso i modelli indonesiani di economia blu sostenibile e intensificato i canali di dialogo volti ad attrarre investimenti tecnologici italiani strategici per lo sviluppo infrastrutturale e industriale dell’arcipelago.

Intervista S.E. Junimart Girsang: Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario presso la Repubblica Italiana, la Repubblica di San Marino, la Repubblica di Cipro, la Repubblica di Malta e Rappresentante Permanente presso il polo agroalimentare della Repubblica d’Indonesia presso le Nazioni Unite con sede a Roma.

L’Istituto Italiano di Studi Strategici Niccolò Machiavelli ha intervistato l’Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario Junimart Girsang in merito all’evoluzione della Dottrina di Difesa totale e della Global Strategy della Repubblica d’Indonesia, con approfondimento sulla nuova dottrina di Difesa in politica internazionale, in uno scenario internazionale in evoluzione per dinamiche e rischi di sicurezza, dove Giacarta interpreta un ruolo strategico soprattutto in virtù della propria collocazione geografica.

Ambasciatore Girsang, alla luce di Indonesia Emas 2045, dell’Asta Cita, del RPJMN 2025–2029, nuovo approccio strategico Ministero degli Affari Esteri, su quali principi si basa la grande strategia che dovrebbe consentire all’Indonesia di tramutarsi da media potenza regionale a potenza globale dotata di una propria autonomia strategica? Quali sono gli obiettivi di questo ambizioso programma, le capacità e gli strumenti disponibili per raggiungerli?

Questo è un tema fondamentale che supera l’attuale approccio geopolitico dell’Indonesia e riguarda la trasformazione e l’evoluzione che il nostro Stato punta a completare entro il 2045. La grande strategia emergente dell’Indonesia consiste nel trasformarsi da media potenza regionale in uno Stato dotato di influenza globale e autonomia strategica, combinando trasformazione economica, progresso tecnologico, potenza marittima, attivismo diplomatico e capacità nazionali resilienti, evitando al contempo la dipendenza da un’unica grande potenza.

In questo contesto, intendiamo perseguire i seguenti obiettivi strategici:

Trasformazione economica

Indonesia Emas 2045 mira a costruire le fondamenta economiche della futura potenza nazionale dello Stato: gli obiettivi per il 2045 comprendono un reddito nazionale lordo (RNL) pro capite di 30.300 dollari statunitensi e un contributo del settore manifatturiero pari al 28% del PIL. Tali obiettivi saranno sostenuti da una transizione verso una maggiore produttività, industrie a più alto valore aggiunto, tecnologia e innovazione.

Autonomia strategica

L’autonomia strategica dell’Indonesia è coerente con l’impegno costituzionale del Paese a perseguire una politica estera indipendente e attiva. Miriamo a rafforzare la sovranità, diversificare i partenariati, ampliare l’influenza regionale e globale e sviluppare le capacità economiche, tecnologiche, diplomatiche e di difesa necessarie a preservare la libertà d’azione. Questo approccio trova riscontro nel Piano strategico del Ministero degli Affari Esteri per il periodo 2025–2029, che assegna priorità alla diplomazia per la sovranità, alla diplomazia economica e al rafforzamento dell’influenza regionale e globale. Il più ampio quadro nazionale di sviluppo rafforza ulteriormente questo obiettivo: il RPJMN 2025–2029 individua nella sicurezza alimentare, energetica e idrica, nell’industrializzazione e nello sviluppo tecnologico le basi fondamentali dell’indipendenza nazionale, mentre il RPJPN 2025–2045 definisce ambizioni misurabili, tra cui un RNL pro capite di 30.300 dollari statunitensi, una quota del settore manifatturiero pari al 28% del PIL e l’ingresso dell’Indonesia tra i primi 15 Paesi del Global Power Index entro il 2045. La forte resilienza nazionale costituisce pertanto una base essenziale dell’autonomia strategica dell’Indonesia, in particolare per quanto riguarda la sicurezza alimentare ed energetica e il capitale umano. Le priorità attuali comprendono il rafforzamento della produzione alimentare interna e della sicurezza energetica, lo sviluppo delle energie rinnovabili, l’avanzamento dell’industrializzazione a valle e il miglioramento della nutrizione e del capitale umano attraverso programmi come l’iniziativa per la distribuzione gratuita di pasti nutrienti. Il piano di sviluppo del Governo per il 2026 pone esplicitamente al centro la «sovranità alimentare ed energetica e un’economia produttiva e inclusiva». Queste misure mirano non soltanto a migliorare il benessere interno, ma anche a ridurre le vulnerabilità strategiche, rafforzare la resilienza economica e costruire le capacità produttive necessarie a sostenere la prosperità di lungo periodo dell’Indonesia e il suo ruolo internazionale.

Influenza globale

Intendiamo rafforzare la nostra leadership regionale attraverso l’ASEAN, facendo leva sul proprio peso diplomatico, sulla capacità di convocare e riunire gli attori internazionali e sulla tradizione di mediazione, per contribuire a un ordine indo-pacifico stabile e inclusivo. Al di là del ruolo regionale, il nostro Stato è un attore globale attivo: partecipa al G20, alle riunioni dei BRICS ed è parte integrante del sistema delle Nazioni Unite, oltre a prendere parte ad operazioni di mantenimento della pace e alla cooperazione Sud-Sud, promuovendo al contempo le proprie posizioni sulle questioni di interesse globale, tra cui la questione palestinese, un sistema commerciale globale inclusivo, lo sviluppo sostenibile, la sicurezza alimentare ed energetica e gli interessi dei Paesi in via di sviluppo. Attraverso questi impegni, intendiamo contribuire in modo costruttivo alla definizione di un ordine internazionale più equo e inclusivo.

La competizione tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese investe simultaneamente tecnologia, commercio, infrastrutture, finanza, catene di approvvigionamento, semiconduttori, Spazio, cyberspazio, intelligenza artificiale, sicurezza marittima e potenza militare. In che modo la politica bebas aktif può essere reinterpretata come una forma di «autonomia strategica armata», nella quale l’indipendenza diplomatica sia sostenuta da capacità militari, industriali e tecnologiche autonome?

Saremmo prudenti nell’utilizzare l’espressione «autonomia strategica armata», ma la logica sottostante è fondata: l’indipendenza diplomatica è credibile soltanto quando poggia su capacità nazionali di difesa concrete. La politica bebas aktif non ha mai rappresentato una forma di neutralità passiva, piuttosto la caratteristica diplomatica dello Stato di non aderire a blocchi ma assumere posizioni sulla base dell’interesse nazionale e del diritto internazionale. Le nostre posizioni affermano esplicitamente che bebas aktif non significa neutralità. Il Piano strategico del Ministero degli Affari Esteri per il periodo 2025–2029 ribadisce che questo principio, sancito dalla Costituzione del 1945, rimane attuale nella nuova era globale. La diplomazia costituisce la prima linea di difesa. Essa esprime un atteggiamento difensivo attivo, che non è né aggressivo né espansionistico, ma è saldamente orientato alla tutela dell’interesse nazionale. In questo assetto, la diplomazia condotta attraverso una politica estera indipendente e attiva funge da linea di difesa nazionale, mentre la difesa militare e non militare rafforza la diplomazia e interviene nella fase successiva, qualora quest’ultima fallisca.

Le capacità nazionali sostengono la diplomazia dello Stato che ha sempre la precedenza. Quel che cambia oggi è il dominio in cui si svolge la competizione, non il principio. La nostra politica di difesa riconosce che lo spazio di battaglia si estende ormai oltre la terra, il mare e l’aria, includendo anche lo Spazio extra-atmosferico e il cyberspazio. L’indipendenza in un simile contesto richiede un’autonomia strategica sostenuta dalla resilienza nazionale: una difesa credibile, un’industria della difesa autosufficiente, resilienza economica e tecnologica e una rete diversificata di partner. La nostra pianificazione distingue tra autosufficienza e competenza. L’Indonesia non deve necessariamente produrre qualsiasi strumento ma padroneggiare le competenze critiche che impediscano a un singolo partner di limitare la sua libertà d’azione. Ovviamente, le capacità rimangono saldamente ancorate alle regole. L’Indonesia ha costantemente messo in guardia contro le corse agli armamenti nella regione e sostiene il Trattato di amicizia e cooperazione (TAC), la Zona denuclearizzata del Sud-est asiatico (SEANWFZ) e la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (UNCLOS). Il Piano strategico del Ministero degli Affari Esteri si impegna a rafforzare la SEANWFZ e a promuovere l’universalizzazione del Trattato di amicizia e cooperazione. Pertanto, capacità e moderazione sono due facce della stessa politica bebas aktif.

Indonesia Emas 2045 individua nel centenario dell’indipendenza la tappa conclusiva di una trasformazione nazionale di lungo periodo. Quale rapporto esiste nella vostra concezione strategica tra sviluppo economico, industrializzazione, sicurezza nazionale, autonomia tecnologica, potenza militare e influenza diplomatica? La pianificazione nazionale indonesiana individua una soglia oltre la quale la dipendenza economica da un partner esterno viene considerata una vulnerabilità per la sicurezza nazionale?

La crescita economica genera le risorse necessarie per investire nelle persone, nella tecnologia e nella difesa. L’industrializzazione e la trasformazione a valle consentono all’Indonesia di risalire la catena del valore e di costruire la base industriale e tecnologica da cui dipendono le capacità di difesa e digitali. L’autonomia tecnologica riduce l’esposizione agli embarghi e alle forme di coercizione. La capacità militare protegge la sovranità, lo spazio marittimo e le rotte marittime da cui dipende la nostra economia. L’influenza diplomatica, a sua volta, garantisce l’accesso ai mercati, agli investimenti e ai partenariati tecnologici, oltre a promuovere regole internazionali più eque, compreso lo spazio di manovra politica necessario ai Paesi in via di sviluppo per industrializzarsi nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Le risorse nazionali vengono trasformate in elementi di potenza nazionale attraverso la sinergia tra gli interessi della prosperità e quelli della difesa nazionale.

Per quanto ci risulta, la pianificazione nazionale non stabilisce un’unica soglia numerica pubblica oltre la quale la dipendenza economica da un partner viene considerata una vulnerabilità per la sicurezza. L’approccio è qualitativo e settoriale. La dipendenza è per noi considerata una vulnerabilità quando si concentra in settori strategici e può essere utilizzata come strumento di pressione.

Il Ministero della Difesa individua nell’alimentazione, nell’acqua e nell’energia risorse strategiche la cui scarsità può innescare conflitti, e prevede una crescente interdipendenza tra gli Stati in materia alimentare. Le risposte politiche consistono nella diversificazione e nella resilienza.

Il Piano strategico del Ministero degli Affari Esteri orienta la nostra diplomazia economica verso l’ampliamento dell’accesso commerciale ai mercati di partner non tradizionali, al fine di anticipare le oscillazioni degli scambi con i partner esistenti, soprattutto con i Paesi più importanti, e di sfruttare la diversificazione dei mercati in risposta a misure commerciali unilaterali. Accordi come l’IEU-CEPA, l’accordo di partenariato economico globale tra Indonesia e Unione europea, rispondono alla stessa esigenza. Per quanto riguarda alimentazione, energia e acqua, il RPJMN 2025–2029 collega il rafforzamento del sistema nazionale di difesa e sicurezza all’autonomia nazionale attraverso l’autosufficienza.

La nuova dottrina strategica indonesiana sembra comprendere non soltanto le minacce militari tradizionali, ma anche le vulnerabilità economiche, energetiche, tecnologiche, climatiche, informatiche e informative, passando da un concetto di «difesa nazionale» a una nozione più ampia di «sicurezza nazionale integrale». Quale istituzione dovrebbe essere responsabile dell’integrazione di queste diverse dimensioni?

Il Ministero della Difesa classifica le minacce in militari, non militari e ibride, e definisce la difesa totale (pertahanan semesta) come la sinergia tra difesa militare e non militare. Anche la Politica di difesa 2020–2024 ha individuato tra le minacce concrete quelle informatiche, le epidemie e gli effetti della Quarta rivoluzione industriale. Il Ministero degli Affari Esteri, dal canto suo, ha posto la «diplomazia per la resilienza nazionale» al primo posto tra i propri obiettivi strategici per il periodo 2025–2029. La novità risiede nell’ampiezza e nella velocità con cui si manifestano queste vulnerabilità. Il ruolo di coordinamento spetta al Presidente, con il sostegno del Consiglio nazionale di difesa. Istituito con il Regolamento presidenziale n. 202/2024, trattasi di un organismo non strutturale della presidenza della Repubblica che formula politiche integrate di difesa nazionale che fungono da orientamento per ministeri, agenzie e società. Inoltre, valuta i rischi connessi alle politiche di difesa ed elabora soluzioni in materia di geostrategia, geopolitica e geoeconomia. È sostenuto da tre vicedirezioni che si occupano rispettivamente delle dimensioni della difesa e della sicurezza, di quelle ideologiche, politiche e socioculturali e di quelle economiche. L’attuazione rimane una responsabilità dell’intero Governo. La Politica generale di difesa costituisce un riferimento non soltanto per il Ministro della Difesa, ma anche per i ministri, i responsabili delle agenzie e i governatori regionali, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze. Di fronte alle minacce non militari, i ministeri e le agenzie competenti agiscono come elemento principale, con il Ministero della Difesa in funzione di supporto e le Forze armate nazionali indonesiane (TNI) a sostegno, in conformità con la legge.

Nella vostra valutazione strategica, quale sarebbe lo scenario a più alto rischio per il periodo 2030-2045: un conflitto tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese nell’area dell’isola di Taiwan, uno scontro militare nel Mar Cinese Meridionale, una crisi nello Stretto di Malacca, un attacco informatico alle infrastrutture critiche nazionali, un’interruzione delle catene di approvvigionamento globali, una crisi energetica oppure una combinazione simultanea di queste variabili?

Non sarebbe opportuno per noi classificare pubblicamente questi scenari in ordine di rischio, ma riteniamo che il rischio maggiore non risieda in un singolo evento, bensì nella loro combinazione. Crediamo che qualsiasi escalation di un conflitto possa compromettere la stabilità regionale, coinvolgere le grandi potenze e incidere sugli interessi economici, politici e di sicurezza dell’Indonesia. Pur non essendo direttamente parte delle controversie sopra menzionate, in quanto maggiore Stato arcipelagico al mondo geograficamente situato sulle principali rotte marittime che collegano gli oceani Indiano e Pacifico, ne subiremmo direttamente le conseguenze in caso di loro evoluzione in crisi strutturali ed irreversibili. In questo scenario, la prevenzione costituisce pertanto la nostra prima linea di difesa. Questo significa rafforzare i meccanismi guidati dall’ASEAN e la Prospettiva dell’ASEAN sull’Indo-Pacifico (AOIP), creare condizioni favorevoli nel Mar Cinese Meridionale per una risoluzione pacifica delle controversie sulla base del diritto internazionale e sostenere l’UNCLOS del 1982 e, inoltre, rafforzare la resilienza interna nei settori alimentare, energetico e delle infrastrutture digitali, affinché gli shock esterni non si trasformino in crisi nazionali.

Il processo di modernizzazione della TNI comprende caccia Rafale, velivoli A400M, sistemi radar avanzati, fregate PPA, sottomarini della classe Scorpène, sistemi missilistici, droni e altre piattaforme. Questo processo dovrebbe essere interpretato come una transizione verso una nuova concezione delle forze armate? Su quali pilastri?

Il processo in corso di modernizzazione della TNI può essere generalmente inteso come parte di una transizione più ampia verso una concezione delle forze armate più moderna, integrata e reattiva. L’acquisizione di piattaforme avanzate, quali aerei da combattimento, velivoli da trasporto, sistemi di sorveglianza aerea e marittima, sottomarini, fregate, sistemi missilistici e sistemi senza equipaggio, non mira semplicemente ad aumentare la quantità di equipaggiamenti militari. Più importante è l’obiettivo di migliorare la capacità della TNI di condurre operazioni congiunte, accrescere la consapevolezza situazionale, rafforzare la deterrenza e rispondere in modo più efficace a un’ampia gamma di eventualità. Sul piano strategico, l’Indonesia mira a sviluppare una postura di difesa credibile, che combini deterrenza, sorveglianza, mobilità, resilienza e capacità di risposta in tutto l’arcipelago. L’attenzione si concentra pertanto sempre più sull’integrazione tra piattaforme, informazioni, personale e sistemi di comando e controllo, piuttosto che sui singoli sistemi d’arma. Questa modernizzazione dovrebbe essere considerata un processo graduale e di lungo periodo, finalizzato a creare una forza più capace, interoperabile e adattabile, adeguata all’ambiente strategico dell’Indonesia.

PPA: Pattugliatori Polivalenti di Altura

L’arcipelago indonesiano possiede una profondità geografica straordinaria, con numerosi punti di strozzatura marittimi (chokepoint) e tre principali rotte marittime strategiche: gli stretti di Malacca, della Sonda e di Lombok. Quale dovrebbe essere il concetto operativo attraverso cui la TNI integra Esercito, Marina e Aeronautica per difendere un territorio così vasto e geograficamente disperso?

Date le caratteristiche geografiche dell’Indonesia, la TNI necessita di un concetto di difesa complessivo, anziché affidarsi esclusivamente a un unico approccio. In termini generali, difesa distribuita, difesa stratificata e capacità di interdizione d’area possono integrarsi reciprocamente nell’ambito di un quadro di difesa nazionale coordinato. L’Esercito, la Marina e l’Aeronautica devono operare sempre più come una forza congiunta integrata, sostenuta da efficaci sistemi di comando e controllo, intelligence, sorveglianza e ricognizione, mobilità e logistica. La dispersione geografica dell’Indonesia rende particolarmente importanti la flessibilità e la capacità di risposta rapida. Anche i domini marittimo e aereo sono fondamentali, poiché l’ambiente strategico indonesiano è strettamente connesso alle rotte marittime, allo spazio aereo e agli accessi marittimi al territorio nazionale. L’obiettivo, pertanto, non consiste semplicemente nel difendere singole località, ma nel realizzare una rete di difesa resiliente e interconnessa, capace di monitorare gli sviluppi, mantenere la libertà d’azione, proteggere il territorio nazionale e gli interessi strategici e rispondere in modo proporzionato a diversi tipi di contingenze.

Il Sishankamrata, ossia il Sistema di Sicurezza e Sicurezza Totale del Popolo, ha tradizionalmente attribuito un ruolo fondamentale alla mobilitazione dell’intera società. Tuttavia, combattere la guerra contemporanea, caratterizzata da attacchi di precisione, intelligence, sorveglianza e ricognizione satellitare, droni, intelligenza artificiale, guerra informatica, guerra elettronica e sistemi autonomi, sembra imporre competenze altamente specializzate. Come può l’Indonesia conciliare la logica della resilienza nazionale e della mobilitazione sociale su vasta scala con le esigenze di superiorità tecnologica e professionalizzazione?

L’Indonesia non deve necessariamente scegliere tra il concetto tradizionale di Sishankamrata e le esigenze della guerra moderna ad alta intensità tecnologica. I due approcci possono essere complementari. Il principio fondamentale di Sishankamrata rimane attuale, perché la difesa nazionale richiede resilienza a livello di Governo, società, infrastrutture ed economia. Tuttavia, l’attuazione di questo concetto deve evolversi in funzione del mutamento della natura della guerra. I conflitti moderni richiedono sempre più capacità altamente specializzate in settori quali le operazioni informatiche, le informazioni provenienti dallo Spazio, l’intelligenza artificiale, i sistemi senza equipaggio, la guerra elettronica e le attività avanzate di intelligence e sorveglianza. Di conseguenza, l’Indonesia deve sviluppare un nucleo professionale delle forze armate dotato di elevate capacità tecnologiche, sostenuto da un ecosistema più ampio di difesa nazionale che coinvolga istituzioni governative, industria, mondo accademico, settore tecnologico e società. In questo senso, Sishankamrata non dovrebbe essere più inteso semplicemente come concetto di mobilitazione di massa della società ma venir interpretato quale strumento della resilienza nazionale attraverso l’integrazione delle capacità militari, delle risorse umane, della tecnologia, dell’industria, delle infrastrutture e della preparazione della società. Questo approccio consente allo Stato di preservare la filosofia fondamentale della difesa nazionale totale, adattandola al carattere sempre più complesso e tecnologicamente avanzato dei conflitti contemporanei.

La Major Defense Cooperation Partnership tra Indonesia e Stati Uniti del 2026 comprende modernizzazione, formazione, esercitazioni, capacità asimmetriche, cooperazione marittima e sottomarina e sistemi autonomi. A vostro avviso, questo accordo rappresenta un’espansione quantitativa della cooperazione bilaterale oppure costituisce un autentico salto qualitativo nella relazione strategica con Washington?

La Major Defense Cooperation Partnership del 2026 può essere considerata sia una continuazione della cooperazione esistente sia uno sviluppo qualitativo del rapporto tra i due Paesi. Gli ambiti contemplati, ossia modernizzazione, istruzione e formazione, esercitazioni, cooperazione marittima e sottomarina, capacità asimmetriche e sistemi autonomi, indicano che la cooperazione in materia di difesa sta assumendo un carattere sempre più articolato e comprensivo. Dal punto di vista indonesiano, il valore del partenariato non si limita all’acquisizione di equipaggiamenti o all’ampliamento delle attività tra le forze armate dei due Stati, bensì offre pure opportunità per rafforzare l’interoperabilità, lo sviluppo professionale, le capacità istituzionali, la conoscenza tecnologica e l’esperienza operativa. La cooperazione in settori emergenti, come i sistemi autonomi e le tecnologie avanzate, è particolarmente rilevante, considerata la continua evoluzione della natura della guerra. Strategicamente, l’Indonesia continua a mantenere la propria politica estera indipendente e attiva. La cooperazione in materia di difesa con gli Stati Uniti deve pertanto essere intesa come parte del più ampio impegno dell’Indonesia volto a rafforzare le proprie capacità di difesa nazionale e i propri partenariati internazionali, preservando al contempo la flessibilità strategica e relazioni costruttive con altri partner.

Lo Stretto di Malacca è al tempo stesso una responsabilità degli Stati rivieraschi e uno dei più importanti punti di strozzatura economici al mondo. Quale sarebbe, a vostro avviso, il ruolo appropriato degli Stati Uniti nel contribuire alla sua sicurezza, soprattutto in caso di una possibile escalation?

La sicurezza dello Stretto è innanzitutto responsabilità degli Stati rivieraschi. Indonesia, Malaysia e Singapore esercitano la sovranità e la giurisdizione sulle acque degli Stretti di Malacca e Singapore, in conformità con l’UNCLOS del 1982, che garantisce anche il diritto di passaggio in transito alla navigazione internazionale. La cooperazione tra gli Stati rivieraschi è di lunga data e va dall’accordo trilaterale del 1977 sulla sicurezza della navigazione alle pattuglie coordinate, come quelle condotte nell’ambito del Malacca Straits Patrol. Anche la politica di difesa indonesiana attribuisce priorità alla cooperazione trilaterale in materia di sicurezza, al fine di mantenere la stabilità e la sicurezza regionali. Per gli Stati Uniti, in quanto importante utilizzatore dello Stretto e partner, il ruolo appropriato in condizioni normali consiste nel sostenere le capacità degli Stati rivieraschi attraverso formazione, consapevolezza del dominio marittimo, condivisione delle informazioni, equipaggiamenti e contributi ai meccanismi di cooperazione esistenti. Il rafforzamento delle capacità in materia di sicurezza marittima è da tempo parte della cooperazione tra Indonesia e Stati Uniti nel settore della difesa, e rappresenta un ambito nel quale il nuovo partenariato può apportare un valore aggiunto. In caso di escalation, la priorità dovrebbe essere impedire che lo Stretto si trasformi in un teatro di competizione tra grandi potenze. Il ruolo appropriato di qualsiasi potenza esterna dovrebbe consistere nella moderazione, in strette consultazioni con gli Stati rivieraschi, nel rispetto delle loro decisioni e nel sostegno alla de-escalation attraverso la diplomazia e i meccanismi regionali. L’Indonesia non accetterebbe accordi che compromettano la propria sovranità o la propria politica estera indipendente e attiva. Mantenere lo Stretto sicuro, aperto e neutrale è nell’interesse di tutti, compresi gli Stati Uniti.

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Pancasila viene normalmente presentata come il fondamento ideologico e costituzionale dello Stato indonesiano. Può essere intesa anche come una vera e propria cultura strategica indonesiana, capace di plasmare la concezione della sovranità del Paese?

Riteniamo proprio di sì. La cultura strategica viene generalmente definita come un insieme di convinzioni condivise e persistenti sulla natura delle minacce, sul ruolo della forza e sul modo in cui uno Stato dovrebbe agire nel mondo. I cinque principi di Pancasila costituiscono il fondamento del progresso dell’Indonesia come nazione e continueranno a esserlo fino al periodo d’oro del 2045. Essi plasmano la cultura e il benessere del Paese e, come già accennato, contribuiscono anche a definire il modo in cui l’Indonesia concepisce il proprio posto nel mondo. La fede in un unico Dio supremo, un’umanità giusta e civile, l’unità dell’Indonesia, la democrazia deliberativa basata sul consenso e la giustizia sociale per tutti gli indonesiani costituiscono, nel loro insieme, un sistema condiviso di valori che orienta il modo in cui l’Indonesia definisce i propri interessi e sceglie gli strumenti per perseguirli. In quanto cultura strategica, Pancasila si traduce in una concezione distintiva della sovranità. La sovranità non viene intesa soltanto come controllo territoriale o non ingerenza, ma anche come capacità di un popolo unito. Il terzo principio, Persatuan Indonesia, ossia l’unità dell’Indonesia, è probabilmente quello che influenza più direttamente il pensiero strategico indonesiano. Uno Stato esteso su oltre 17.000 isole, con centinaia di gruppi etnici e lingue, non può dare per scontata la propria coesione. Per gli indonesiani, la sovranità comincia dall’interno: uno Stato è sovrano soltanto se il suo popolo rimane unito in un’unica comunità politica. Inoltre, la capacità di determinare autonomamente il proprio percorso attraverso il musyawarah, la deliberazione e la consultazione, e il gotong royong, la cooperazione reciproca, rappresenta un elemento essenziale di questa concezione. Quanto espresso si riflette nella politica estera indipendente e attiva (bebas aktif), che rifiuta l’allineamento con qualsiasi blocco pur rimanendo impegnata negli affari globali, nell’enfasi sull’unità e sulla resilienza nazionale come fondamento della sicurezza e nel principio secondo cui l’ordine internazionale dovrebbe basarsi sulla giustizia e sull’umanità, come stabilito dal Preambolo della Costituzione del 1945. Pancasila non è semplicemente un’ideologia statale da recitare ma un quadro di riferimento vissuto che informa il modo in cui l’Indonesia bilancia autonomia, cooperazione e sviluppo, garantendo continuità alle scelte strategiche del Paese attraverso il susseguirsi dei governi e il mutamento delle circostanze internazionali. Pertanto, deve essere accompagnata da azioni strategiche concrete, per esempio attraverso una legislazione, politiche solide e adeguate al raggiungimento degli obiettivi prefissati.

 

Flag Indonesia

 

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Effetto Notte di Radio 24 Intervista Francesco D’Arrigo

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20 Ottobre 2026

Il Direttore Francesco D’Arrigo é stato ospite della giornalista Roberta Giordano, Conduttrice della trasmissione “Effetto Notte” di Radio 24, per analizzare gli eventi violenti di questi giorni in Italia e all’estero il nuovo decreto sulla sicurezza del CdM e la presa di posizione del Ministro della difesa Crosetto, che evoca la guerra ibrida.

Questo il link alla trasmissione, dove a partire dal minuto 38 potete ascoltare l’intervento di Francesco D’Arrigo

https://www.radio24.ilsole24ore.com/programmi/effettonotte

 

 

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L’intervento di Francesco D’Arrigo a Buongiorno inBlu2000

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15 Ottobre 2026

TRUMP: Dal Medioriente al fronte Russia-Ucraina, tra minacce, promesse, tradimenti, caos strategico e… business.

L’intervento di Francesco D’Arrigo a “Buongiorno inBlu2000″, il palinsesto dell’emittente della CEI con Chiara Placenti, tra approfondimenti di attualità, notizie locali e il racconto del Paese reale.

Buongiorno inBlu2000, condotto da Chiara Placenti, in onda dal lunedì al venerdì alle 07.03. Uno spazio ricco di notizie, attualità e della rassegna dei principali giornali, ideato per raccontare e comprendere la complessità del presente attraverso i grandi temi italiani e internazionali, ma anche attraverso le piccole grandi storie di ogni giorno che spesso non guadagnano la ribalta mediatica, il tutto accompagnato da un’esclusiva selezione musicale.

Questo il link per riascoltare l’intervista

   

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Violenza dei giovanissimi, che cos’è la guerra cognitiva. L’esperto: “Peggio del Fentanyl”.

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25 Settembre 2026

Francesco D’Arrigo, direttore dell’Istituto Italiano di Studi Strategici Niccolò Machiavelli: “Quello che vediamo e che nasce sulla Rete è una forma di guerra ibrida, con l’obiettivo di manipolare un’intera generazione. Non a caso la NATO ha classificato la mente come sesto dominio conteso. Alla fine parliamo di un campo di battaglia”.

Il direttore Francesco D’Arrigo intervistato dalla giornalista del Quotidiano Nazionale Network – Rita Bartolomei – sul ruolo dei social media come strumento strategico per operazioni psicologiche (Psyops), che possono influenzare o interrompere la cognizione, soprattutto dei giovani.
IA, dati, social media, deepfake video, disinformazione, sono strumenti di hacking cognitivo che hanno acquisito una forma di potere mai realizzata prima d’ora e il più grande rischio per la sicurezza cognitiva è proprio l’influenza governata dall’intelligenza artificiale che si cela dietro algoritmi “segreti” sulle piattaforme di social media.
App e dispositivi collegati alla Rete, apparentemente friendly ma dual-use, utilizzati come armi invisibili di guerra cognitiva contro la mente umana, influenzando la visione della realtà e le capacità neuro-comportamentali, soprattutto degli adolescenti.
In poche parole: una minaccia alla sicurezza nazionale.
Link all’intervista su 👇

Quotidiano Nazionale Network

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L’escalation ibrida russa

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20 Agosto 2026

Per il Cremlino l’escalation ibrida non è solo una scelta, ma una necessità.

La guerra ibrida diventa non solo conveniente ma l’unico vero strumento di Mosca per imporre costi, esercitare pressione contro l’UE e mantenere l’illusione di capacità offensiva.

di Francesco D’Arrigo

Dalla fallita conquista di Kiev nell’aprile 2022, il presidente Putin ha subito una sconfitta strategica: non è riuscito a sottomettere l’Ucraina, nonostante il sacrificio di centinaia di migliaia di giovani russi uccisi e feriti; ha fatto sprofondare la Federazione Russa in una crisi economica che ne sta minando la stabilità politica e soprattutto ne ha disonorato il prestigio internazionale, che nemmeno l’efficace propaganda del Cremlino potrà più restituirle. Dopo oltre quattro anni di feroci bombardamenti di città e infrastrutture civili, con la sua “Operazione Militare Speciale”, Mosca ha conquistato solo un instabile e relativo controllo territoriale di una parte del Donbass, che dopo il famigerato vertice di Anchorage con il presidente Trump, pretende gli venga concesso in toto, inclusi i territori che non controlla, per interrompere i suoi raid missilistici contro i civili.

L’economia della Federazione Russa è in profonda crisi

Russian Federation Inner States

 

Sebbene l’effettiva situazione economica della Russia è mantenuta segreta, così come le conseguenze degli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere, Mosca ha già utilizzato più del 50% del suo Fondo sovrano e la spesa militare ufficiale nel 2025 è quintuplicata rispetto a quella del 2021. I dati ufficiali non tengono conto dei costi aggiuntivi legati al mantenimento dei territori ucraini occupati, del supporto alle regioni di confine, delle conseguenze economiche delle infrastrutture petrolifere distrutte, dei pagamenti di indennizzo alle truppe e alle loro famiglie.

Le vendite di materie prime energetiche, che rappresentano il 50% di quelle statali, si sono drasticamente ridotte, nonostante gli acquisti di Cina, India e di tutti quei Paesi, anche europei, che bypassano le sanzioni. Proprio a causa della guerra, i ricavi russi da petrolio e gas sono diminuiti del 30% su base annua a novembre 2025, impattando sul reale onere bellico che in questo scenario si assesta intorno al 10% del PIL, un livello prossimo alla spesa che negli anni ’80 veniva sostenuta da tutta l’Unione Sovietica.

I russi ritirano miliardi di rubli dalle banche per timore di una confisca per la guerra

Secondo i dati raccolti dal marketplace finanziario russo Banks.ru, nei primi sette mesi del 2026 sarebbero stati ritirati dal sistema bancario l’equivalente di circa 24,4 miliardi di Euro, mentre la domanda di contante continua ad aumentare. Il fenomeno riguarda anche i principali istituti di credito del Paese. Cinque delle sette maggiori banche russe hanno registrato deflussi netti dai depositi dei clienti. A spingere i cittadini a trasformare i depositi in banconote sono i timori legati all’impatto della guerra sull’economia, agli attacchi dei droni ucraini contro raffinerie e infrastrutture e, soprattutto, alla possibilità che lo Stato possa intervenire sui risparmi privati. La domanda di contante ha iniziato ad accelerare a marzo, con circa 300 miliardi di Rubli, poco più di 3 miliardi di Euro, che escono dai conti ogni mese. Dati confermati dalla banca centrale russa, secondo la quale ogni mese vengono ritirati dalle banche miliardi di Rubli, perché molti temono che il Cremlino possa requisire i risparmi per finanziare la guerra in Ucraina.

L’”Operazione Militare Speciale” è diventata insostenibile

La crisi sta colpendo anche i colossi nazionali come Gazprombank, che in quattro mesi ha perso 299,5 miliardi di Rubli, circa 3 miliardi di Euro, pari al 10,8 per cento dei suoi depositi. Rosselkhozbank ha registrato un deflusso di 270,5 miliardi di Rubli, oltre 2,7 miliardi di Euro, con una diminuzione superiore al 15 per cento.

Il Cremlino ha strutturato il proprio PIL per un’economia di guerra, con una spesa stimata15,5 trilioni di Rubli nel 2025, accettando un insostenibile numero di soldati uccisi per effettuare “avanzate” di pochi metri al giorno in aree come Kharkiv. Negli ultimi due anni di sanguinosa invasione, ha conquistato poco più del 2% di territorio ucraino. Con una stima di 1,4 milioni di mezzi distrutti dall’esercito di Kyiv, la Russia ha praticamente esaurito le sue riserve di equipaggiamento di epoca sovietica, e conta sempre più sul sostegno dei suoi alleati, Xi Jinping e Kim Jong-un. Agli attuali tassi di distruzione e abbandono, l’equipaggiamento militare utilizzabile, si esaurirà entro la fine del 2026 o l’inizio del 2027. Nemmeno le forniture militari provenienti da Corea del Nord e Cina possono colmare le crescenti necessità di truppe, lacune in equipaggiamento e munizioni. Mosca dovrà istituire una linea di produzione decennale per dotarsi di almeno 2600 carri armati per sostituire i 4000 distrutti in guerra.

Tutte conseguenze dell’eroica resistenza del popolo ucraino, che oltre a respingere l’invasione dell’esercito russo sta imponendo costi insostenibili dal punto di vista sociale ed economico alla Federazione Russa.

Ma il presidente Putin si rifiuta di fermare la sua guerra di aggressione perché non può riconoscere la sconfitta strategica senza rischiare il collasso politico. Plasmato dalla sua cultura del KGB e rifiutata la caduta dell’Unione Sovietica, qualsiasi accordo di pace che possa essere percepito in modo diverso dalla “vittoria” completa, non è più un’opzione politica a sua disposizione. Un accordo senza la capitolazione di Kyiv delegittimerebbe l’intero regime. Pertanto, l’escalation ibrida non è solo una scelta, ma una necessità.

Con sempre meno giovani da inviare al fronte, unitamente alla rapida riduzione delle dotazioni militari convenzionali da un lato – il sostegno della Coalizione dei Volenterosi che ha sostituito la ritirata dell’Amministrazione Trump e  l’aumento della capacità industriale nel settore difesa europeo – dall’altro lato, per la Russia la guerra ibrida diventa non solo conveniente, ma necessaria: l’unico vero strumento di Mosca per imporre costi, esercitare pressione contro l’UE e mantenere l’illusione di capacità offensiva.

2026: l’anno dell’escalation ibrida russa

Una potenza in declino è spesso più pericolosa di una in ascesa. Di fronte a una spirale economica e a forze convenzionali in esaurimento, il presidente Vladimir Putin sta entrando in un contesto di massimo pericolo. L’Europa deve essere pronta ad affrontare scenari distopici, ma possibili come il cambiamento di fronte di Washington con il ritorno alla Casa Bianca del presidente Trump: non solo a quello con una Russia in ripresa, ma anche a scenari con Mosca disperata a causa delle capacità di attacco ucraine.

Con le operazioni militari convenzionali divenute sempre più economicamente insostenibili, la guerra ibrida, meno costosa e condotta da un numero altamente inferiore di risorse umane, diventa l’unico strumento di escalation accessibile alla Russia. La debolezza economica del Cremlino in ambito militare convenzionale lo costringe a ricorrere maggiormente a tattiche ibride in sostituzione delle capacità militari che non possiede più. Un’escalation che è già visibile in tutti i domini: cibernetico, aerospaziale, marittimo, terrestre e soprattutto cognitivo.

La Russia sta conducendo una guerra non convenzionale contro l’Europa. Attraverso la sua campagna di sabotaggi, vandalismo, spionaggio e azioni segrete, l’obiettivo di Mosca è quello di destabilizzare i governi europei, minare il sostegno pubblico all’Ucraina imponendo costi sociali ed economici all’Europa e indebolire la capacità collettiva di una NATO terremotata dall’Amministrazione Trump e dell’Unione Europea di rispondere all’aggressione ibrida russa. Questa guerra non asimmetrica ha iniziato a intensificarsi nel 2022 parallelamente all’invasione dell’esercito russo dell’Ucraina. Sebbene il Cremlino non sia finora riuscito a raggiungere il suo obiettivo primario, le capitali europee hanno faticato a rispondere alle operazioni di sabotaggio e hanno trovato difficile concordare una risposta unitaria, coordinare le azioni, sviluppare misure di deterrenza efficaci, attribuire e imporre costi di ritorsione a Mosca.

L’escalation della guerra ibrida russa si sta manifestando principalmente attraverso 4 forme specifiche:

  1. Il Confronto informativo (Information Confrontation), termine usato nei circoli strategici e militari russi per descrivere il loro approccio all’uso delle informazioni, sia in tempo di pace che in conflitto. Il Cremlino effettua operazioni di influenza maligna, disinformazione, guerra psicologica soprattutto attraverso lo spettro della minaccia di ricorrere all’uso di armi nucleari, tutte coerenti con la nuova formulazione strategica della Russia, tranne il ricorso al nucleare previsto solo in caso di minaccia esistenziale della Russia (e non della sopravvivenza politica del regime putiniano). L’ecosistema informativo russo è composto da diversi pilastri che rispondono direttamente alle tre Agenzie di intelligence principali: il Servizio di Sicurezza Federale (FSB), che si occupa di sicurezza interna e controspionaggio; il Servizio di Intelligence Estera (SVR), responsabile dello spionaggio all’estero; e la Direzione principale delle informazioni (GRU), il Servizio di intelligence militare. Attraverso un approccio ecosistemico mirano a influenzare l’opinione pubblica e destabilizzare la società, impiegando tecniche idonee a sostenere il conflitto che il Cremlino mantiene costantemente attivo, a prescindere dallo stato delle relazioni con il nemico, contro le democrazie occidentali, con l’obiettivo generale di indebolire la coesione internazionale tra gli Stati Uniti e l’Europa, dei loro alleati e partner commerciali, e di attaccare gli avversari percepiti dalla Russia.

    Federal’naja služba bezopasnosti FSB

  2. La coercizione con l’aumento di dimostrazioni militari convenzionali, che diventano sempre più minacciose. Violazioni sempre più aggressive dello spazio aereo e navale di Paesi membri della NATO, come quelli effettuati quest’anno in Polonia, nei Paesi baltici e nel Golfo di Finlandia. Inoltre, l’incremento della guerra psicologica creata attraverso la retorica nucleare per mettere sotto pressione i cittadini e le istituzioni europee. Il messaggio trasmesso da Mosca: sostenere l’Ucraina rischia un’escalation diretta con la Russia, quindi interferire con il “piano di pace TrumPutiniano” concordato ad Anchorage (capitolazione di Kyiv), oltre a essere costoso, è rischioso.

    Služba vnešnej razvedki – SVR – Ruska zunanja obveščevalna služba

     

  3. Il sabotaggio che sta prendendo di mira l’infrastruttura produttiva europea in espansione per la difesa e le catene di approvvigionamento dirette in Ucraina. Con l’aumento delle fabbriche di munizioni continentali e la maggiore visibilità delle reti logistiche, queste diventano obiettivi primari, come descritto nel report dell’IISS di Londra “The Scale of Russian Sabotage Operations Against Europe’s Critical Infrastructure”. Sono facilmente prevedibili attacchi progettati per devastare territori con incendi, danneggiare sistemi di trasporto e infrastrutture logistiche, ritardare le consegne di armi, aumentare i costi della sicurezza e della deterrenza per costringere i governi europei a dirottare le risorse dal sostegno all’Ucraina alla protezione interna.

    Glavnoe razvedyvatel’noe upravlenie GRU

  4. La sovversione, in particolare le attività FIMI “Foreign Information Manipulation and Interference” si intensificheranno drasticamente durante le prossime elezioni europee e statunitensi, come abbiamo visto in quelle svoltesi in Ungheria all’inizio del 2026, estendendo l’ingerenza nelle elezioni europee e di medio termine negli Stati Uniti. I Partiti populisti filorussi di estrema destra, che si ispirano anche alle politiche MAGA dell’Amministrazione Trump e che strumentalizzano i flussi migratori, godono già di sondaggi in crescita in alcune importanti nazioni europee. L’utilizzo dei flussi migratori come strumento di pressione geopolitica e di guerra ibrida da parte della Russia costituisce una tattica volta a destabilizzare i confini dell’Unione Europea e a creare instabilità politica interna nei paesi occidentali. Mosca ha impiegato questa strategia in vari teatri operativi: al confine orientale (Finlandia e Polonia-Bielorussia) ha orchestrato e favorito il transito di migranti privi di documenti (provenienti da Medio Oriente, Africa e Afghanistan) diretti verso le frontiere di Polonia, Estonia e Finlandia (quest’ultima presa di mira in risposta all’adesione alla NATO), forzando la chiusura temporanea dei confini. Mosca influenza i flussi migratori dall’Africa attraverso azioni dei gruppi paramilitari e la repressione interna, alimentando insicurezza e persecuzioni, spingendo intere popolazioni a fuggire verso il Mediterraneo, indirizzando enormi flussi di migranti irregolari verso le frontiere UE come ritorsione politica. Attraverso accordi con le giunte militari nel Sahel (come in Niger) e in Cirenaica (Libia), la Russia ha esteso la propria influenza sulle principali direttrici africane del transito migratorio verso il Mediterraneo. Questa posizione di controllo nei nodi logistici del deserto consente a Mosca di esercitare una leva di condizionamento asimmetrico e continuo nei confronti dell’Italia, della Grecia e della Spagna, mettendo in crisi il fianco meridionale della NATO. Ogni punto percentuale e ogni messaggio politico amplificato a vantaggio dei Partiti populisti e nazionalisti europei offre alla Russia la speranza di indebolire la Coalizione dei Volenterosi, l’efficacia delle sanzioni e la determinazione politica dei governi europei.

La Guerra nella Zona Grigia

La dottrina militare russa integra profondamente il sabotaggio delle infrastrutture nazionali critiche nella “gibridnaya voyna” (guerra ibrida). Le infrastrutture critiche europee sono particolarmente vulnerabili al sabotaggio poiché versano in condizioni pessime a seguito di decenni di manutenzione rinviata e della mancanza di investimenti da parte dei governi nazionali e del settore privato. La Russia ha preso di mira le infrastrutture critiche per ottenere un vantaggio strategico diretto nella sua guerra in Ucraina e nell’ambito del suo più ampio conflitto con l’Occidente. Sebbene alcune iniziative, come l’operazione marittima della NATO “Baltic Sentry” nel Mar Baltico, si siano rivelate in qualche modo efficaci, la mancanza di fondi e risorse ha impedito alla NATO e all’UE di adottare e sostenere una risposta a lungo termine. Inoltre, di fronte a priorità concorrenti in materia di sicurezza nazionale (con la questione immigrazione tornata a essere strumento di propaganda elettorale), non è chiaro se tutte le capitali europee abbiano compreso la pericolosità delle minacce, e quante siano realmente impegnate a scoraggiare la guerra non convenzionale della Russia contro l’Europa.

La Russia si è preparata e ha scatenato un’escalation di attacchi nello spazio geopolitico tra pace e guerra in cui attori statali o non statali svolgono attività per promuovere gli interessi nazionali russi e indebolire l’Europa senza innescare una risposta militare. Le attività nella zona grigia baltica ed europea si moltiplicheranno ulteriormente e possono anche creare le condizioni per plasmare il contesto strategico per una guerra futura, rimanendo al di sotto della soglia che provocherebbe una risposta militare immediata da parte della NATO.

Incidenti o sabotaggi?

3D-attack model

 

Anche in questa estate 2026, caratterizzata da temperature estreme in tutto il continente, si stanno verificando una lunga serie di strani “incidenti” in tutta Europa. Nel giro di una sola settimana, Paesi della NATO hanno assistito a una straordinaria serie di sinistri, violazioni dello spazio aereo, esplosioni riguardanti la produzione di munizioni, le infrastrutture energetiche, le strutture militari e diverse operazioni di intelligence russa.

Polonia

Il 7 agosto, i servizi di sicurezza polacchi hanno arrestato un cittadino russo, reclutato dai servizi segreti russi, il cui compito era giustiziare un uomo con cittadinanza americana e ucraina, nella città di Varsavia.
Secondo il Primo Ministro Donald Tusk questa è la prima volta che qualcuno agendo su ordine russo tenta di uccidere un cittadino americano sul territorio di un altro paese della NATO.

Germania

Il 5 agosto, un drone armato di esplosivi è stato trovato vicino a una pista dell’aeroporto di Lipsia/Halle, accanto a un aereo cargo ucraino della Antonov Airlines. Due giorni dopo, due droni sono stati avvistati sopra la base della Bundeswehr a Mechernich. È possibile che dietro all’evento ci sia una rete russa che agisce da tempo in Europa.

Italia

Il 13 agosto un incendio nel reparto compressione della polvere dell’impianto KNDS Ammo Italy a Colleferro, a sud-est di Roma, seguito da un’enorme esplosione, per fortuna senza causare vittime nonostante la deflagrazione sia avvenuta mentre l’impianto era in piena attività. Lo stabilimento ex Simmel Difesa di Colleferro, vicino a Roma, produce munizioni di medio e grosso calibro per la difesa terrestre e navale, combustibili solidi per vettori aerospaziali, munizioni d’artiglieria da 155 mm fornite all’Ucraina tramite partner europei. L’incidente si è verificato nel reparto “pressatura polveri” e stando alle prime testimonianze sarebbe partito da una pressa esplosa durante la lavorazione. Nonostante il ministro della Difesa Guido Crosetto escluda si sia trattato di un attentato,  bisogna attendere la conclusione delle indagini, soprattutto a livello di intelligence, per non rimanere nell’incertezza su un possibile attacco ibrido russo. I dubbi rimangono, considerato il contesto della lunga serie di “incidenti anomali” e l’evidenza data alla notizia dell’esplosione a Colleferro da tutti i social media e i canali news russi.

Olanda

Nella mattinata del 13 agosto 2026, nel giro di poche ore nel porto olandese di Rotterdam, il più grande d’Europa: un incendio a un trasformatore, un grave blackout, una chiusura d’emergenza della raffineria ExxonMobil a Botlek, e una contemporanea esplosione mortale nell’impianto della raffineria e terminal Gunvor Energy (a circa 10 chilometri di distanza), che ha ucciso un lavoratore e ne ha feriti sei.

Sono tutti incidenti dalle circostanze non chiare e sotto investigazione da parte delle autorità, ma non sorprenderebbe se la Russia fosse responsabile di qualcuno di questa ondata straordinaria di “incidenti” anomali e attacchi dolosi che l’Europa sta fronteggiando. In precedenza, oltre a tutti i sabotaggi elencati nel report dell’IISS di Londra, si possono citare: IKEA incendiata a Vilnius, attacco doloso a un magazzino collegato a forniture all’Ucraina a Londra, sabotaggi contro obiettivi militari e industriali in Germania, a infrastrutture nella Repubblica Ceca, a sistemi ferroviari europei, ordigni incendiari inviati attraverso le reti logistiche europee – inclusi dispositivi che sono detonati o incendiati in Germania, Polonia e Gran Bretagna.

Certo, si può sostenere che si tratta di episodi isolati. Tuttavia, investigatori e tribunali europei hanno collegato molteplici operazioni di sabotaggio direttamente a reti organizzate o coordinate dall’intelligence russa.

Questa è la forza della guerra ibrida: funziona facendo sempre presumere che si tratti di incidenti e coincidenze, mantenendosi al di sotto della soglia a cui ogni singolo evento richiederebbe una risposta cinetica. Ogni evento, preso singolarmente, è negabile. Solo la sequenza ne tradisce la strategia.

L’Europa sta di nuovo fallendo nella interpretazione dei dati di intelligence?

Political map of European Union member states. 27 EU member States, after United Kingdom left. Special member State territories are not included

 

Nonostante i tentativi di alcuni governi di minimizzare la minaccia ibrida del Cremlino, secondo molteplici Agenzie di intelligence USA ed europee, Mosca non solo non vuole porre fine al conflitto contro Kyiv, ma mira a riprendere tutta l’Ucraina e i Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), riportandoli sotto il controllo del Cremlino. I polacchi ne sono assolutamente convinti. I Paesi baltici pensano di essere i prossimi a essere attaccati. In questo contesto, l’Estonia, anche per ragioni di confine, la Moldova per la numerosa presenza di truppe russe in Transnistria, vivono questa minaccia molto più pressantemente dal febbraio 2022, quando le truppe russe sono entrate in Ucraina. Minaccia che ha recentemente portato Vilnius a preparare e comunicare ai propri cittadini piani di evacuazione della capitale in caso di invasione.

Un’analisi dell’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli”, rivela che nonostante la disponibilità di tecnologie innovative, i problemi analitici dell’allarme e la natura dei fallimenti di intelligence, sono cambiati molto poco. Lo abbiamo visto con la sottovalutazione di tutti i segnali precedenti all’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 e con l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023.

Atti fra i più cruenti della storia che hanno preso di sorpresa le Agenzie di intelligence e colpito in maniera generale solo civili, facendo scoppiare guerre asimmetriche tra Stati, e tra Forze armate statali e battaglioni delle organizzazioni terroristiche strutturate come veri eserciti. Questi terribili episodi, l’11 settembre 2001 negli USA, il 7 ottobre del 2023 in Israele, il 24 febbraio 2022 in Ucraina, sono momenti chiave non solo nella storia recente ma anche dal punto di vista del processo di allarme perché, oltre ad aver rivelato la potenza distruttiva di questi nuovi gruppi armati senza nazione, della deception (inganno) e inaffidabilità della Russia, hanno dato inizio a guerre fra eserciti regolari (Russia vs Ucraina) e fra eserciti regolari e la nebulosa delle varie ramificazioni terroristiche di matrice islamica, che hanno dichiarato guerra all’Occidente, alla democrazia e al nostro modo di intendere la vita.

Tutti questi attacchi a sorpresa che hanno stravolto i paradigmi della sicurezza globale, non sono da addebitare soltanto al fallimento delle capacità di raccolta e analisi dei dati di intelligence, ma a un fallimento strategico dell’intero sistema politico e di difesa, rispettivamente degli Stati Uniti, europeo e israeliano.

I problemi che continuano a emergere sono sempre gli stessi:

• Scarsa percezione delle minacce emergenti, in particolare dei pericoli a bassa probabilità ma ad alto impatto
• Raccolta di dati inadeguata contro tali minacce
• Errori nella comunicazione tra analisti, Agenzie e decisori politici
• Mancata considerazione di tutti gli scenari, dei punti vista minoritari
• Vulnerabilità all’inganno

La persistenza di queste carenze suggerisce che nonostante la storia continui a offrire informazioni preziose per una comprensione profonda e chiara di un problema o di una situazione complessa, le nuove tecnologie necessitano di un processo decisionale informato attraverso un’analisi approfondita delle conoscenze esistenti, riformulando i problemi e andando oltre le ipotesi per trovare incognite sconosciute e migliorare la comprensione e la pratica dell’intelligence di allerta, sia all’interno della comunità dell’intelligence che negli scenari proposti ai decisori. Decisori e politici che dovrebbero essere preparati a comprendere i temi della sicurezza e della difesa dello Stato, rispettosi dei Testi costituzionali, dei rigidi doveri morali e legali fondamentali che includono la fedeltà allo Stato (che in Italia trova il suo fondamento principale nell’Articolo 54 della Costituzione), l’onestà, la trasparenza e il rispetto delle regole democratiche per garantire il bene comune.

La deterrenza ibrida europea rallentata da nazionalismo e populismo

Malgrado i molteplici attacchi subiti, l’UE nel 2026 non ha dato seguito all’incremento del potenziale di dissuasione specifica e di contrasto alle attività ibride. Politicamente, i partiti di estrema destra e alcuni di estrema sinistra con simpatie filorusse e quelle trumpiane che contrastano l’UE, sono in testa ai sondaggi in un periodo di prossime importanti elezioni nel continente. Questa convergenza di Nazional-Populismo, alimentata anche dalla Casa Bianca e dai tecno-oligarchi statunitensi, sul piano politico europeo sfrutta il disagio economico, la paura dell’immigrazione e la crisi di rappresentanza delle democrazie liberali, e si traduce in opposizione alle istituzioni UE, rifiuto del sistema di sicurezza e difesa comune (PSDC), tentativi di bloccare il sostegno militare all’Ucraina, ripristino dei confini e delle sovranità nazionali.

Economicamente, i governi dell’UE sono stati frenati da una crescita lenta, un’inflazione incrementata dai dazi di Washington e dalla guerra USA-Israele contro l’Iran, che ha ulteriormente e drasticamente ridotto le capacità di approvvigionamento energetico dell’Europa. Militarmente, molti Stati sono solo all’inizio dei loro cicli di rafforzamento dei propri apparati di difesa. Tutto ciò, insieme, limita la loro capacità di adottare una condivisa e decisa risposta alla guerra ibrida del Cremlino, rafforzando la convinzione del presidente Putin che queste tattiche possano avere successo nella frammentazione dell’architettura di sicurezza della NATO, dimostrando che l’Art. 5 del Patto Atlantico non viene più garantito dall’Amministrazione Trump.

L’Europa è stata lenta a costruire una deterrenza ibrida credibile, una capacità che solo ora sta riconoscendo, nonostante i distinguo politici che hanno evidenziato il divario tra resilienza e capacità di stabilire soglie chiare per prevenire, contrastare ed eventualmente reagire ai sempre più frequenti e pericolosi attacchi in “zona grigia”. Per tutti questi motivi, i sempre più frequenti episodi di sabotaggio, attacchi informatici, attività FIMI e guerra cognitiva sono ancora trattati come “incidenti” isolati, piuttosto che come elementi di una dottrina politico-militare ibrida russa (cinese e iraniana), ben evidente e consolidata.

Il presidente Putin scommette su tali errori e falle nei sistemi democratici, e con la sua strategia ibrida sta evidenziando come la NATO e l’Europa non stiano dimostrando la determinazione necessaria per imporre costi significativi contro chi sferra attacchi ibridi al di sotto della soglia dell’Articolo 5. Sin dall’estate 2025 Mosca ha incrementato esponenzialmente gli attacchi nella “zona grigia”, dimostrando che la sua strategia funziona: nessuna entità russa ha dovuto affrontare conseguenze per le misteriose esplosioni nelle fabbriche di armi, per il tranciamento dei cavi nel Baltico, per gli attacchi hacker o per la presenza di droni negli aeroporti o per la campagna di incendi sospetti in diversi territori dell’Unione Europea.

Ormai, solo chi è in malafede può negare che la Russia sta conducendo una guerra ibrida contro l’Europa: sabotaggi, incendi dolosi, attacchi informatici, interferenze GPS, attacchi alla logistica e alle infrastrutture critiche, attività FIMI, spionaggio, complotti di assassinio.

Queste non sono minacce ibride teoriche. Sono pericolosi attacchi di guerra ibrida in “zona grigia”, già sferrati.

Per dimostrare al Cremlino che questa strategia non sia conveniente, non richiede di eguagliare la forza convenzionale della Russia, oltretutto indebolita dal fallimento dell’”Operazione Militare Speciale”: richiede chiarezza su ciò che l’Europa e la NATO non sono più disponibili a tollerare.

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Russlands hybride eskalering

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24 Agosto 2026

For Kreml er hybrid eskalering ikke bare et valg, men en nødvendighet. Hybrid krigføring blir dermed ikke bare fordelaktig, men Moskvas eneste reelle verktøy for å påføre kostnader, legge press på EU og opprettholde illusjonen av offensiv kapasitet.

by Francesco D’Arrigo

President Putin_attends_Meeting_with_permanent_members_of_the_Security_Council_1_April_2025

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LA REPUBBLICA DI CINA – TAIWAN: “L’ISOLA CHE NON C’È”

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24 Agosto 2026

La nuova strategia della Cina per annettere Taiwan: paralisi funzionale senza invasione militare

L’analisi di Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo

La Repubblica di Cina – Taiwan – è uno Stato a riconoscimento limitato dell’Asia orientale, con società democratica pienamente organizzata dotata di un’economia solida e tecnologicamente sofisticata, tale da catalogarlo tra le realtà commerciali di primaria importanza nella regione dell’Indo-Pacifico. Tuttavia, il suo status internazionale rimane oggetto di una controversia che coinvolge direttamente la Repubblica Popolare Cinese, gli Stati Uniti, le principali potenze asiatiche ed europee e, in misura crescente, l’intero sistema economico globale. La rilevanza di Taiwan deriva precisamente dall’intersezione fra questi piani e dalla sua capacità di influire, pur disponendo di un territorio e di una popolazione relativamente limitati, su equilibri di sicurezza, catene globali del valore, tecnologia avanzata, libertà di navigazione e stabilità dell’Asia orientale.

Taiwan Area, political map with capital Taipei. Free Area of the Republic of China (ROC). Provinces and islands groups of Taiwan, located between the East and the South China Sea

 

Caratteristiche istituzionali della Repubblica di Cina e cenni storici

Nel linguaggio ufficiale di Taipei, la denominazione costituzionale dello Stato è Repubblica di Cina, Republic of China (ROC) mentre “Taiwan” è la denominazione comunemente utilizzata per indicare l’isola (con una superficie di 36.197 km² e una popolazione di circa 24 milioni di abitanti). Nella prassi internazionale contemporanea, il sistema politico è l’insieme delle istituzioni che esercitano effettivamente il governo sul territorio. La costituzione della Repubblica di Cina definisce lo Stato come una Repubblica democratica, stabilisce che la sovranità appartiene all’insieme dei cittadini e dispone che le persone in possesso della nazionalità della Repubblica di Cina siano cittadini della stessa. La realtà costituzionale odierna è tuttavia il risultato di una lunga trasformazione storica: la Repubblica di Cina fu fondata nel 1912, in quel periodo storico, Taiwan era sotto il dominio coloniale giapponese in seguito al Trattato di Shimonoseki del 1895, con cui la dinastia Qing cedette Taiwan al Giappone. Dopo la resa del Giappone alla fine della Seconda guerra mondiale, il Giappone cedette Taiwan e Penghu alla Repubblica di Cina. Al termine della guerra civile cinese (durata a fasi alterne dal 1927 al 1949), il governo della Repubblica di Cina si trasferì a Taiwan nel 1949, mentre nella Cina continentale venne costituita la Repubblica Popolare Cinese. Da allora i due sistemi politici hanno seguito traiettorie divergenti. Taiwan ha progressivamente sviluppato un ordinamento democratico pluralista, caratterizzato da elezioni competitive e libere, secondo la comunità internazionale svoltesi sempre legittimamente e senza alterazione dei risultati tramite brogli. Un fattore che nei decenni ha garantito alle istituzioni locali alternanza politica, miglioramento delle libertà civili e istituzioni rappresentative della volontà popolare.

La democratizzazione, completata dopo la fine della legge marziale nel 1987 e consolidata attraverso successive riforme costituzionali, costituisce oggi uno degli elementi centrali dell’identità politica dell’isola. Il sistema istituzionale conserva la particolare architettura prevista dalla Costituzione della Repubblica di Cina, articolata attorno a cinque Yuan (poteri): Esecutivo, Legislativo, Giudiziario, di Esame e di Controllo. Inoltre, combina presidenza direttamente eletta, governo responsabile dell’azione esecutiva e un Parlamento unicamerale, lo Yuan Legislativo. Gli articoli aggiuntivi della Costituzione approvati nel corso dei decenni hanno progressivamente adattato il testo costituzionale alla realtà politica della “free area” della Repubblica di Cina (il termine legale e politico usato dal governo di Taiwan per indicare i territori sotto il suo effettivo controllo, ossia: Taiwan, Penghu, Kinmen, Matsu ed altre isole minori in contrapposizione alla “Mainland Area” che intende la Cina continentale), prevedendo fra l’altro l’elezione diretta del presidente e del vicepresidente da parte della popolazione dell’intera “free area”.

Caratteristiche territoriali e geografiche integrate nella dinamica di sicurezza strategica dell’Indo-Pacifico

Dal punto di vista territoriale, Taiwan è un’isola montuosa situata nella parte occidentale del Pacifico, separata dalla costa sud-orientale della Cina continentale dallo Stretto di Taiwan e collocata strategicamente fra il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale. Dal punto di vista storico, sebbene la seguente cronologia si concentri sulla storia documentata di Taiwan, che risale a circa 400 anni fa, questo territorio è stato abitato dai popoli austronesiani per millenni. Nel XVI Secolo i mercanti, i navigatori europei, i pescatori e pirati cinesi che vi fecero scalo, hanno registrato sulle mappe il nome dell’isola come “Isola Formosa”. Il suo valore strategico è amplificato dalla prossimità al Giappone, alle Filippine e alle principali rotte marittime dell’Asia-Pacifico. La geografia costituisce un asset strategico fondamentale per Taiwan, rendendola contemporaneamente barriera naturale, punto d’osservazione, centro logistico potenziale ed elemento della catena insulare che struttura la proiezione marittima delle potenze dell’Indo-Pacifico. La questione securitaria relativa alla sovranità e al controllo dello Stretto di Taiwan non riguarda perciò esclusivamente i rapporti fra Repubblica Popolare cinese e Repubblica di Cina. Qualunque alterazione dello status quo attraverso coercizione militare, blocco marittimo, interdizione marittima o altre forme di pressione e minacce convenzionali o ibride potrebbe produrre conseguenze immediate sulle economie dell’Asia orientale e le linee di comunicazione marittima e aerea internazionali, oltre a coinvolgere direttamente e danneggiare gli interessi strategici globali. degli Stati Uniti, del Giappone e di altri partner regionali ed europei.

Il problema centrale è la divergenza fra la realtà politica quanto istituzionale di Taiwan e la posizione della Repubblica Popolare Cinese, che considera l’isola parte del proprio territorio e sostiene il principio secondo cui l’esistenza di “una sola Cina” secondo cui «esiste una sola Cina al mondo, Taiwan è parte inalienabile del territorio cinese e il governo della [Repubblica Popolare Cinese] è l’unico governo legittimo che rappresenta l’intera Cina».

PCC Congress

 

Taiwan, invece, governa autonomamente il territorio e difende il proprio sistema democratico con una indomita volontà e capacità di autodeterminarsi. Il punto di maggiore delicatezza consiste pertanto nella gestione dello status quo: una situazione nella quale Taiwan esercita di fatto un’autonoma capacità di governo e mantiene relazioni economiche, culturali, scientifiche e commerciali estese con il resto del mondo, pur disponendo di relazioni diplomatiche formali con un numero limitato di Stati (attualmente, appena 12).

La vasta rete di rapporti diplomatici e geopolitici globali di Taiwan

Nel luglio 2026, per esempio, la chiusura dell’ufficio taiwanese in Papua Nuova Guinea è stata interpretata da Washington, Taipei e l’intero blocco euro-atlantico come l’effetto preoccupante dell’ulteriore manifestazione della pressione diplomatica esercitata da Pechino verso altri attori globali, in materia di relazioni politiche e diplomatiche intrattenute con la Repubblica di Cina. La Cina considera Taiwan, governata democraticamente, parte integrante del proprio territorio e ritiene che Taipei non abbia il diritto di intrattenere relazioni tra Stati, una posizione che il governo di Taiwan non accetta. Nel corso degli anni, attraverso pressioni nei confronti di Stati che intrattengono relazioni diplomatiche formali con Taiwan, la Cina ha progressivamente ridotto il numero di Paesi che riconoscono il diritto all’autodeterminazione di Taiwan. Secondo Reuters, sono rimasti soltanto 12 Stati a intrattenere relazioni diplomatiche formali con la Taipei. È quindi essenziale distinguere fra riconoscimento diplomatico formale e relazioni internazionali sostanziali: l’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali non equivale all’assenza di rapporti economici, tecnologici, culturali, scientifici, parlamentari e soprattutto nel settore della difesa. Taiwan dispone infatti di una vasta rete di rappresentanze e di rapporti non ufficiali con numerosi Paesi. L’economia taiwanese è fortemente integrata nei mercati mondiali e presenta una marcata specializzazione industriale nei settori dell’elettronica, dell’informatica, delle telecomunicazioni, dei componenti avanzati e soprattutto dei semiconduttori. Il ruolo di Taiwan nella produzione di chip avanzati e semiconduttori ha assunto un’importanza sistemica con l’espansione dell’intelligenza artificiale, del cloud computing, dei data center, dell’automotive avanzata, dell’elettronica di consumo e delle applicazioni militari e dual use. La dipendenza globale da determinate capacità produttive localizzate nell’isola ha trasformato i semiconduttori da questione prevalentemente industriale in una componente della sicurezza economica internazionale.

I dati ufficiali taiwanesi mostrano quanto rapidamente l’economia abbia accelerato: secondo il Directorate-General of Budget, Accounting and Statistics, nel primo trimestre del 2026 il PIL reale è cresciuto del 14,55% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, mentre la stima per l’intero 2026 è stata portata al 9,64%. Nello stesso trimestre le esportazioni reali di beni e servizi sono aumentate del 35,76%, sostenute soprattutto dalla domanda connessa all’intelligenza artificiale e alle infrastrutture correlate. Il settore manifatturiero è cresciuto del 26,18%, con un contributo particolarmente rilevante di semiconduttori, computer, elettronica e prodotti ottici. Questi dati non devono essere letti soltanto come indicatori di performance economica, ma come misura della crescente centralità di Taiwan nell’ecosistema tecnologico globale.

La concentrazione geografica di capacità produttive difficilmente sostituibili nel breve periodo genera infatti una particolare forma di interdipendenza: da una parte rende Taiwan indispensabile per numerose filiere industriali mondiali, tuttavia espone l’isola alle conseguenze di una possibile crisi regionale con ripercussioni sull’economia globale. Da qui deriva il concetto di “Silicon Shield”, spesso utilizzato nel dibattito strategico per descrivere la funzione protettiva attribuita alla centralità tecnologica di Taiwan, pur con la necessaria cautela analitica: la rilevanza economica può aumentare i costi di una destabilizzazione, ma non costituisce di per sé una garanzia sufficiente contro la coercizione militare di Pechino.

In un momento in cui il “nazionalismo dei chip” è più forte che mai, la catena di approvvigionamento dei semiconduttori rappresenta la linfa vitale della competizione tra Stati Uniti e Cina. Non si tratta solo di una corsa tecnologica, ma di una battaglia per il dominio strategico. Al centro di questa competizione c’è Taiwan, che svolge un ruolo cruciale nella produzione dei chip più avanzati al mondo. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) è un attore chiave: i suoi chip alimentano qualsiasi nuova tecnologia connessa a Internet, dagli smartphone ai server di intelligenza artificiale (IA) fino ai sistemi militari.

La posizione di leadership di Taiwan nel settore dei semiconduttori, spesso definita “Scudo di silicio”, la protegge davvero o aumenta i rischi che Taiwan deve affrontare? Si tratta di un dibattito complesso, che coinvolge diverse visioni e interessi strategici e che ha implicazioni significative per la sicurezza globale.

Il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump sta creando incrinature preoccupanti allo scudo dei super-chip, Taiwan teme che la nuova politica estera e la postura militare degli Stati Uniti, da un lato evidenziano una forma coercitiva di trasferimento dell’alta tecnologia taiwanese verso gli Usa; dall’altro, l’abbandono dell’”ambiguità strategica” che ha caratterizzato la deterrenza di Washington contro potenziali raid militari di Pechino.

Indice demografico e politiche di cittadinanza

Taiwan è anche una società di dimensioni demografiche considerevoli rispetto alle dimensioni dell’isola. Le proiezioni ufficiali del National Development Council indicano una popolazione complessiva dell’ordine di 23,3 milioni di abitanti, evidenziando un forte processo di invecchiamento. Ancora: la banca dati evidenzia una quota della popolazione con almeno 65 anni superiore al 20%, elemento che impone significative conseguenze sul mercato del lavoro, sul sistema previdenziale, sull’assistenza sanitaria e sulla sostenibilità del modello di sviluppo. La struttura demografica costituisce pertanto una delle vulnerabilità strategiche di medio-lungo periodo: Taiwan dispone di elevato capitale umano e di una società altamente urbanizzata e istruita, ma deve contemporaneamente affrontare il declino demografico, l’invecchiamento e la necessità di attrarre talenti stranieri. Le autorità hanno sviluppato specifiche politiche per l’immigrazione qualificata e per l’attrazione di professionisti internazionali, la legislazione prevede, in determinate condizioni, percorsi di residenza permanente per cittadini stranieri che abbiano risieduto legalmente nel Paese per cinque anni consecutivi con almeno 183 giorni di permanenza annua, oltre a specifici percorsi per professionisti e specialisti stranieri.

La cittadinanza taiwanese richiede una precisazione concettuale particolarmente importante. Il termine “cittadinanza taiwanese” è di uso corrente, ma dal punto di vista giuridico la categoria fondamentale è quella della nazionalità della Repubblica di Cina. La Costituzione stabilisce espressamente che chi possiede la nazionalità della Repubblica di Cina è cittadino della Repubblica di Cina, la disciplina concreta della nazionalità è affidata al Nationality Act, aggiornato nel maggio 2024. La distinzione fra nazionalità, cittadinanza e household registration è particolarmente significativa. L’ordinamento contempla infatti cittadini della Repubblica di Cina privi di household registration a Taiwan (National Without Household Registration, o NWOHR) la cui posizione giuridica non coincide integralmente con quella dei cittadini dotati di registrazione anagrafica nell’area di Taiwan. La registrazione della popolazione svolge dunque un ruolo centrale nella definizione dei diritti amministrativi e nell’accesso a determinati servizi e documenti. Le norme della household registration disciplinano nascita, filiazione, matrimonio, divorzio, trasferimenti, decesso e altri elementi dello status personale. Anche il rapporto fra cittadinanza taiwanese e doppia cittadinanza presenta caratteristiche peculiari: l’ordinamento consente in diverse circostanze il mantenimento o l’acquisizione di una cittadinanza straniera, ma le conseguenze giuridiche dipendono dal percorso attraverso il quale la nazionalità viene acquisita e dalla condizione di household registration. La cittadinanza della Repubblica di Cina, la registrazione della residenza e lo status migratorio costituiscono livelli distinti che devono essere valutati separatamente.

Caratteristiche della società e integrazione tra etnie e culture differenti

Ambassador Ho with Pope Leo XIV – photo AsiaNews

Sul piano sociale, Taiwan combina elementi della tradizione cinese con una forte identità civica e democratica sviluppatasi nel corso della seconda metà del Novecento e consolidatasi nel XXI secolo. La popolazione comprende comunità Hoklo, Hakka, popolazioni indigene austronesiane e discendenti delle diverse ondate migratorie dalla Cina continentale. Le popolazioni indigene sono formalmente riconosciute e rappresentano un elemento essenziale della storia e dell’identità dell’isola. La lingua mandarina costituisce la principale lingua ufficiale dell’amministrazione, mentre il taiwanese Hokkien, l’Hakka e le lingue indigene continuano a essere utilizzati nella società e sono oggetto di politiche di tutela e valorizzazione. Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato americano, sul piano religioso e culturale nell’isola convivono buddhismo, taoismo, religioni popolari cinesi, cristianesimo e forme di secolarizzazione, in un contesto caratterizzato da elevata libertà religiosa.

Un forte segnale di riconoscimento della Repubblica di Cina (Taiwan) è arrivato dal Vaticano lo scorso 23 luglio, quando il nuovo ambasciatore presso la Santa Sede, Anthony C. Y. Ho, da cattolico è stato ricevuto dal Santo Padre per presentare personalmente le proprie credenziali a Sua Santità Leone XIV.

Le identità individuali e collettive taiwanesi sono state profondamente influenzate dalla democratizzazione, dalla generazione successiva al periodo d’applicazione della legge marziale (White Terror Period), della separazione politica dalla Cina continentale e dalla crescente centralità di un’identità civica specificamente taiwanese. Questo processo identitario ha importanti implicazioni strategiche perché incide direttamente sulla percezione della minaccia, sulla disponibilità della popolazione a sostenere politiche di difesa e resilienza e sul dibattito interno relativo ai rapporti con Pechino.

Le sfide all’indipendenza

Cyber-Conflict-in-the-Taiwan-Strait-An-In-Depth-Analysis-of-the-China-Taiwan-Hacker-War

 

La sicurezza e la difesa dell’indipendenza di Taiwan comprendono una componente militare tradizionale ma non può essere esaurita in essa. La resilienza nazionale include la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza energetica, la diversificazione delle catene di approvvigionamento, la cybersecurity, la capacità di contrastare campagne di disinformazione, la continuità istituzionale in caso di crisi, la protezione delle reti finanziarie e la capacità della popolazione civile di affrontare interruzioni prolungate di servizi primari. La dimensione cibernetica assume particolare rilievo perché Taiwan è contemporaneamente una delle società più digitalizzate dell’Asia e uno dei principali obiettivi di operazioni di influenza e cyberattacchi attribuiti a soggetti collegati alla Repubblica Popolare Cinese. La difesa dell’isola deve pertanto essere considerata come un sistema integrato nel quale capacità militari, resilienza civile, tecnologia, intelligence, diplomazia e coesione sociale concorrono alla deterrenza.

Sul piano militare, Taiwan ha progressivamente orientato la propria pianificazione verso la capacità di rendere estremamente costoso qualsiasi tentativo di coercizione o aggressione, sviluppando e integrando sistemi occidentali missilistici, difesa aerea, capacità navali e aeree, sistemi senza pilota, guerra elettronica, cyber e forme di mobilitazione della società civile. La geografia rende però il problema estremamente complesso: uno scenario di conflitto non assumerebbe necessariamente la forma di una semplice invasione anfibia, ma potrebbe includere diverse tipologie di azioni coercitive ibride, blocco o quarantena marittima, attacchi selettivi contro infrastrutture, guerra economica, operazioni cibernetiche. Per questo motivo, nel dibattito strategico internazionale Taiwan è divenuta un laboratorio nel quale si intrecciano deterrenza convenzionale, guerra e minacce ibride, sicurezza economica e competizione tecnologica. Il rapporto con gli Stati Uniti rappresenta uno dei principali pilastri esterni della sicurezza taiwanese, sebbene l’Amministrazione Trump47 abbia cambiato policy e non intrattenga più relazioni diplomatiche formali con Taipei. Il quadro è quello di una relazione caratterizzata da profondi legami economici e tecnologici, sostegno alla capacità di autodifesa taiwanese e una deliberata ambiguità strategica riguardo alle modalità di una possibile risposta americana a un attacco contro l’isola.

Parallelamente, il Giappone considera la stabilità dello Stretto di Taiwan rilevante per la propria sicurezza, mentre le Filippine sono geograficamente coinvolte in eventuali scenari di crisi a causa della vicinanza delle proprie isole settentrionali a Taiwan. La questione taiwanese è dunque divenuta parte integrante dell’architettura di sicurezza dell’Indo-Pacifico. Anche l’Europa, pur essendo geograficamente distante, possiede interessi diretti. L’Unione Europea e i suoi Stati membri hanno un interesse economico nella continuità delle catene tecnologiche e commerciali asiatiche e un interesse strategico più ampio nel mantenimento della libertà di navigazione, della stabilità regionale e del rispetto delle norme internazionali.

La nuova strategia DELLA CINA per annettere Taiwan: paralisi funzionale senza invasione MILITARE

La strategia cinese per provocare il default di Taiwan attraverso la quarantena marittima, aerea ed energetica.

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L’architettura geopolitica dello Stretto di Taiwan si è trasformata da teatro di potenziale conflitto a teatro di crisi attiva e gestita. Comprendere questo cambiamento richiede di andare oltre i titoli di giornale che parlano di “invasione” e di addentrarsi nella realtà concreta della paralisi funzionale. Gli eventi dell’ultimo anno, in particolare le massicce escalation militari di fine 2025 e la successiva normalizzazione della pressione ad alta intensità, hanno rivelato che la Repubblica Popolare Cinese (RPC) sta attuando una strategia sofisticata, concepita per vincere senza un tradizionale attacco “Giorno Zero”.

La strategia della paralisi contro il mito dell’invasione

La svolta dottrinale della Repubblica Popolare Cinese: la nuova strategia della paralisi di Taiwan. Mentre la deterrenza occidentale è stata storicamente “incentrata sull’invasione”, concentrandosi sull’impedire uno sbarco anfibio attraverso lo Stretto di Formosa, Pechino ha modificato le modalità di “assedio” su uno strangolamento graduale. Utilizzando una “quarantena funzionale“, l’Esercito Popolare di Liberazione e la Guardia Costiera cinese (CCG) mirano a sopprimere il potere decisionale di Taiwan e a frammentare le alleanze internazionali attraverso l’isolamento ibrido delle soglie di sovranità.

Le esercitazioni Justice Mission 2025, che si sono svolte nel dicembre 2025, sono state una lezione magistrale tecnica in questo approccio. Queste esercitazioni non hanno solo simulato una guerra; hanno sperimentato le condizioni per l’isolamento funzionale di Taiwan. L’Esercito Popolare di Liberazione ha dimostrato di poter normalizzare le zone ristrette e i protocolli di “ispezione di sicurezza” che innescano un’immediata volatilità nei mercati globali del trasporto marittimo e assicurativo.

L’ibrido cinetico-legale: la zona contigua di 24 miglia nautiche

Un concetto fondamentale che ora domina la sicurezza del teatro operativo è l’erosione delle soglie di sovranità. Il 30 dicembre 2025, l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) ha lanciato 27 razzi dal Fujian, di cui 10 sono atterrati direttamente all’interno della zona contigua di Taiwan di 24 miglia nautiche. 

Non si è trattato di un atto di aggressione casuale, bensì di una mossa calcolata per ridefinire la giurisdizione marittima. Integrando le navi della Guardia Costiera cinese (CCG) e dell’Amministrazione per la Sicurezza Marittima (MSA) in queste operazioni, Pechino inquadra l’invasione cinetica come “applicazione della legge interna”. Ciò crea un “vuoto decisionale” per gli Stati Uniti e i loro alleati: intervenire contro un'”azione di polizia” rischia di farli apparire come aggressori, mentre non fare nulla permette alla Repubblica Popolare Cinese di cancellare di fatto lo status internazionale dello Stretto.

Fragilità energetica: riserve GNL di 11 giorni

Una delle vulnerabilità più significative individuata è l’insicurezza energetica di Taiwan. L’isola attualmente dipende dal gas naturale liquefatto (GNL) per circa il 42-47% della sua produzione di elettricità, che a differenza del carbone o del combustibile nucleare, è difficile da stoccare.

Si stima che le attuali riserve di GNL di Taiwan possano durare solo 11 giorni in condizioni di normale utilizzo invernale e, potenzialmente, solo 7 giorni durante il picco della domanda estiva. Pechino è consapevole di questo “orologio energetico“. Mettendo a rischio gli accessi ai porti di Kaohsiung e Taichung con il lancio di razzi PHL-16, può innescare un collasso sociale e industriale senza mai far sbarcare un singolo soldato sull’isola.

Lo “scudo di silicio” e l’apocalisse economica

Flag of USA and China on a processor, CPU or GPU microchip on a motherboard. US companies have become the latest collateral damage in US – China tech war.

 

L’interesse della comunità globale in questo conflitto è radicato nel monopolio dei semiconduttori. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) detiene attualmente circa il 70% della quota di mercato globale delle fonderie e produce oltre il 90% dei chip più avanzati al mondo.

Il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha avvertito che qualsiasi interruzione di questa produzione costituirebbe un'”apocalisse economica”, paralizzando tutto, dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale all’industria automobilistica e della difesa. Tuttavia, questa interdipendenza lega anche la Cina, che si affida ai chip taiwanesi per la propria produzione. La strategia della paralisi mira a esercitare una pressione coercitiva sufficiente a costringere Taipei alla capitolazione, ma non così forte da innescare una depressione globale.

Dominanza cognitiva: la narrazione dell’inevitabilità

Nel dominio digitale, la Repubblica Popolare Cinese sta conducendo una intensa guerra cognitiva. Attraverso la dottrina delle Tre Guerre, Pechino ha diffuso oltre 2,3 milioni di messaggi e deepfake video di disinformazione rivolti alla popolazione taiwanese. L’obiettivo è quello di creare una “Dottrina dell’inevitabilità”, convincendo il mondo che la riunificazione sia un destino storico e ineluttabile. Questa dottrina è sempre più supportata da deepfake generati dall’intelligenza artificiale e da narrazioni coordinate di “scetticismo statunitense” volte a suggerire che Washington alla fine abbandonerà Taipei.

Risposta politica: dall’ambiguità strategica all’allineamento preventivo

Infine, l’evoluzione della politica degli Stati Uniti e dei loro alleati si sta muovendo verso un allineamento preventivo. Il National Defense Authorization Act 2026 (NDAA 2026), firmato e convertito in legge alla fine del 2025, ha autorizzato 1 miliardo di dollari per la Taiwan Security Cooperation Initiative e ha incaricato il Dipartimento della Difesa di valutare e rafforzare le infrastrutture digitali critiche di Taiwan. Inoltre, la strategia di difesa di Taiwan si sta orientando verso il modello “Porcospino“, concentrandosi su sistemi asimmetrici mobili, numerosi e letali come mine navali e missili antinave

La violazione delle 24 miglia nautiche ridefinisce le soglie di sovranità

Il lancio di 10 razzi all’interno della Zona Contigua di 24 miglia nautiche a Sud-Ovest di Taiwan rappresenta un momento cruciale per il diritto marittimo internazionale e la stabilità regionale. Ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), la Zona Contigua è l’area in cui uno Stato costiero può esercitare il controllo necessario per prevenire e punire le violazioni delle proprie leggi doganali, fiscali, sull’immigrazione o sanitarie. Posizionando sistemi d’arma all’interno di questa zona, in particolare vicino alle vie di accesso al porto di Kaohsiung, la Repubblica Popolare Cinese ha reso noto che il controllo amministrativo di Taiwan è inesistente. Il Ministero della Difesa Nazionale di Taiwan ha riferito che questi impatti si sono verificati a una distanza di circa 22,4 miglia nautiche dalla costa. Questa vicinanza fa scattare immediatamente le clausole di “Forza Maggiore” nei contratti di navigazione internazionali. Secondo il Baltic and International Maritime Council (BIMCO), qualsiasi attività cinetica all’interno della zona contigua di uno Stato consente la rivalutazione immediata dei premi per il “Rischio di Guerra“. Questo è il meccanismo di “paralisi“: Pechino non ha bisogno di colpire una nave; le basta dimostrare di essere in grado di colpire vicino alle rotte delle navi per innescare un blocco commerciale, esattamente quello che sta facendo l’Iran nello Stretto di Hormuz.

Interdizione ibrida incentrata sull’artiglieria: la nuova logica del blocco

L’operazione del dicembre 2025 dimostra che l’Esercito Popolare di Liberazione ha raggiunto l’obiettivo dell'”interdizione incentrata sull’artiglieria”. Tradizionalmente, un blocco navale richiede una “presenza navale ravvicinata” (navi che bloccano fisicamente i porti) o un “blocco a distanza” (intercettazione di navi in ​​punti strategici come il Canale di Bashi). L’ architettura di Pechino attraverso la minaccia sistemi di lancio multiplo di razzo (MLRS) PHL-16 consente un “blocco virtuale”. Il PHL-16 può lanciare una varietà di munizioni, tra cui razzi da 300 mm con una gittata fino a 130 km e razzi da 370 mm con una gittata fino a 300 km, oltre che razzi più avanzati e di calibro maggiore come il missile balistico tattico Fire Dragon480 da 750 mm, che ha una gittata fino a 500 km, secondo quanto riportato dall’Esercito Popolare di Liberazione. A seconda della situazione, il sistema può essere configurato per trasportare otto razzi guidati da 370 mm o due missili balistici tattici Fire Dragon 480 da 750 mm. Ad utilizzare il PHL-16 sono il 71, 72 e 73esimo Gruppo del PLA, le tre unità di terra sotto l’Eastern Theatre Command responsabili della difesa dello Stretto di Taiwan.

La guerra psicologica: la chiusura dello spazio aereo

Contemporaneamente ai lanci dei razzi all’interno della Zona Contigua di 24 miglia nautiche, l’Amministrazione dell’Aviazione Civile della Cina (CAAC) emanò il NOTAM A3912/25: Spazio aereo temporaneamente chiuso – Amministrazione dell’Aviazione Civile della Cina – Dicembre 2025 relativo alle aerovie nello spazio aereo controllato da Taiwan, citando “esercitazioni militari non specificate”. Ciò ha causato la cancellazione e il dirottamento di 892 voli nell’arco di 24 ore. Non si è trattato di un semplice effetto logistico collaterale, bensì di un’operazione psicologica calibrata nei minimi dettagli. Interrompendo il flusso di persone e merci di alto valore (come i componenti semiconduttori), Pechino ha sperimentato come provocare l’isolamento di Taipei. Secondo l’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA), lo Stretto di Taiwan è uno degli spazi aerei più congestionati al mondo e che anche un’interruzione di sole 48 ore provoca un ritardo a cascata nell’intera rete aerea indo-pacifica.

Il “Cordone Grigio”: integrazione tra navi civili e militari il pretesto delle Forze dell’Ordine per la guerra ibrida marittima

L’evoluzione tattica osservata nel dicembre 2025 ha segnalato più di una semplice impennata militare; ha inaugurato la fase del “Cordone Grigio“. Mentre la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN) fornisce la superiorità cinetica, il comando operativo è stato trasferito alla Guardia Costiera cinese (CCG) e all’Amministrazione per la Sicurezza Marittima (MSA). Pechino integra le forze dell’ordine civili in un accerchiamento militare ad alta intensità per creare una “Quarantena Funzionale” legalmente ambigua ma operativamente soffocante.

La militarizzazione giurisdizionale della Guardia Costiera cinese (CCG)

Il 29 dicembre 2025, il dispiegamento di 14 navi ufficiali della CCG e della MSA insieme a 13 navi da guerra della PLAN ha dimostrato un approccio sincronizzato a doppio binario. La CCG, he opera sotto il comando della Polizia Armata del Popolo (PAP) e in ultima analisi della Commissione Militare Centrale (CMC), funge da strumento principale per la “Guerra Legale” (San-Zhan). Utilizzando le navi della Guardia Costiera cinese per intercettare il traffico commerciale, la Repubblica Popolare Cinese trasforma un atto di aggressione internazionale in un’“ispezione di sicurezza” interna. Questa trasformazione si fonda sulla Legge sulla Guardia Costiera del 2021, che autorizza l’uso della forza nelle acque rivendicate dalla Cina per prevenire “violazioni della sovranità nazionale”. Nello Stretto di Taiwan, questa legge viene applicata per giustificare gli “abbordaggi amministrativi” di navi sospettate di trasportare “contrabbando”, un termine che il Cremlino e Pechino usano sempre più spesso per descrivere gli aiuti militari difensivi a Taiwan.

Quarantena funzionale: il “blocco navale non dichiarato”

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L’obiettivo primario dell’integrazione della Guardia Costiera cinese (CCG) è quello di attuare una “quarantena” piuttosto che un “blocco”. Secondo il diritto internazionale, un “blocco” è un atto di guerra che richiede una dichiarazione formale e deve essere applicato imparzialmente a tutte le nazioni. Una “quarantena”, invece, come utilizzata dalla Repubblica Popolare Cinese, opera come un’azione di “controllo doganale interno”.

Durante le esercitazioni di dicembre 2025, le navi della Guardia Costiera cinese, in particolare i pattugliatori di classe Zhaojun da 5.000 tonnellate, si sono posizionate all’ingresso delle rotte di traffico dello Stretto di Taiwan. Le imbarcazioni della CCG trasmettevano “Avvisi ai naviganti” sul canale VHF 16, intimando alle navi commerciali di comunicare la propria destinazione e i manifesti di carico alle “Autorità doganali cinesi”. Azioni coercitive che di fatto impongono la giurisdizione della Repubblica Popolare Cinese, che in caso di rifiuto dei comandanti, la CCG si riserva il diritto di abbordare fisicamente la nave o di dirottarla.

La Pechino ha investito ingenti somme per varare la più grande flotta di guardia costiera del mondo, inclusi i pattugliatori di classe Zhaotou da 12.000 tonnellate, più grandi degli incrociatori lanciamissili di classe Ticonderoga statunitensi. Durante l’escalation del 30 dicembre, una nave di classe Zhaotou (CCG 5901) è stata osservata stazionare esattamente sulla linea mediana dello Stretto di Taiwan. La presenza di scafi così imponenti consente alla Guardia Costiera cinese (CCG) di utilizzare tattiche di “speronamento” o “speronamento” contro le navi della Guardia Costiera taiwanese (CGA) senza ricorrere a un conflitto armato. Questa “non letalità cinetica” è il segno distintivo della strategia della paralisi. Essa costringe Taiwan a scegliere tra permettere alla CCG di operare a piacimento o sparare il primo colpo, una mossa che verrebbe immediatamente interpretata dai media statali e dalle reti di disinformazione cinesi come una “provocazione taiwanese”.

Paralisi cognitiva: le “tre guerre” in azione

Il “cordone grigio” è progettato per raggiungere tre obiettivi psicologici:

  • Delegittimazione: far apparire l’Autorità di vigilanza taiwanese (CGA) impotente a proteggere le proprie acque.
  • Esaurimento: costringere gli equipaggi della Marina Militare taiwanese a cicli di allerta elevata che, nel tempo, compromettono la loro prontezza operativa.
  • Ambiguità: creare sufficienti dubbi nelle menti dei responsabili politici statunitensi  e alleati da indurli a esitare nell’impiegare risorse navali contro le navi “civili” della guardia costiera cinese.

Questi strumenti “non cinetici” sono essenziali per mantenere lo stato di paralisi, poiché producono prove visive eclatanti di “controllo” senza innescare i trattati di difesa formali legati alle soglie di “attacco armato” previste dal US-Taiwan Relations Act.

Impatto economico delle ispezioni della Guardia Costiera cinese sulle catene di approvvigionamento “just-in-time”

Il “cordone grigio” prende di mira specificamente le rotte di esportazione dei semiconduttori di Taiwan. Se la Guardia Costiera cinese (CCG) implementasse l’”ispezione obbligatoria” delle navi portacontainer in partenza da Hsinchu o Taichung, la catena di approvvigionamento globale di chip per l’intelligenza artificiale, smartphone e dispositivi medici si troverebbe immediatamente paralizzata. La CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency) ha evidenziato questo collegamento marittimo-logistico come una vulnerabilità primaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. La sola minaccia di tali ispezioni ha causato, nel dicembre 2025, un calo del 4% dell’indice azionario ponderato per la capitalizzazione di mercato di Taiwan (TAIEX) in una singola seduta di negoziazione. L’integrazione della Guardia Costiera cinese (CCG) e dell’Esercito Popolare di Liberazione (MSA) nelle manovre offensive dell’Esercito Popolare di Liberazione rappresenta chiaramente la “logica di quarantena” della Repubblica Popolare Cinese. Operando al di sotto della soglia di un “attacco armato” ma al di sopra della soglia della “normale navigazione”, Pechino ha creato un meccanismo permanente di strangolamento marittimo. A partire da febbraio 2026, la CCG mantiene una “pattuglia di routine” di 6-8 navi all’interno della Zona Contigua di Taiwan, una presenza che è ormai diventata la “linea di base cinese” nello Stretto.

Deterrenza collettiva delle Alleanze

L’offensiva militare e delle forze dell’ordine del 29-30 dicembre 2025 ha rappresentato un banco di prova per l’architettura di sicurezza tra Stati Uniti, Giappone e Australia. Mentre i singoli attori statali hanno emesso rapide condanne, la realtà operativa dei primi mesi del 2026 ha rivelato un significativo “divario decisionale” tra la velocità tattica della Repubblica Popolare Cinese e la sincronizzazione della risposta della coalizione. Con l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) che ha normalizzato le frequenti violazioni della Zona Contigua di 24 miglia nautiche (24 nm), gli Stati Uniti e i loro partner regionali faticano a conciliare la postura “incentrata sull’invasione” con l’emergente realtà della “quarantena funzionale”.

La nuova policy degli Stati Uniti: persistenza tattica contro ambiguità strategica

Gli Stati Uniti hanno mantenuto il loro impegno nelle operazioni di libertà di navigazione (FONOP), ma la cadenza di queste operazioni nel gennaio 2026 ha evidenziato la difficoltà di contrastare l’approccio incrementale. Il 16 e 17 gennaio 2026, il cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke USS John Finn (DDG 113) e la nave idrografica USNS Mary Sears (T-AGS 65) hanno effettuato il primo transito dello Stretto di Taiwan dell’anno. Sebbene la Settima Flotta statunitense abbia definito il transito di routine, l’inclusione di una nave oceanografica di classe Pathfinder indica una maggiore attenzione alla mappatura dell’ambiente sottomarino per contrastare l’attività dei sottomarini della Marina cinese nelle acque profonde dello Stretto. Tuttavia, il Dipartimento della Guerra è stato costretto a riallineare il proprio bilancio per l’anno fiscale 2026 per dare priorità agli obiettivi “America First“, portando alla riduzione o all’eliminazione di diversi programmi di cooperazione in materia di sicurezza a bassa priorità, concentrandosi al contempo sulla “Dissuasione della Cina” come pilastro fondamentale. Questa tensione di bilancio suggerisce che, sebbene la presenza tattica rimanga, la portata della deterrenza “Oltre l’orizzonte” sta affrontando un evidente e dichiarato cambiamento di postura militare e politica estera dell’Amministrazione Trump, anche nei confronti di Taiwan.

Il “Muro del Giappone”: la prossimità come vincolo

Il Giappone rimane il partner della coalizione più vulnerabile a causa della vicinanza geografica delle sue isole Yaeyama a Taiwan, con l’isola di Yonaguni situata a soli 111 chilometri dalla costa principale di Taiwan. In risposta alle esercitazioni del dicembre 2025, il Giappone ha accelerato la sua strategia di “deterrenza tramite negazione”, ma si trova ad affrontare severi vincoli legali e politici.

Il dispiegamento militare di Tokyo nel sud-ovest è progettato per creare incertezza per Pechino, eppure il principale partner commerciale del Giappone rimane la Cina, creando un “paradosso sicurezza-economia”. Inoltre, gli strateghi dell’Esercito Popolare di Liberazione hanno utilizzato con successo l'”azione congiunta Russia-Cina” per limitare le Forze di autodifesa giapponesi (JSDF). Coordinandosi con le esercitazioni a fuoco vivo della Federazione Russa nei territori settentrionali a partire dal 1° gennaio 2026, la Cina ha di fatto costretto il Giappone a dividere il suo focus difensivo, impedendo il pieno ridispiegamento delle risorse nel teatro meridionale.

La “presenza regionale” dell’Australia e la diplomazia delle medie potenze

L’Australia nel 2026 ha adottato una strategia di “Presenza Plus”, nel tentativo di stabilizzare l’Indo-Pacifico attraverso una combinazione di dispiegamenti navali e profondi trattati di sicurezza con i Paesi vicini del Sud-Est asiatico. Il 3 febbraio 2026, le Forze di Difesa australiane (ADF) hanno avviato il loro programma di presenza regionale per il 2026, con le fregate HMAS Warramunga e HMAS Toowoomba partite per esercitazioni nel Mar Cinese Meridionale e nell’Asia orientale.

Contemporaneamente, il 5 febbraio 2026 il Primo ministro Anthony Albanese ha firmato il Trattato di Sicurezza Comune Australia-Indonesia, un importante passo diplomatico volto a impedire alla Repubblica Popolare Cinese di neutralizzare la posizione neutrale dell’Indonesia durante una visita di emergenza a Taiwan. Il ruolo dell’Australia è sempre più incentrato sul garantire che il quadro AUKUS fornisca una “crescita industriale sovrana” e stabilità della sicurezza marittima, anche mentre gli Stati Uniti affrontano i propri cambiamenti politici interni.

La NATO e il “tessuto connettivo” della sicurezza globale

Sebbene Taiwan si trovi al di fuori dell’ambito geografico dell’Articolo 5, la NATO ha iniziato a istituzionalizzare il “tessuto connettivo” tra la sicurezza europea e quella indo-pacifica. La leadership della NATO ha osservato che un conflitto per Taiwan avrebbe un impatto devastante sull’economia globale e potrebbe potenzialmente coinvolgere gli Stati Uniti in un conflitto diretto con una potenza nucleare.

All’inizio del 2026, gli alleati della NATO come il Regno Unito, la Francia e la Germania hanno sincronizzato sempre più le loro dichiarazioni diplomatiche con il SEAE, sottolineando che la stabilità dello Stretto di Formosa è un prerequisito per la sicurezza del commercio globale. Tuttavia, il coinvolgimento operativo delle marine europee rimane limitato a transiti occasionali di “libertà di navigazione”, lasciando l’onere della “risposta cinetica” quasi interamente a Stati Uniti e Giappone.

Il “divario decisionale” è l’arma più efficace della Repubblica Popolare Cinese. Operando nella “zona grigia”, dove le azioni sono troppo aggressive per essere ignorate ma troppo ambigue per innescare una risposta militare immediata, la RPC costringe la coalizione a uno stato di “esaurimento reattivo”. Mentre il presidente Xi Jinping continua a presentare l’unificazione come prerequisito per la “Grande rinascita della nazione cinese”, la coalizione deve decidere se può andare oltre il sostegno retorico per adottare un quadro di risposta automatico e prestabilito. Il mancato superamento di questo divario permetterà alla strategia della paralisi di avere successo non attraverso la battaglia, ma attraverso il peso cumulativo di un’invasione incessante.

La guerra cognitiva e la Dottrina dell’inevitabilità

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Le manovre cinetiche e marittime della fine del 2025 e dell’inizio del 2026 fungono da substrato fisico per una campagna ben più pervasiva: la lotta della Repubblica Popolare Cinese per il dominio cognitivo sulla popolazione taiwanese e sulla comunità internazionale. Questa “Battaglia delle Menti” è orchestrata attraverso la dottrina delle Tre Guerre (San-Zhan), che integra pressione psicologica, manipolazione dei media e inquadramento giuridico per indurre una condizione di “resa preventiva”. A partire dal 9 febbraio 2026, questa campagna è passata dalla propaganda tradizionale a operazioni di influenza ad alta fedeltà, potenziate dall’intelligenza artificiale, progettate per sfruttare le fratture sociali ed erodere la “volontà di resistere”.

La “Dottrina dell’inevitabilità”: forgiare il destino storico

Il fulcro della campagna di disinformazione della Repubblica Popolare Cinese è la “Dottrina dell’inevitabilità”. Dopo le esercitazioni del 29-30 dicembre 2025, il discorso di Capodanno 2026 del Segretario Generale Xi Jinping ha presentato la riunificazione non come un obiettivo politico negoziabile, bensì come un'”inevitabilità storica. Definendo la “Quarantena” come una forza inarrestabile della natura, la Repubblica Popolare Cinese mira a demoralizzare i civili taiwanesi, convincendoli che il sostegno esterno, principalmente dagli Stati Uniti, sia condizionato e, in definitiva, inutile. Questa narrazione è amplificata dalla diffusione da parte del PLA di filmati di combattimento altamente stilizzati. Nel gennaio 2026, la CCTV ha pubblicato video di esercitazioni di “attacco decapitazione” che utilizzavano droni da ricognizione e munizioni di precisione per distruggere obiettivi simulati di alto valore.  Il linguaggio visivo di questi video, filtrato attraverso piattaforme di social media come TikTok e WeChat, è progettato per creare un “livello biologico” di stress, prendendo di mira direttamente l’amigdala per indurre paura e paralisi decisionale.

Deepfake generati dall’intelligenza artificiale e disinformazione sintetica

Il ciclo 2025-2026 ha visto un’impennata nell’uso dell’IA generativa per creare disinformazione iperrealistica. L’Ufficio di sicurezza nazionale di Taiwan (NSB) ha registrato oltre 2,3 milioni di elementi di disinformazione solo nel 2025, una parte significativa dei quali ha utilizzato la tecnologia Deepfake.

Queste risorse sintetiche vengono impiegate in tre vettori specifici:

  • Decapitazione politica: video falsificati di leader taiwanesi che discutono di resa o corruzione interna.
  • Discordia sociale: account “lifestyle” generati dall’IA su Threads e X che guadagnano follower attraverso contenuti innocui prima di virare verso messaggi politici incendiari.
  • Disfattismo militare: “Armate d’acqua su Internet” coordinate che amplificano le immagini delle attrezzature dell’Esercito Popolare di Liberazione per esagerare il “divario di potere” tra le forze contrapposte dello Stretto.

Comportamento inautentico coordinato e basi di “stile di vita”

Un rapporto pubblicato dall’Ufficio di Sicurezza Nazionale di Taiwan nel gennaio 2026 ha identificato il Gruppo Wubianjie e altre società di marketing di terze parti incaricate dall’Esercito Popolare di Liberazione di creare “account dormienti”. Questi account utilizzano anchor generati dall’intelligenza artificiale, spesso donne attraenti o “medici IA”, per costruire fiducia all’interno delle comunità digitali taiwanesi. La strategia è quella dell’influenza “dal centro verso l’esterno”: una volta radicati nel tessuto sociale, questi resoconti possono essere “ribaltati” durante una crisi dinamica per diffondere il panico. Ad esempio, durante le cancellazioni dei voli del dicembre 2025, questi resoconti hanno contemporaneamente promosso la narrazione secondo cui il governo taiwanese aveva “abbandonato” i suoi cittadini all’isolamento militare.

Resilienza cognitiva: la controffensiva di Taiwan

In risposta a questa “soppressione invisibile”, il Ministero della Difesa Nazionale di Taiwan (MND) ha implementato protocolli di “rafforzamento cognitivo”. A partire dal 2025, il programma televisivo militare Juguang Garden ha integrato la formazione all’alfabetizzazione mediatica per tutti i membri delle forze armate. Inoltre, Taiwan ha sfruttato la sua vivace società civile, tra cui il Taiwan FactCheck Center, l’IORG e i Taiwan AI Labs, per smascherare le narrazioni della RPC in tempo quasi reale. Questo modello di resilienza “dell’intera nazione” è progettato per trasformare la popolazione da un bersaglio passivo in una rete di sensori attiva contro le operazioni di influenza straniera.

La simulazione del “deepfake di resa” del presidente di Taiwan Lai

Nel gennaio 2026, l’NSB ha messo in guardia contro uno scenario potenzialmente catastrofico: un deepfake ad alta fedeltà del presidente taiwanese Lai che annuncia un “accordo di pace” negoziato durante un’interruzione di internet causata dal taglio del cavo da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione. Se la Cina riesce a clonare le voci e gli accenti dei leader taiwanesi utilizzando i dati raccolti da aziende come iFlytek, il “divario di autenticità” diventa quasi impossibile da colmare nel vivo di un conflitto cinetico.

La narrativa dello “scetticismo verso gli Stati Uniti”: la frattura dell’Alleanza

Un tema primario delle operazioni cognitive della Repubblica Popolare Cinese all’inizio del 2026 è la promozione dello “scetticismo verso gli Stati Uniti” (Yimeilun). Queste narrazioni sfruttano i dibattiti politici interni statunitensi sulla “condivisione degli oneri” e sulle politiche “America First” per suggerire che l’Amministrazione Trump, alla fine, baratterà la sicurezza di Taiwan in cambio di un accordo più ampio con Pechino. Amplificando spezzoni di politici statunitensi che mettono in discussione il costo della difesa nell’Indo-Pacifico, Pechino mira a creare una “profezia che si autoavvera” di abbandono che innesca la frammentazione politica all’interno di Taipei.

La “Zona Grigia” non è più solo lo spazio di ambiguità e competizione strategica situato tra la pace formale e la guerra aperta, sfruttato per logorare l’avversario tramite azioni sotto-soglia; è una frontiera digitale e psicologica. La capacità della Repubblica Popolare Cinese di normalizzare la Strategia della Paralisi dipende dal suo successo nel dominio cognitivo. Se il popolo taiwanese crede che la resistenza sia inutile – che le energie si esauriranno, che le navi non arriveranno e che l'”inevitabilità” della riunificazione sia un fatto storico – allora il Partito Comunista Cinese ha già vinto.

La battaglia del futuro per le Alleanze (NATO, AUKUS, QUAD) è la neutralizzazione della “repressione invisibile” della Repubblica Popolare Cinese, attraverso una deterrenza collettiva e multidominio in grado di garantire a Taiwan di rimanere un “faro” di democrazia, autodeterminazione e sovranità nell’Indo -Pacifico, anziché essere vittima di una sconfitta lenta e invisibile.

 

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INTERVISTA A S.E. VINCENT Y.C. TSAI – AMBASCIATORE DE FACTO DELLA REPUBBLICA DI CINA (TAIWAN) NELLA REPUBBLICA ITALIANA

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24 Agosto 2026

L’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli” ha avuto l’onore e il piacere di intervistare il Rappresentante della diplomazia taiwanese a Roma, S.E. Vincent Y.C. Tsai, 

di Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo

Focus sulle relazioni politiche e diplomatiche tra Repubblica di Cina e Repubblica Italiana

Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia

Per l’Italia la questione di sicurezza e stabilità di Taiwan presenta un elevato livello di interesse in ragione della condivisione di valori democratici, della struttura industriale nazionale, della presenza di imprese nei settori della meccanica, dell’automotive, della robotica, dell’aerospazio, dell’elettronica e delle tecnologie avanzate, nonché delle potenzialità di cooperazione scientifica, accademica e culturale. Ossia, settori strategici su cui il Sistema-Italia ha interessi di tipo industriale ed economico, oltre che di sicurezza, di primaria importanza. È in questo scenario che assume notevole rilevanza strategica l’Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia: nel linguaggio comune può essere indicato come “Ambasciata di Taipei” ma non in documenti ufficiali, dato il non riconoscimento dell’esistenza dello Stato quale autonomo e indipendente da parte della Repubblica Italiana. Dal punto di vista del diritto diplomatico, l’Ufficio di Rappresentanza di Taipei formalmente non esercita le prerogative di una Ambasciata.

La denominazione ufficiale predisposta ed utilizzata dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Cina è “Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia”, con sede a Roma. Il Ministero degli Esteri taiwanese indica inoltre l’esistenza di un ufficio attivo a Milano, destinato a rafforzare la presenza e l’assistenza di Taipei nel Nord Italia. Il rappresentante dell’Ufficio Consolare di Milano è il Direttore Generale Dott. Riccardo Tsan-Nan LIN. La scelta terminologica che esclude ufficialmente i termini Ambasciata o Consolato riflette precisamente lo status internazionale controverso di Taiwan e la natura delle relazioni con gli Stati che, pur non riconoscendo Taipei come Stato diplomaticamente separato dalla Cina, intrattengono con esso rapporti sostanziali. L’Ufficio romano svolge pertanto molte delle funzioni normalmente associate a una missione diplomatica: rappresentanza politica, promozione economica, rapporti culturali e accademici, cooperazione istituzionale, assistenza consolare, rapporti con media, università, imprese e società civile. Tuttavia, esercita le proprie funzioni attraverso un quadro giuridico e politico differente da quello di una normale ambasciata.

La presenza di una struttura dedicata agli affari economici e di una struttura culturale permette inoltre di considerare la rappresentanza non solto un organismo diplomatico in senso lato, piuttosto uno strumento di diplomazia economica, scientifica, culturale e di public diplomacy. La dimensione economica costituisce una delle direttrici più significative. Taiwan e Italia dispongono di economie differenti ma complementari: l’isola è fortemente specializzata nei settori dell’elettronica, nei semiconduttori e nelle tecnologie digitali, mentre l’Italia possiede competenze consolidate nella meccanica, nella manifattura avanzata, nell’automotive, nella robotica, nel design, nei beni strumentali, nell’agroalimentare, nei servizi e in numerosi comparti del made in Italy. La complementarità può quindi essere tradotta in partnership industriali, trasferimento tecnologico, ricerca applicata e integrazione nelle catene globali del valore. La dimensione culturale e accademica costituisce un secondo asse, sostenuto da scambi universitari, studi sinologici e taiwanesi, cooperazione scientifica e iniziative volte a rafforzare la conoscenza reciproca. In questo quadro assume rilievo anche la decisione dell’Università di Roma Tre di sviluppare un programma di Taiwan Studies in collaborazione con la rappresentanza taiwanese, iniziativa che si inserisce in una più ampia strategia di rafforzamento della ricerca e della visibilità internazionale di Taiwan.

Chi è l’Ambasciatore de facto di Taipei in Italia – S.E. Vincent Y.C. Tsai

Ambasciatore Taiwan S.E. Vincent Y.C. TSAI

Il Rappresentante della diplomazia taiwanese a Roma è, attualmente, l’Ambasciatore de facto S.E. Vincent Y.C. Tsai, indicato ufficialmente dal Ministero degli Esteri della Repubblica di Cina come “Representative” dell’Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia. Il suo nome in lingua cinese è 蔡允中. L’Ambasciatore Tsai è giunto a Roma nel 2023 e ha assunto la guida della rappresentanza in una fase nella quale la relazione fra Taiwan, Cina, Stati Uniti ed Europa è divenuta progressivamente sempre più rilevante nell’agenda strategica internazionale. Il Dott. Tsai ha acquisito la propria formazione di studio nell’ambito delle Scienze Politiche e ha ricoperto precedenti incarichi diplomatici negli Stati Uniti e in Giappone.

La sua attività in Italia si caratterizza dal principio per un forte impegno esercitato allo scopo di rafforzare i rapporti bilaterali in ambito economico, scientifico, culturale e politico tra i due Stati, con particolare attenzione alle convergenze fra le rispettive strategie di sviluppo e le possibilità di cooperazione industriale. In una fase iniziale del suo mandato, Tsai ha indicato la possibilità di mettere in relazione la New Southbound Policy taiwanese con il Piano Mattei italiano, individuando settori quali infrastrutture, automotive, macchinari pesanti, ICT, commercio elettronico, energia pulita, sanità, smart cities e agricoltura come possibili aree di collaborazione.

INTERVISTA A S.E. VINCENT Y.C. TSAI – AMBASCIATORE DE FACTO DELLA REPUBBLICA DI CINA (TAIWAN) NELLA REPUBBLICA ITALIANA

L’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli” ha avuto l’onore e il piacere di intervistare S.E. Vincent Y.C. Tsai, che con grande cortesia e disponibilità ha gentilmente accettato di rispondere alle nostre domande, in merito alle sfide di sicurezza che minano la stabilità e le prospettive di sicurezza di Taiwan, la proiezione geopolitica che le istituzioni nazionali hanno assunto sullo scacchiere internazionale e la cooperazione in essere con i partner euro-atlantici, in materia di Difesa dalle minacce convenzionali e ibride della Repubblica Popolare Cinese.

Ambasciatore Tsai, la cooperazione tra la Repubblica di Cina, gli Stati dell’Indo-Pacifico ed i partner euro-atlantici, potrebbe dar vita a una politica comune in materia di Difesa che permetta d’agire in sintonia, in caso di attacco da parte della Repubblica Popolare Cinese ai vostri danni?

Di fronte alla continua espansione militare della Repubblica Popolare Cinese (PRC) e alle gravi sfide poste dalla situazione nell’Indo-Pacifico, Taiwan ha sempre aderito alla logica di difesa fondamentale, cioè “prepararsi alla guerra per evitarla, ed essere in grado di combatterla per fermarla”. Il quadro di sicurezza della regione dell’Indo-Pacifico con quello dell’intero blocco euro-atlantico è già strettamente interconnesso. Sebbene non ci sia un trattato di difesa collettiva formale firmato tra i paesi dell’Indo-Pacifico e la NATO, la mancanza di una “NATO asiatica” e il timore di alcuni membri europei di una eccessiva estensione delle capacità strategica (Overstretch), entrambe le parti stanno costruendo un meccanismo di cooperazione basato sulla “coordinazione simultanea” attraverso quattro pilastri strategici fondamentali.

Sul piano della struttura politica e normativa, con il Programma di Partenariato Individualizzato (ITPP) della NATO, tramite pure i meccanismi multilaterali come AUKUS e QUAD approfondiamo anche la resilienza delle catene di approvvigionamento, la difesa contro cyber attacchi e la cooperazione sulle tecnologie innovative.

Per quanto riguarda la deterrenza industriale e la logistica, ci impegniamo a uniformare gli standard delle munizioni e a stabilire meccanismi transnazionali per la manutenzione, la riparazione e la revisione di navi e equipaggiamenti militari per preservare la sostenibilità logistica in caso di conflitti prolungati ad alta intensità. Sull’interoperabilità militare, partecipando a esercitazioni congiunte multinazionali (come Pitch Black e RIMPAC), estendiamo gli standard di comando e di comunicazione tattica della NATO ai partner dell’Indo-Pacifico, consentendo alle forze aeree e navali dei vari paesi di condividere sistemi di comando comuni.

Infine, sulla sicurezza informatica, spaziale, economica e di intelligence, condividiamo contemporaneamente i dati e pre-coordiniamo piani contro il blocco degli Stretti e di sanzioni economiche, tagliando i rifornimenti energetici e le linee vitali del commercio cinese. Nell’ipotesi effettiva dell’inizio di un conflitto, riteniamo che solo quando e se i paesi democratici dimostreranno solidarietà di coordinamento strategico e di consenso sulla difesa, la Cina sarà costretta a riconsiderare e rivalutare attentamente l’enorme prezzo da pagare per la sua decisione, valutando di conseguenza se continuarlo e riconsiderando al tempo stesso I suoi costi associati con annesse ripercussioni. In questo modo (e solo in questo) potremo garantire la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan a lungo termine dalle minacce che impattano sulla sua sicurezza.

Il ruolo strategico ricoperto da Taipei nel mercato di produzione ed esportazione globale dei semiconduttori rappresenta un punto focale nella ridefinizione degli equilibri geopolitici, all’interno della competizione tra superpotenze. Come il vostro Stato può utilizzare le proprie capacità nel settore per aumentare la propria influenza internazionale?

Taiwan ha un ruolo cruciale e insostituibile nella produzione globale high-tech e nella catena di approvvigionamento dei semiconduttori, producendo oltre il 60% dei chip a livello mondiale e più del 90% dei chip con processi avanzati ai 7 nanometri, come quelli realizzati da TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company): questo è il ben noto “scudo di silicio” (Silicon Shield) di cui disponiamo. Ciononostante, non abbiamo mai considerato questo vantaggio di leadership come un mero strumento di interesse geopolitico egoistico, bensì lo abbiamo trasformato in una “catena di approvvigionamento affidabile per la difesa della democrazia e della sicurezza economica globale”.

Con i tentativi dei regimi autoritari di trattare l’economia come un’arma, attuando coercizioni e monopoli sulle catene di approvvigionamento globali, Taiwan ha preso l’iniziativa, approfondendo la cooperazione tecnologica e i partenariati attraverso la collaborazione con l’Unione Europea (UE) in merito all’European Chips Act, l’implementazione del Chips and Science Act statunitense e gli investimenti in translocalizzazione in Giappone (a Kumamoto) e negli Stati Uniti (in Arizona). Questa diplomazia tecnologica non solo ha contrastato con successo la coercizione economica, ma ha dimostrato alla comunità internazionale che Taiwan non è soltanto il motore propulsore della prosperità economica globale, ma anche un alleato affidabile nella tutela del commercio libero e dei valori democratici. Continueremo a fare la nostra parte come “forza positiva per il bene nel mondo”, utilizzando la forza tecnologica di cui disponiamo per promuovere la cooperazione internazionale e garantire autonomia, sicurezza e prosperità del campo democratico nei settori tecnologici critici.

Skyline Taipei

La componente interna alle istituzioni e alla società taiwanese, sia pure minoritaria, che sembra tendere al ricongiungimento con la Repubblica Popolare cinese o, comunque, a stipulare compromessi sull’indipendenza e l’autodeterminazione dello Stato, rischia di divenire maggioritaria se alimentata dall’influenza esterna operata da attori nemici? Nello scenario descritto, quale ruolo esercita la disinformazione operata dalla Repubblica Popolare cinese e su che strumenti la stessa si fonda?

In quanto democrazia tra le più vivaci dell’Asia, la libertà d’espressione, il pluralismo del giornalismo e lo spirito dello stato di diritto per Taiwan rappresentano i nostri beni più preziosi. Tuttavia, ciò consente anche alle autorità di Pechino di sfruttare le caratteristiche di una società aperta per lanciare operazioni di guerra cognitiva sofisticate e diffondere disinformazione su vasta scala. Secondo rapporti di ricerca internazionali autorevoli (come il rapporto sulla democrazia del V-Dem dell’Università di Göteborg in Svezia), con centinaia di milioni di attacchi informatici e campagne di disinformazione, Taiwan è da tempo in cima alla classifica mondiale dei paesi più esposti agli attacchi di fake news straniere.

La Cina si avvale da tempo di eserciti di bot online d’oltremare, content farm, alterazioni tramite intelligenza artificiale generativa, incentivi economici e collaboratori locali per fabbricare sistematicamente conflitti all’interno della società taiwanese e diffondere dubbi sugli USA e l’affidabilità del loro sostegno, alimentando il disfattismo o strumentalizzando il panico tra i cittadini, con il chiaro intento di minare dall’interno la volontà di difesa e la convinzione democratica del popolo. Di fronte a questa guerra ibrida che combina minacce tradizionali e infiltrazioni non convenzionali, il governo taiwanese e la società civile (inclusi organizzazioni indipendenti come il Taiwan FactCheck Center, la Black Bear Academy, il Doublethink Lab e altre ONG) stanno costruendo in modo completo la “resilienza di difesa dell’intera società”. Con i chiarimenti interministeriali in tempo reale, il miglioramento della trasparenza delle informazioni, la promozione dell’educazione sulle risorse da media e la partecipazione attiva alle reti di difesa democratica internazionale, condividiamo con i partner globali le nostre esperienze pratiche nell’affrontare le interferenze autoritarie.

Il popolo taiwanese ha una ferma e incrollabile adesione al proprio stile di vita democratico: qualsiasi tentativo volto a raggiungere scopi politici con l’infiltrazione cognitiva e la divisione fallirà irrimediabilmente di fronte alla matura resilienza democratica di Taiwan.

In che modo la Repubblica di Cina sta esercitando un ruolo diplomatico importante nel continente africano, in particolare nelle relazioni con lo Stato dell’ex Swaziland, oggi Regno di eSwatini: ossia, l’unico in Africa che riconosca ufficialmente l’indipendenza e l’esistenza in quanto entità autonoma del vostro Stato?

Di fronte alle pressioni incessanti esercitate dalla Cina nella comunità internazionale, alla diplomazia del cosiddetto “compra tutto” e ai tentativi malevoli di comprimere lo spazio internazionale di Taiwan, la politica estera del nostro Stato si è sempre attenuta allo spirito della “diplomazia basata sui valori”, improntata al pragmatismo, alla concretezza e al mutuo vantaggio. Nel continente africano, manteniamo con il nostro unico alleato, il Regno di eSwatini, un legame di amicizia profondo e solido, che dura da oltre mezzo secolo. Per anni, abbiamo inviato missioni mediche stanziali a eSwatini e avviato progetti di cooperazione concreti e altamente efficaci in settori quali la cooperazione agricola, la formazione professionale, le infrastrutture di base, lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, oltre all’empowerment femminile. Ad esempio, il progetto della clinica medica mobile taiwanese, avviato nel 2009, ha assistito cumulativamente oltre 300.000 residenti locali.

Allo stesso modo, la cooperazione nei settori dell’energia solare e dell’istruzione tecnica ha migliorato concretamente il benessere dei cittadini di eSwatini, dimostrando che la partecipazione internazionale di Taiwan non si fonda mai su slogan o finanziamenti, bensì sulla conquista del rispetto sincero e della fiducia della comunità internazionale attraverso lo spirito umanitario, le competenze professionali e i contributi reali. eSwatini ha sostenuto fermamente Taiwan parlando a nostro favore con coraggio in importanti consessi internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e le Nazioni Unite, costituendo la migliore testimonianza storica del mutuo soccorso e del principio per cui “nelle difficoltà si riconoscono i veri amici”, soprattutto tra partner democratici. Continueremo a intensificare la cooperazione bilaterale con eSwatini e a dimostrare alla comunità internazionale il fermo impegno di Taiwan in qualità di forza positiva e responsabile per il bene nel mondo.

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Intervista all’Ambasciatore della Repubblica Moldova in Italia – S.E. Oleg NICA

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10 Agosto 2026

di Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo

L’Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica Moldova nella Repubblica Italiana, Oleg Nica, diplomatico moldavo con carriera ed esperienza di servizio ultraventennale, laureato in giurisprudenza e già Console Generale della Repubblica Moldova a Milano, ricopre dal 2024 l’incarico di Ambasciatore della Repubblica Moldova in Italia. La Repubblica Moldova ha un alto valore strategico per la difesa dell’Europa dalle minacce ibride e convenzionali poste dalla Federazione Russa, la diplomazia e dove la profonda conoscenza delle FIMI russe rappresentano un asset fondamentale nella difesa, sicurezza, integrità politica e territoriale e dei valori delle democrazie sul fianco Est del continente europeo, sotto la minaccia costante di Mosca. Nell’intervista rilasciata all’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli”, l’Ambasciatore Nica espone in maniera dettagliata i punti cardine della nuova Strategia di Difesa Nazionale 2025 – 2035 della Repubblica Moldova, varata dal governo agli inizi dello scorso ottobre. Inoltre, il diplomatico focalizza l’attenzione sui progressi compiuti dalla Repubblica Moldova nel proprio percorso di adesione all’Unione Europea e di cooperazione con la NATO, denunciando al tempo stesso l’evoluzione della situazione di (in)sicurezza in essere nel territorio moldavo della Transnistria, illegalmente occupata da migliaia di militari appartenenti alle forze armate della Federazione Russa. Strumentalizzando tale presenza di militari, il Cremlino rivendica la sovranità sulla Transnistria, in spregio a qualsiasi norma del diritto internazionale, al rispetto dell’autodeterminazione dei popoli e della sovranità degli Stati.

Ambasciatore NICA, quali sono i punti cardine della strategia di difesa della Moldova dinanzi alle minacce e alle ingerenze della Federazione Russa?

La nostra strategia parte da una realtà semplice: la neutralità costituzionale non può essere confusa con la passività o con l’assenza di capacità di difesa. Al contrario, uno stato neutrale deve essere in grado di proteggere i propri cittadini, le proprie istituzioni democratiche, il territorio e la libertà di decidere autonomamente il proprio futuro.

L’azione della Repubblica Moldova si basa su tre pilastri principali: Il primo è il rafforzamento della capacità nazionale di difesa, attraverso la modernizzazione delle Forze Armate, il potenziamento della sorveglianza dello spazio aereo, lo sviluppo della difesa cibernetica, la formazione del personale e la creazione di strutture capaci di reagire rapidamente alle situazioni di crisi. Il secondo pilastro è la resilienza dello Stato e della società. Oggi la difesa di un paese non inizia soltanto dalle frontiere. Inizia nelle istituzioni pubbliche, nei sistemi energetici e digitali, nella protezione dei processi elettorali e nella capacità dei cittadini di riconoscere la disinformazione e i tentativi di manipolazione. Il terzo pilastro è rappresentato dai partenariati internazionali, in particolare con l’Unione Europea e con gli Stati che condividono gli stessi valori democratici.

La Repubblica Moldova non mira ad una militarizzazione della società, ma allo sviluppo di una capacità credibile di prevenzione, protezione e risposta. In sostanza, il nostro obiettivo è fare in modo che la Repubblica di Moldova non possa più essere resa vulnerabile attraverso pressioni e coercizioni energetiche, economiche, informative o cibernetiche. In questo contesto, è necessario menzionare in particolar modo gli attacchi ibridi, che si sono intensificati significativamente negli ultimi anni. Un esempio concreto è rappresentato dalle interferenze esterne senza precedenti che hanno accompagnato il referendum costituzionale e le elezioni presidenziali del 20 ottobre 2024, così come le elezioni parlamentari del 28 settembre 2025. Secondo le indagini condotte dalle autorità competenti, attori sostenuti dalla Federazione Russa hanno cercato non solo di ostacolare il regolare svolgimento delle consultazioni elettorali, ma anche di influenzare la scelta dei cittadini. Le azioni hanno incluso finanziamenti politici illegali, campagne massicce di disinformazione, manipolazione dell’opinione pubblica, utilizzo di contenuti generati dall’intelligenza artificiale e diffusione di scenari falsi e allarmistici riguardanti l’Unione Europea. La società moldava ha tuttavia dimostrato di essere più resiliente di quanto previsto.

Nonostante le ingerenze, i cittadini hanno confermato attraverso il loro voto la scelta europea della Repubblica Moldova. In generale, negli ultimi anni, le istituzioni del nostro Paese hanno acquisito un’importante esperienza nell’identificazione e nel contrasto delle interferenze informative. In questo contesto sono stati istituiti il Centro per la Comunicazione Strategica e il Contrasto alla Disinformazione e l’Agenzia per la Sicurezza Cibernetica, che contribuiscono al coordinamento della risposta istituzionale e al rafforzamento della resilienza della società.

È preoccupante l’attuale situazione di sicurezza all’interno del territorio autoproclamatosi indipendente della Transnistria? C’è il rischio di destabilizzazione o di un attacco da parte delle migliaia di truppe russe presenti nella regione, contro il resto del territorio nazionale della Moldova o la limitrofa Ucraina?

La situazione deve essere affrontata con la massima serietà, ma senza creare allarmismi. La presenza illegale delle truppe della Federazione Russa sul territorio della Repubblica Moldova rappresenta una grave violazione della sovranità, dell’indipendenza e della neutralità costituzionale del nostro Paese. Attualmente, la situazione di sicurezza nella regione transnistriana è stabile e le autorità della Repubblica Moldova non dispongono di informazioni che indichino la preparazione di un’offensiva contro la riva destra del fiume Nistru o contro l’Ucraina. Allo stesso tempo, la realtà sociale ed economica della regione dimostra che le due rive del Nistru sono molto più vicine di quanto suggerisca la narrativa separatista. Numerosi abitanti della regione lavorano, studiano o usufruiscono di servizi sulla riva destra. Inoltre, l’economia della regione è profondamente connessa al mercato europeo.

Nel primo semestre del 2026, il 77% delle esportazioni degli operatori economici della regione transnistriana è stato destinato all’Unione Europea, mentre il 42% delle importazioni proveniva dallo spazio europeo. Questa integrazione economica rappresenta un argomento molto forte a favore della reintegrazione pacifica del Paese. L’approccio della Repubblica Moldova rimane fermo e coerente: il ritiro delle truppe russe, l’evacuazione o la distruzione controllata delle munizioni e la risoluzione del conflitto devono avvenire esclusivamente attraverso il dialogo e mezzi pacifici. Per noi, la reintegrazione non è soltanto una questione territoriale. Essa rappresenta l’obbligo di garantire sicurezza, diritti e un futuro europeo a tutti i cittadini della Repubblica Moldova, indipendentemente dalla riva del Nistru sulla quale vivono.

Quali sono i maggiori pericoli che la Moldova riscontra per la sicurezza nazionale a causa delle minacce ibride e convenzionali della Federazione Russa?

La caratteristica più pericolosa della guerra ibrida è che essa cerca di indebolire uno Stato senza dichiarargli formalmente guerra. Non si tratta di una minaccia specifica soltanto per la Repubblica Moldova. È una sfida per le democrazie europee nel loro complesso, poiché le nuove tecnologie, le piattaforme digitali e i meccanismi di finanziamento non trasparenti consentono agli attori stranieri di intervenire nella vita interna di uno Stato in modo sempre più rapido e sofisticato. Nel caso della Repubblica Moldova, osserviamo azioni condotte contemporaneamente su diversi fronti: disinformazione e propaganda, finanziamenti politici illegali, tentativi di influenzare le elezioni, attacchi cibernetici, sfruttamento delle tensioni sociali, utilizzo della corruzione e della criminalità organizzata, oltre a pressioni economiche ed energetiche.

L’obiettivo principale non è soltanto un’istituzione o un governo. Il vero bersaglio è la fiducia dei cittadini: la fiducia nella democrazia, nelle istituzioni dello Stato, nei partner europei e, in ultima analisi, nella capacità della Repubblica Moldova di esistere come Stato indipendente. Il nostro obiettivo non è trasformare la Repubblica Moldova in uno Stato militarizzato, ma in una repubblica democratica molto più difficile da destabilizzare.

Quali sono i punti focali e gli obiettivi della nuova strategia militare 2025-2035 approvata recentemente dal governo della Moldova?

La nuova strategia militare non rappresenta soltanto un elenco di equipaggiamenti da acquistare. Essa propone la trasformazione graduale delle Forze Armate, da una struttura concepita per le realtà di sicurezza del passato, in una forza moderna con elevata mobilità, adeguatamente addestrata e capace di reagire rapidamente. Tra le priorità fondamentali vi sono lo sviluppo dei sistemi di sorveglianza e difesa aerea, il miglioramento delle capacità di rilevamento precoce delle minacce, la modernizzazione dei sistemi di comando, controllo e comunicazione, il rafforzamento della difesa cibernetica e delle capacità di guerra elettronica, il contrasto ai droni, nonché lo sviluppo della mobilità e del supporto logistico.

Un’attenzione particolare è dedicata alla formazione e preparazione operativa del personale, alla modernizzazione della dottrina militare e all’interoperabilità con le istituzioni nazionali e con i partner esterni. Allo stesso tempo, l’Esercito Nazionale deve rimanere in grado di sostenere le autorità civili nelle situazioni di emergenza e di partecipare alle missioni internazionali di mantenimento della pace. La Repubblica Moldova dimostra di voler essere non soltanto un beneficiario della sicurezza internazionale, ma anche un contributore responsabile. I militari dell’Esercito Nazionale partecipano alle missioni KFOR in Kosovo e UNIFIL in Libano, beneficiando anche del sostegno logistico e professionale dell’Italia. Per un Paese delle dimensioni della Repubblica Moldova, l’efficacia della difesa non si misura soltanto attraverso il numero dei militari, ma attraverso la capacità di individuare tempestivamente il pericolo, assumere rapidamente decisioni e reagire in modo coordinato.

Quale sostegno politico, diplomatico e securitario la Moldova auspica e si aspetta di ricevere dai partner europei negli anni a venire?

Innanzitutto, abbiamo bisogno di continuità e chiarezza politica nel processo di adesione all’Unione Europea. Per la Repubblica Moldova, la prospettiva europea non rappresenta soltanto un progetto economico o istituzionale; è anche il più importante progetto di sicurezza e modernizzazione nella storia del Paese. Sul piano diplomatico, è essenziale mantenere una posizione europea unitaria a sostegno della sovranità e dell’integrità territoriale della Repubblica Moldova e dello sviluppo economico del Paese. Sul piano della sicurezza, il sostegno di cui abbiamo bisogno è molto concreto: sistemi di sorveglianza e protezione dello spazio aereo, equipaggiamenti moderni, sicurezza cibernetica, protezione delle infrastrutture critiche, rafforzamento della gestione delle crisi, formazione del personale e scambio di informazioni. L’Unione Europea è diventata il principale partner della Repubblica Moldova nel rafforzamento del settore della sicurezza e della difesa.

Nel periodo 2021-2026, attraverso lo Strumento Europeo per la Pace, l’Unione Europea ha stanziato 317 milioni di Euro per la modernizzazione e l’aumento dell’efficienza operativa delle Forze Armate della Repubblica Moldova. Parallelamente, la Missione di Partenariato dell’Unione Europea sostiene le istituzioni moldove nella gestione delle crisi e nel contrasto alle minacce ibride, cibernetiche e informative. Questo sostegno non deve essere considerato un atto di carità. Una Repubblica Moldova stabile e resiliente significa un’Europa più sicura.

Esiste un arco temporale entro cui si ritiene fattibile la piena adesione all’Unione Europea?

Il nostro obiettivo politico di entrare a far parte dell’Unione Europea è chiaro: completare i negoziati di adesione entro il 2028 ed essere pronti a diventare Stato membro entro il 2030. Naturalmente, l’adesione è un processo basato sul merito. Il ritmo dipenderà dalla nostra capacità di realizzare le riforme, applicare la legislazione europea e dimostrare risultati duraturi in settori quali la giustizia, la pubblica amministrazione, l’economia e la lotta alla corruzione. Nel giugno 2026 sono stati aperti i negoziati per il Cluster 1, “Valori fondamentali”, e nel luglio 2026 per il Cluster 6, “Relazioni esterne”, che comprende la politica estera, di sicurezza e di difesa. Questi sviluppi confermano che il processo è entrato in una fase concreta e sostanziale e che la Repubblica Moldova è leader nell’attuazione delle riforme tra gli stati candidati, dopo aver ottenuto questo status nel 2022.

La Repubblica Moldova ambisce a far parte dell’Alleanza Atlantica?

Per quanto riguarda la NATO, la Repubblica Moldova non ha attualmente fissato un obiettivo di adesione. La Costituzione sancisce la neutralità permanente dello Stato e questa realtà deve essere rispettata. La neutralità, tuttavia, non esclude la cooperazione. La Repubblica Moldova collabora con la NATO nell’ambito del Partenariato per la Pace e dei programmi di rafforzamento delle capacità nel settore della sicurezza e della difesa. La cooperazione riguarda la riforma delle istituzioni, la formazione, la difesa cibernetica, la gestione delle crisi e la partecipazione alle missioni di mantenimento della pace. Pertanto, è necessario distinguere chiaramente tra cooperazione e adesione: la cooperazione ci aiuta a proteggere meglio i nostri cittadini senza modificare lo status costituzionale della Repubblica Moldova.

Quali sono i punti cardine e i valori che contraddistinguono la diplomazia della Moldova nella politica internazionale?

La diplomazia della Repubblica Moldova si fonda sul rispetto del diritto internazionale, della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati, sulla soluzione pacifica dei conflitti, sulla democrazia, sui diritti umani e sulla cooperazione multilaterale. L’integrazione europea rappresenta oggi l’asse centrale della nostra politica estera. Questo obiettivo non è più soltanto il programma di un governo o di una maggioranza politica, ma è sancito dalla Costituzione della Repubblica Moldova.

L’apertura dei negoziati per i cluster “Valori fondamentali” e “Relazioni esterne” dimostra sia i progressi compiuti sia la disponibilità della Repubblica Moldova ad allinearsi alla politica estera, di sicurezza e commerciale dell’Unione Europea. Per uno Stato delle dimensioni della Repubblica Moldova, la credibilità rappresenta una delle risorse diplomatiche più importanti. Possiamo essere un Paese piccolo, ma avere una voce rispettata quando siamo coerenti, prevedibili e fedeli ai principi che promuoviamo.

Quali sono le prospettive e le opportunità di cooperazione tra Italia e Moldova nei settori strategici della sicurezza e dell’economia?

L’Italia è per la Repubblica Moldova molto più di un importante partner economico e d’investimento. È un partner strategico nel nostro processo di integrazione europea e il Paese nel quale vive una delle più numerose comunità moldave nel mondo. Circa 300.000 cittadini moldavi hanno trovato una seconda casa in Italia, e il loro professionalismo, senso di responsabilità e qualità del lavoro sono ampiamente riconosciuti e apprezzati dalla società italiana. Questa comunità rappresenta oggi un vero ponte umano, culturale ed economico tra i nostri due Paesi. Allo stesso tempo, l’Italia è anche uno dei principali partner commerciali e investitori della Repubblica Moldova. Attualmente è il quarto maggiore investitore nel nostro Paese e sul mercato moldavo operano circa 1.100 aziende a capitale italiano.

Questi dati sono importanti, ma ritengo che il potenziale della relazione economica sia molto più grande. Vogliamo passare da un modello fondato prevalentemente sulla produzione e sulla competitività dei costi a un modello orientato agli investimenti ad alto valore aggiunto, alle tecnologie, all’energia, al settore farmaceutico, alle infrastrutture, all’agroindustria e alla digitalizzazione. Le imprese italiane possono guardare alla Repubblica Moldova non come un mercato di dimensioni ridotte, ma come un Paese che si sta rapidamente integrando nel mercato unico europeo e che può diventare una piattaforma regionale per gli investimenti e per i futuri progetti di ricostruzione dell’Ucraina.

Come sta cambiando la politica energetica moldava per aumentare l’indipendenza in questo settore strategico per l’economia e la sicurezza nazionale?

Per decenni, la dipendenza energetica è stata una delle maggiori vulnerabilità della Repubblica Moldova ed è stata utilizzata anche come strumento di pressione politica. In pochi anni, tuttavia, siamo riusciti a cambiare radicalmente questa situazione. Siamo passati da una dipendenza quasi totale da un unico fornitore alla diversificazione delle fonti e delle rotte di approvvigionamento, alla costituzione di riserve strategiche e alla progressiva integrazione nel mercato energetico europeo. Un ruolo decisivo è stato svolto dal gasdotto Iași–Ungheni–Chișinău. Il progetto è stato completato e testato nel 2021, mentre la capacità dell’infrastruttura sul territorio della Romania è stata ampliata affinché l’interconnettore potesse trasportare volumi sufficienti a soddisfare le necessità della riva destra della Repubblica Moldova. Il gasdotto ha iniziato a essere utilizzato commercialmente a una capacità significativa nella stagione invernale 2022-2023.

Un progetto strategico è anche rappresentato dalla linea elettrica aerea da 400 kV Vulcănești–Chișinău. I lavori di costruzione sono stati completati alla fine di giugno 2026 e l’infrastruttura si trova nella fase di test e preparazione per l’entrata in esercizio commerciale. Questa linea consentirà il trasporto diretto dell’energia elettrica dalla Romania verso il centro del Paese e ridurrà le vulnerabilità legate alle infrastrutture situate nella regione transnistriana. La Repubblica Moldova ha compiuto progressi significativi anche nel settore delle energie rinnovabili. Nel 2025, il 25% del consumo finale lordo di energia elettrica è stato coperto da fonti rinnovabili. In alcuni periodi particolarmente favorevoli, come nell’aprile 2025, la quota di energia rinnovabile prodotta localmente ha raggiunto il 36% dei consumi. L’indipendenza energetica non significa produrre autonomamente ogni metro cubo di gas o ogni unità di energia elettrica. Significa avere un numero sufficiente di fonti, rotte e alternative, affinché nessun fornitore possa più utilizzare l’energia come strumento per influenzare l’orientamento politico della Repubblica Moldova.

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